A Roberto Cotroneo ho pensato dall’autunno del 1995, quando uscì il suo primo romanzo. Ecco come andò.
Camminavo di fretta, con quella sveltezza degli adolescenti. Con una sigaretta tra le dita, in corso Alfieri, ad Asti. Di sicuro, in ritardo – come Bianconiglio! – di corsa verso qualcosa che non sapevo raggiungere. Era un pomeriggio grigio: con un freddino autunnale, insipido e incerto come sa essere il tempo in quelle terre di Langa, tempo che fa buoni i tartufi.
La vetrina della libreria di fronte al Liceo classico la guardavo sempre. Proprio lì vicino avevo comprato il mio primo libro, pregando mia madre di acquistarmelo.
La copertina di quello ora in vetrina era invece una partitura, non sapevo quale, con un fuoco al centro. E un titolo bello: Presto, con fuoco.
Come si fa colle cose che si sa già si ameranno, entrai, senza sfogliare il libro. Lo presi. Senza nemmeno badare al portafoglio di studentessa.
Come una ragazza, mi innamorai. Di Roberto. Di Chopin, lo ero già.
Cinque anni dopo, all’indomani dell’esame di maturità, partii: diciassette ore di viaggio combinato, auto, treno, autobus, autobus. Arrivai in un giorno di pioggia freddissima. Questa volta, però, avrebbe dovuto esser estate, mica autunno. A Nohant, sotto quell’albero, che si deve immaginare e non si può vedere in foto, per pudore, ci volevo arrivare il primo luglio: nel giorno del compleanno di George Sand.
E, qui, ogni dettaglio, sfumatura, ricordo, moto del cuore, m’impone il silenzio che pretende ciò che è sacro.
Nel frattempo, nacquero i social media. Tutto divenne più facile, o più difficile, dipende dai punti di vista.
Trent’anni dopo: un giorno di marzo, alla Stazione Centrale di Milano, sfinita da troppa musica fatta ascoltare al Conservatorio, e troppa altra in cuffia per distrarsi dalla prima, e troppo rumore di fondo, troppo, tra lo sferragliare delle rotaie e il rumore bianco o rosa dei maxi-schermi al plasma con le pubblicità bum-bum-bam…
proprio al centro dell’Atrio della stazione, do uno sguardo smarrito al tabellone, per capire il da farsi, e mi volto verso la mia destra.
Mi volto piena di illusioni (di riposo) verso un qualche cibo veloce, un Burger King, un qualcosa. Dovrei rinunciare al boccone e andare, invece, alla Feltrinelli?
Dalle scale – quasi al ralenti – sale verso di me Roberto Cotroneo. Lo aspetto sull’ultimo gradino, senza enfasi. Lui mi guarda negli occhi, mi prende le mani nelle sue, e non dice una parola.
Quanto tempo.
Dove vivi?
A Roma.
Dove vai?
A casa.
Grazie per esserti preso cura dei miei sogni di ragazza.
Presto, con fuoco.