Fallimenti (2): Brahms

Il primo anno – primo di molti perché come studentessa lavoratrice avrei accumulato ben 4 anni di fuori corso – di università non ero ancora molto sicura di saper leggere una partitura per orchestra e solista.

Dirigevo, nella mia stanza – che tenerezza! – a memoria (cd, cassette, dischi! e gli amici e i coinquilini mi prendevano in giro per questa fissazione) un po’ di cose, ma mandavo a mente solo la musica e gli attacchi: la partitura non osavo manco prenderla in prestito in biblioteca.

Non c’era ancora IMSLP, né You Tube, le partiture costavano un sacco di soldi e le lezioni di armonia e pianoforte anche.

Quindi – quando all’università si prospettò un monografico sui due Concerti per pianoforte e orchestra di Brahms (te li pregustavi, i corsi interessanti, nel libro che ti consegnavano a inizio anno, provando a capire cosa avresti voluto o potuto fare nel corso dell’anno accademico) – non ci andai.

Mi ero fatta – come si soleva dire – l’esame di coscienza e non me la sentivo. Oppure: avevo un’autostima così bassa da pensare che avrei di certo fallito. Non avrei preso il 30 e lode a cui ambivo (mai accettare meno di trenta – e ci credo che finisci fuori corso se ragioni così…!).

Morale della favola: qualcuno che non sapeva leggere neanche in chiave di basso frequentò – come si dice, con profitto – il corso. Chiusero, i professori, un occhio. E quindi, credo, tutti e due gli occhi. E poi questa persona – chissà se nel frattempo ha imparato – finì a far un corso in quella stessa università.

C’è un bel passaggio su questo tema in Max Weber, La scienza come professione.

Il pomeriggio in cui il mio amico pianista (e poi compositore) Marco Busetta me lo fece leggere, capii.

Amen.

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