The connection between gesture and music (Alan Gilbert)

There is no way to really put your finger on what makes conducting great, even what makes conducting work. Essentially what conducting is about is getting the players to play their best and to be able to use their energy and to access their point of view about the music. There is a connection between the gesture, the physical presence, the aura that a conductor can project, and what the musicians produce.

New York Times, Alan Gilbert 6/4/2012

Leggere, ieri e oggi

Leggere, ci stanno dicendo da anni, consoni senza farlo parere, è un’esperienza, è stare insieme, è condividere, è la felicità.

Non è capire, non è essere interrogati da un testo, non è vivere nel dubbio e non è imparare a leggere il mondo –come tanti anni fa diceva Blumenberg,

Leggere è ora un’incantata felicità, è un moto dell’animo, è un salto del respiro, è stare insieme agli amici ad occhi sognanti.

[…]

Quando leggo mi chiudo in camera e taccio e voglio silenzio e non voglio essere intrattenuto, non voglio che quel libro mi conforti o mi aiuti a superare il tedio dei miei giorni; per me la lettura –e la scrittura– sono un esercizio critico, sono il luogo dove si tenta di decifrare il mondo, sono il luogo dove faticosamente si tenta di rendere afferrabile ciò che non lo è, consci dell’illusione che il tentativo rappresenta.

[…]

Ci sono mutamenti irreversibili. La solitudine, l’autonomia, lo studio silenzioso, sono anch’essi residui di un’epoca che va finendo. Come tutti quelli che vanno lasciandosi alle spalle – da mo’ – la giovinezza, anche io non so – non voglio – adeguarmi al nuovo.

Federico Novaro da leggere

Sulla lettura avevo già raccolto qualche riflessione qui

Un ricordo

Mi manca come mancano queste persone che hanno occupato un posto non grande nella vita, ma l’hanno fatto in un modo tale, per cui non ci sono sostituzioni né riassorbimenti. Quell’andarsene che lascia i bordi del vuoto come bruciati.

bei zauberei

La terza volta che andai a Parigi, fu nel 1995, e fu con i miei genitori, a ridosso della fine di un amore grande quanto modesto. Mi portarono forse per consolarmi, ma mia madre voleva andare anche a trovare la sua cara amica Liana – un tempo rossa, aristocratica e fascinosa, ma all’epoca già malata, sull’orlo della sconfitta. (Devo portare i golf rosa pallido, le diceva con disappunto, come se i colori delicati, e la cipria, quanto di più incongruo per la sua natura di broccati, e velluti pesanti, fossero l’ultimo baluardo di resistenza alla morte, o anche, lo strenuo tentativo di rimanere eleganti -sofisticate -degne) .
Era inverno, la città era bianca e splendente, la mia amicizia con lei doveva ancora arrivare. Facevo foto alle seggiole sul ghiaccio dei giardini di Lussemburgo, constatavo il pallore della tristezza poco appassionata. Sorridevo davanti ai corridoi di palazzi olimpici. Tutta quella retorica…

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Muti, il viennese

Per la quinta volta il direttore italiano invitato dai Wiener Philharmoniker a dirigere il Concerto di Capodanno

La sala d’oro del Musikverein, impreziosita da trentamila rose, riluce più dorata che mai: sul palcoscenico i Wiener Philharmoniker e Riccardo Muti officiano a Vienna il rito musicale più famoso del mondo intero. La tradizione, attestata dagli stessi Wiener a partire dal 1941 (a Vienna i concerti di Capodanno erano consueti sin dall’inizio dell’Ottocento, sebbene senza musiche di Strauss), è relativamente recente. Non sempre ebbe questa forma: un tempo toccava infatti al Konzertmeister – ovvero al primo violino – dirigere la compagine. Una tradizione, quindi, non immutabile e che forse, in futuro, si trasformerà ancora.

Con Peter Widholz, presidente della Società Johann Strauss, Muti in preparazione al concerto ha condotto una ricerca per scovare nell’immensa produzione della famiglia Strauss (e non solo) alcuni brani mai ascoltati prima al Musikverein: ben sette su un totale di sedici. La scelta musicale non è stata improntata unicamente all’originalità, ma è volta pure a metter in primo piano il legame stretto che lega l’Italia a Vienna e, di riflesso, il direttore a quest’orchestra: Strauss fu celebre in Italia e contribuì a rendere popolare la musica di Verdi in Austria; nel fondo della Gesellschaft der Musikfreunde a Vienna si conservano ancora molte lettere che i due compositori si scrissero. Gli enigmatici Marien-Walzer di Strauss senior – il terzo ebbe forse origine da qualcuno che sussurrava il nome “Maria” – ebbero la loro première nel “Paradeisgartl”, il celebre caffè fondato dall’italiano Pietro Corti sul Löwelbastei; mentre la polka veloce, ancora di Strauss padre, sul Guglielmo Tell fu un’abile azione di marketing, ancor prima che musicale, per far conoscere ai viennesi a tre mesi di distanza dalla prima esecuzione parigina il tema più popolare dell’opera di Rossini. Similmente, Strauss figlio, compose una quadriglia su temi del Ballo in maschera di Verdi, ascoltato a San Pietroburgo nel dicembre del 1861 (la prima aveva avuto luogo a Roma il 17 febbraio 1859), facendo circolare quei motivi con due anni e mezzo di anticipo rispetto alla première viennese. Ne risulta quindi un programma attentamente impaginato e bilanciatissimo fra i vari elementi che lo compongono: da un lato il “sogno viennese” – ovvero quel momento in cui ci si abbandona per una volta all’anno alla magia zuccherina di questa musica -, ora il tratto motoristico, rapido e scattante.

Tra le novità più gustose proprio il Wilhelm Tell Galopp, un cocktail leggermente alcolico che sposa Rossini e l’Italia, a Strauss, Vienna e i Wiener, con un tocco di frivola leggerezza, aggiunto da Strauss e assente nell’originale. Ci sono poi i grandi classici, come l’elegante velluto dei Wiener Fresken, e le Storielle del bosco viennese con i malinconici soli della cetra da tavolo, quintessenza del sogno a occhi aperti, del “tempo sospeso”, del mondo idealizzato che fu. È ancora nella quadriglia dal Ballo in maschera che sentiamo Muti “a casa sua”, come in un vestito di alta sartoria, tagliato apposta, su misura per lui.

Invitato per la quinta volta a dirigere il Concerto di Capodanno dalla più celebre orchestra viennese, dopo un’ininterrotta collaborazione che dura da quarantotto anni, Muti dà forma a questo concerto con gesto sinuoso, misurato ed elegante: aereo, leggero, accompagna il celebre rubato dei Wiener quasi come se ne accarezzasse il suono. Detto in tre parole: “Less is more”. Parco di gesti, solo quelli essenziali: ad esempio in Leichtes Blut.

La macchina mediatica che prepara questo evento di dimensioni colossali gira a mille: televisioni di 90 paesi collegate, alcune live, altre in differita, on-line streaming, radio, un totale di 14 telecamere che riprendono l’evento da ogni possibile angolazione. Eppure, se a decenni di distanza, dovesse restare nella memoria solo una manciata di secondi di questo concerto, certo sarebbero quelli che precedono l’ingresso dei corni nel Bel Danubio blu: un capolavoro di grazia e leggerezza viennese nelle mani di Muti.

L’oroscopo dei dieci segni

Per un corso con un millepiedi che hanno bisogno di molte scarpe…

bei zauberei

Per i nati sotto il segno del tormento, la luna smetterà di essere opaca e languida sul finire del mese di gennaio, a marzo sgocciolerà sulla terra asciutta, e ad aprile, farà germogliare selvatici ranuncoli privi di buon senso, fiori di malva di impavido ottimismo, pratoline di sregolato sentimentalismo. A luglio le costellazioni della cupezza s’attarderanno ai confini del cielo, s’affacceranno comete timide che porteranno, loro malgrado, rosee aspettative, miglior auspici, e tutte le modeste opinioni che tanto sfigurano davanti all’eleganza dei profeti di sventura. A novembre potrebbero tornar antiche angosce, di poi la neve della quiete.

I figli della vanagloria, segno astrale fatiscente e affaticato, dovranno stare attenti alla congiuntura che nei cieli di inizio primavera vedrà insieme le rese dei conti dei puntigliosi e gli esami guardinghi delle vecchie. Faranno bene, dicono gli astri, a nascondersi sotto alle coperte come cuccioli di cane che tengono l’osso, come formiche…

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