Conosci quella terra ove fioriscono i cannoni? Erich Kästner

Se avessimo vinto la Guerra mondiale allora saremmo uno stato altezzoso. E noi premeremmo finanche nel letto le mani sui fianchi dei nostri calzoni.

Erich Kästner

Conosci quella terra ove fioriscono i cannoni?

A cura di Artemio Focher

Collana Poesia, n. 69
2019, pp. 248


Kennst Du das Land, wo die Kanonen blühen?
Du kennst es nicht? Du wirst es kennenlernen!
Dort stehn die Prokuristen stolz und kühn
in den Büros, als wären es Kasernen.

Dort wachsen unterm Schlips Gefreitenknöpfe.
Und unsichtbare Helme trägt man dort.
Gesichter hat man dort, doch keine Köpfe.
Und wer zu Bett geht, pflanzt sich auch schon fort!

Wenn dort ein Vorgesetzter etwas will
– und es ist sein Beruf etwas zu wollen –
steht der Verstand erst stramm und zweitens still.
Die Augen rechts! Und mit dem Rückgrat rollen!

Die Kinder kommen dort mit kleinen Sporen
und mit gezognem Scheitel auf die Welt.
Dort wird man nicht als Zivilist geboren.
Dort wird befördert, wer die Schnauze hält.

Kennst Du das Land? Es könnte glücklich sein.
Es könnte glücklich sein und glücklich machen!
Dort gibt es Äcker, Kohle, Stahl und Stein
und Fleiß und Kraft und andre schöne Sachen.

Selbst Geist und Güte gibt’s dort dann und wann!
Und wahres Heldentum. Doch nicht bei vielen.
Dort steckt ein Kind in jedem zweiten Mann.
Das will mit Bleisoldaten spielen.

Dort reift die Freiheit nicht. Dort bleibt sie grün.
Was man auch baut – es werden stets Kasernen.
Kennst Du das Land, wo die Kanonen blühn?
Du kennst es nicht? Du wirst es kennenlernen!

– Erich Kästner, 1928

Ho contribuito (casualmente) alla nascita di questo un libro, ne vado molto fiera.

It’s not the book that counts but the aura of its author

The moment you are not here to defend your work in interviews, you literally do not exist. There is a penalty.
Javier Marías, The Art of Fiction No. 190, interviewed by Sarah Fay, in: The Paris Review
(E se lo dice lui nessuno ha più scampo, allora).

It was hostility toward the media, which doesn’t pay attention to books themselves and which values a work according to the author’s reputation. It’s surprising, for example, how the most widely admired Italian writers and poets are also known as scholars or are employed in high-level editorial jobs or in other prestigious fields. It’s as if literature were not capable of demonstrating its seriousness simply through texts but required “external” credentials. In a similar category—if we leave the university or the publisher’s office—are the literary contributions of politicians, journalists, singers, actors, directors, television producers, et cetera. Here, too, the works do not find in themselves authorization for their existence but need a pass that comes from work done in other fields. “I’m a success in this or that field, I’ve acquired an audience, and therefore I wrote and published a novel.” It’s not the book that counts but the aura of its author. If the aura is already there, and the media reinforces it, the publishing world is happy to open its doors and the market is happy to welcome you. If it’s not there but the book miraculously sells, the media invents the author, so the writer ends up selling not only his work but also himself, his image.

Elena Ferrante on The Paris Review

Poi è stata l’ostilità per i media che non prestavano attenzione ai libri in loro stessi. Non è il libro che conta, per loro, ma l’aura del suo autore.

Anche adesso, spiega la Ferrante, l’interesse primario del mantenere l’anonimato è «una testimonianza contro la auto-promozione ossessivamente imposta dai media». Secondo la scrittrice, «questa richiesta di autopromozione diminuisce il lavoro vero in ogni tipo di attività umana ed è diventata universale. I media non sono in grado di discutere un’opera d’arte senza trovarci dietro un protagonista. E invece non c’è opera letteraria che non sia frutto di una tradizione, di una sorta di intelligenza collettiva che sminuiamo quando insistiamo che dietro ci sia un protagonista».

Il Mattino6 marzo 2015

smoke

Cosa fece Richard Strauss alle Olimpiadi di Berlino, 1936

Un evento sportivo di risonanza mediatica spettacolare: l’infausta cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Un palcoscenico dove il potere dei simboli si mescolava a storie celebri, come quella di Jesse Owens, l’atleta nero vincitore di quattro medaglie d’oro.

Cosa sappiamo di questa giornata e chi fece cosa? Circola una fake news in piena regola, secondo cui si scrive di aver visto ciò che non è mai accaduto.

Una parte delle conoscenze su queste olimpiadi le dobbiamo ai documentari Olympia (1938) di Leni Riefenstahl che mettevano i tasselli finali (i film sono ben due, Festa dei popoli e Festival della bellezza) alla manifestazione che forse per prima sfruttò sapientemente la stampa, le registrazioni video e il cinema per esaltare il potere nazista. 

Talvolta nei saggi sul compositore Richard Strauss, e altre volte in romanzi, leggiamo l’infondata idea che egli abbia anche diretto l’inno nazista (ovvero l’inno tedesco insieme allo Horst-Wessel-Lied) durante il concerto inaugurale delle Olimpiadi di Berlino nel 1936.

Cosa sappiamo: per la cerimonia Strauss scrisse la Olympische Hymne su testo di Robert Lubahn.

Tuttavia, i difficili rapporti di Strauss col nazismo solo in parte sono l’oggetto di questo post, sul cui tema rimando a:

Giangiorgio Satragni, Richard Strauss dietro la maschera, EDT 2015, pp. 95-133.

Oltre al documentario Olympia ovviamente postprodotto (la troupe era composta da 34 cameraman e il budget era di 1,5 milioni di marchi), possiamo vedere alcuni video dell’evento, tra cui questo:

nessuno dei quali mostra però integralmente il lungo concerto di apertura. Come fare quindi?

Per comprendere nel dettaglio la struttura della manifestazione era indispensabile trovare il programma dettagliato del concerto. La risposta era nella tesi di laurea Elizabeth Schlüssel, intitolata Zur Rolle der Musik bei den Eröffnungs- und Schlußfeiern der Olympischen Spiele von 1896 bis 1972 (Sul ruolo della musica nelle cerimonie di apertura e chiusura dei giochi olimpici dal 1896 al 1972), che riporta tutto lo svolgimento a pagina 745. Lo traduco qui di seguito:

Berlino 1936

Cerimonia d’apertura

  • Festliches Konzert

suonato dall’Orchestra Sinfonica Olimpica – OSO (Berliner Philharmoniker e l’orchestra regionale con musicisti aggiunti) sotto la direzione di Gustav Havemann

  • Olympia-Fanfare

Paul Winter (compositore), diretta da Hermann Schmidt

  • Heroldsfanfare

Hermann Schmidt (compositore)

  • Huldigungsmarsch

Richard Wagner (compositore), suonata dalla OSO

  • Preludio

Herbert Windt (compositore)

  • Inno nazionale tedesco (doppio inno, tedesco e Horst-Wessel-Lied inno ufficiale del Partito Nazionalsocialista Tedesco)
  • Olympia-Fanfare

Herbert Windt (compositore)

Squillo della campana olimpica

  • Marcia militare
  • Olympische Hymne

Richard Strauss (direttore), Robert Lubahn (testo), cantata da un coro di 300 elementi, suonata dalla OSO, diretto da Richard Strauss

  • Halleluja (dal Messia)

Haendel (compositore), cantato dal coro della OSO sotto la direzione di Bruno Kittel

  • Fanfara di chiusura

Paul Winter (compositore)

Rappresentazione della Olympische Jugend

Carl Diem (tenore), Werner Egk e Carl Orff (compositori), regia di (sic) Hans Niedecken-Gebhard

in essa:

  • musica di Werner Egk (da disco)
  • Fahnenmarsch e Hymn di Egk suonate dalle orchestre giovanili
  • musica di Orff per un girotondo di bambini
  • Inno finale An die Freude

Beethoven (compositore), interpretazione di 1500 cantanti del Berliner Chorvereinigung. Solisti Ria Ginster, Emmi Leisner, G.A. Walter, Rudolf Watzke, direzione di Fritz Stein.

Una lunga cerimonia tripartita, dunque, alla presenza di quattro direttori d’orchestra: nella prima parte Gustav Havemann e Hermann Schmidt, in quella centrale, la più importante, subito dopo la squillo della campana olimpica, Richard Strauss e, nella terza, Bruno Kittel.

L’errata supposizione secondo cui Strauss avrebbe diretto il doppio inno (quello tedesco e Horst-Wessel-Lied inno ufficiale del Partito Nazionalsocialista Tedesco) è stato uno degli argomenti che lo ha inchiodato a un presunto supporto incondizionato del nazismo. Di certo, Strauss non avrebbe potuto sottrarsi agli impegni ufficiali richiesti dal suo ruolo. Rimando ancora una volta a Strauss dietro la maschera – le lettere di Strauss parlano chiarissimo a chi sappia leggerle – felice di aver scoperto la verità su questa vicenda.

Dalla mostra Richard Strauss e l’Italia © Gabriella Crivellaro