Il Sacre, a fumetti (BD music)

Maggio 1913: cosa succede durante una delle serate più celebri della storia della musica?

Fausto Vitaliano e Antonio Lapone offrono la loro visione grafica di Stravinski, loro compositore preferito. Con una biografia dettagliata che contestualizza nell’ambito storico e sociale del periodo l’opera del compositore.

 
Price: $29.99
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Author: 
Title: Stravinski + 2 CD
Release date: september 2010
Editor: EDITIONS BD MUSIC
Collection: bd classique
Subject: bande dessinee adulte
ISBN: 9782849073865 (2849073865)
Renaud-Bray Reference: 323500288
Item nb: 1097203

 

Il “mito Beethoven” alla Philharmonie de Paris

LUDWIG VAN

Le mythe Beethoven

Dal 14 ottobre 2016 al 29 gennaio 2017

Beethoven, tre sillabe che designano molto più che un oggetto di studio storico o musicologico. In esse si sono cristallizzate suggestioni e proiezioni: una musica eroica per eccellenza, una vita tragica, una sordità affascinante, un volto che non si scorda facilmente…

Il compositore, più di ogni altro, da più di due secoli stimola un immaginario letterario, visivo e musicale di prodigiosa ricchezza. Da Gustav Klimt a Joseph Beuys, da Romain Rolland a Milan Kundera, da Franz Liszt a Pierre Henry, da Jean-Michel Basquiat fino a Stanley Kubrick, l’aura beethoveniana ossessiona gli artisti di latitudini, lingue e culture diverse.

Una grande mostra alla Philharmonie de Paris, curata da  Colin Lemoine e Marie-Pauline Martin, indagherà la dimensione mitica di Beethoven e la costruzione del genio.

 

Digital curation: #quartettoitaliano

Il 14 gennaio ci ha lasciati Elisa Pegreffi, ultimo membro dello storico Quartetto Italiano.

quartetto italiano

Visto che i giornali, a eccezione di Amadeus e della Gazzetta di Reggio, non sembrano esser stati particolarmente sensibili alla notizia, né ricettivi, il 15 gennaio ho onorato la memoria del grande quartetto con tutti i miei tweet.

Musicologia è parola recente che avrebbe sorpreso Dante e che anche oggi a molti non piace. È foggiata, come tante altre, sul modello antico e glorioso di filologia. Ma chiunque inventò quel modello pose l’accento sul primo dei due elementi che lo compongono, sull’amore di bellezza nel discorso; mentre ogni successiva derivazione ha accentuato la componente del logos, con verbosità spesso inelegante, assumendo, in nome di obiettività, un atteggiamento di distacco, o addirittura di aggressività verso l’oggetto prescelto.

Filologia, amorosa ed amabile, fu giudicata da un poeta degna sposa a Mercurio; in Musicologia altro non so vedere che una zitella arcigna, il cui amore segreto per nientedimeno che Apollo è, e rimarrà, senza speranza finché essa non smetta i pesanti occhialoni, il gergo tecnico, il tono burocratico, e non assuma un contegno più gentile e umanistico. Occorre però rendere giustizia a madonna Musicologia, e riconoscere che le lenti d’ingrandimento, i metodi analitici, e magari le statistiche, sono oggi strumenti indispensabili del suo lavoro.

Nino Pirrotta,

Rivista Italiana di Musicologia (vol. I, 1966)

via Carlo Fiore

Kennst Du das Land, wo die Kanonen blühen? Erich Kästner


Kennst Du das Land, wo die Kanonen blühen?
Du kennst es nicht? Du wirst es kennenlernen!
Dort stehn die Prokuristen stolz und kühn
in den Büros, als wären es Kasernen.

Dort wachsen unterm Schlips Gefreitenknöpfe.
Und unsichtbare Helme trägt man dort.
Gesichter hat man dort, doch keine Köpfe.
Und wer zu Bett geht, pflanzt sich auch schon fort!

Wenn dort ein Vorgesetzter etwas will
– und es ist sein Beruf etwas zu wollen –
steht der Verstand erst stramm und zweitens still.
Die Augen rechts! Und mit dem Rückgrat rollen!

Die Kinder kommen dort mit kleinen Sporen
und mit gezognem Scheitel auf die Welt.
Dort wird man nicht als Zivilist geboren.
Dort wird befördert, wer die Schnauze hält.

Kennst Du das Land? Es könnte glücklich sein.
Es könnte glücklich sein und glücklich machen!
Dort gibt es Äcker, Kohle, Stahl und Stein
und Fleiß und Kraft und andre schöne Sachen.

Selbst Geist und Güte gibt’s dort dann und wann!
Und wahres Heldentum. Doch nicht bei vielen.
Dort steckt ein Kind in jedem zweiten Mann.
Das will mit Bleisoldaten spielen.

Dort reift die Freiheit nicht. Dort bleibt sie grün.
Was man auch baut – es werden stets Kasernen.
Kennst Du das Land, wo die Kanonen blühn?
Du kennst es nicht? Du wirst es kennenlernen!

– Erich Kästner, 1928

It’s not the book that counts but the aura of its author

The moment you are not here to defend your work in interviews, you literally do not exist. There is a penalty.
Javier Marías, The Art of Fiction No. 190, interviewed by Sarah Fay, in: The Paris Review
(E se lo dice lui nessuno ha più scampo, allora).

It was hostility toward the media, which doesn’t pay attention to books themselves and which values a work according to the author’s reputation. It’s surprising, for example, how the most widely admired Italian writers and poets are also known as scholars or are employed in high-level editorial jobs or in other prestigious fields. It’s as if literature were not capable of demonstrating its seriousness simply through texts but required “external” credentials. In a similar category—if we leave the university or the publisher’s office—are the literary contributions of politicians, journalists, singers, actors, directors, television producers, et cetera. Here, too, the works do not find in themselves authorization for their existence but need a pass that comes from work done in other fields. “I’m a success in this or that field, I’ve acquired an audience, and therefore I wrote and published a novel.” It’s not the book that counts but the aura of its author. If the aura is already there, and the media reinforces it, the publishing world is happy to open its doors and the market is happy to welcome you. If it’s not there but the book miraculously sells, the media invents the author, so the writer ends up selling not only his work but also himself, his image.

Elena Ferrante on The Paris Review

Poi è stata l’ostilità per i media che non prestavano attenzione ai libri in loro stessi. Non è il libro che conta, per loro, ma l’aura del suo autore.

Anche adesso, spiega la Ferrante, l’interesse primario del mantenere l’anonimato è «una testimonianza contro la auto-promozione ossessivamente imposta dai media». Secondo la scrittrice, «questa richiesta di autopromozione diminuisce il lavoro vero in ogni tipo di attività umana ed è diventata universale. I media non sono in grado di discutere un’opera d’arte senza trovarci dietro un protagonista. E invece non c’è opera letteraria che non sia frutto di una tradizione, di una sorta di intelligenza collettiva che sminuiamo quando insistiamo che dietro ci sia un protagonista».

Il Mattino6 marzo 2015

smoke

Cosa fece Richard Strauss alle Olimpiadi di Berlino, 1936

Si dà per scontato, vista la risonanza mediatica data all’evento, di sapere esattamente cosa accadde alle Olimpiadi di Berlino nel 1936.  Da un lato perché due anni dopo, nel 1938, uscì un documentario che celebrava con sfarzo quella cerimonia – forse uno dei primi “eventi” sportivi che sfruttassero stampa, registrazioni video e cinema, funzionale all’esaltazione del potere nazista -, dall’altro perché quando c’è di mezzo una ripresa video si tende a pensare di sapere tutto, perché si è visto qualcosa: ma, appunto, solo qualcosa da cui erroneamente si deduce una totalità. Storie celebri, come quella di Jesse Owens, simboli, sono inestricabilmente connessi a quell’edizione.

Talvolta nella letteratura su Richard Strauss ricorre l’infondata nozione che egli abbia diretto l’inno nazista (ovvero l’inno tedesco + Horst-Wessel-Lied) durante il concerto inaugurale delle Olimpiadi di Berlino nel 1936.

Non è questa la sede per entrare nel dettaglio dei difficili rapporti di Strauss col nazismo: sul cui tema rimando a

Giangiorgio Satragni, Richard Strauss dietro la maschera, EDT 2015, pp. 95-133.

Oltre al documentario di Leni Riefenstahl intitolato Olympia e postprodotto (che vide in azione 34 cameraman e 1,5 milioni di marchi come budget), esistono alcuni video dell’evento, nessuno dei quali sinora noti mostra tuttavia integralmente il lungo concerto di apertura. Per questa cerimonia sappiamo che Strauss compose la Olympische Hymne su testo di Robert Lubahn.

Per comprendere la struttura della manifestazione, ho cercato il programma del concerto, imbattendomi così la tesi di Elizabeth Schlüssel, intitolata Zur Rolle der Musik bei den Eröffnungs- und Schlußfeiern der Olympischen Spiele von 1896 bis 1972 (Sul ruolo della musica nelle cerimonie di apertura e chiusura dei giochi olimpici dal 1896 al 1972), che lo riporta semplicemente e, con teutonica esattezza, a pagina 745. Lo traduco qui di seguito:

Berlino 1936

Cerimonia d’apertura

  • Festliches Konzert

suonato dall’Orchestra Sinfonica Olimpica – OSO – (Berliner Philharmoniker e l’orchestra regionale con aggiunti) sotto la direzione di Gustav Havemann

  • Olympia-Fanfare

Paul Winter (compositore), diretta da Hermann Schmidt

  • Heroldsfanfare

Hermann Schmidt (compositore)

  • Huldigungsmarsch

Richard Wagner (compositore), suonata dalla OSO

  • Preludio

Herbert Windt (compositore)

  • Inno nazionale tedesco (doppio inno, tedesco e Horst-Wessel-Lied inno ufficiale del Partito Nazionalsocialista Tedesco)
  • Olympia-Fanfare

Herbert Windt (compositore)

Squillo della campana olimpica

  • Marcia militare
  • Olympische Hymne

Richard Strauss (direttore), Robert Lubahn (testo), cantata da un coro di 300 elementi, suonata dalla OSO, diretto da Richard Strauss

  • Halleluja (dal Messia)

Haendel (compositore), cantato dal coro della OSO sotto la direzione di Bruno Kittel

  • Fanfara di chiusura

Paul Winter (compositore)

Rappresentazione della Olympische Jugend

Carl Diem (tenore), Werner Egk e Carl Orff (compositori), regia di (sic) Hans Niedecken-Gebhard

in essa:

  • musica di Werner Egk (da disco)
  • Fahnenmarsch e Hymn di Egk suonate dalle orchestre giovanili
  • musica di Orff per un girotondo di bambini
  • Inno finale An die Freude

Beethoven (compositore), interpretazione di 1500 cantanti del Berliner Chorvereinigung. Solisti Ria Ginster, Emmi Leisner, G.A. Walter, Rudolf Watzke, direzione di Fritz Stein.

Una lunga cerimonia tripartita alla presenza di 4 direttori d’orchestra: nella prima parte Gustav Havemann e Hermann Schmidt, in quella centrale, la più importante, subito dopo la squillo della campana olimpica, Richard Strauss e, nella terza, Bruno Kittel.