A Lucerna il concerto di addio di Bernard Haitink con i Wiener Philharmoniker

Ci sono concerti che si ascoltano una sola volta nella vita: quello di ieri sera è stato uno di questi.

Dal 12 giugno scorso, giorno in cui a 90 anni da poco compiuti l’inossidabile Bernard Haitink ha annunciato che il suo anno sabbatico si sarebbe trasformato in un addio al podio, il concerto del 6 settembre 2019 al KKL è diventato the place-to-be. Per il concerto dell’anno (preceduto da due date, a Salisburgo prima e a Londra poi) com’è ovvio sfumano in un battibaleno tutti i biglietti per il pubblico e gli accrediti per i giornalisti.

Le ultime note di Bruckner

La brillantissima carriera del direttore olandese, iniziata nel 1954 alla Radio Filharmonisch Orkest, si conclude così al Lucerne Festival, insieme ai Wiener Philharmoniker e al pianista americano Emanuel Ax che sostituisce Murray Perahia. Nei suoi ultimi impegni, con orchestre e solisti diversi, Haitink ricordava un monaco intento a tracciare un cerchio Enso: il 21 febbraio di quest’anno, a Monaco, una Nona Sinfonia di Beethoven con l’Orchestra e il Coro della Radio Bavarese ci ha inchiodati alla poltrona; il 24 aprile al LAC di Lugano la Sinfonia Concertante per violino, violoncello, oboe, fagotto e orchestra di Haydn e la Terza di Beethoven interpretata dall’Orchestra Mozart è da annoverarsi tra quei pochi concerti che si ricorderanno anche negli anni a venire. Nel suo gesto direttoriale, ridotto all’essenziale, nei pochi movimenti misurati, pregni di una grande forza interiore, c’è un superare se stesso, un andare oltre, verso zone dello spirito difficilmente esplorabili senza un viatico. A Vienna e ai suoi maggiori compositori torna e ritorna quindi Haitink per lasciare attraverso di loro il suo testamento artistico.

Ph. ©Priska Ketterer

Nel Quarto Concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven Haitink articola ogni frase con precisione, essenzialità, energia: lancia un’occhiata alla partitura sobriamente annotata di fronte a sé sul leggio, immerso nel silenzio e nell’attenzione cristallina del pubblico che lo ascolta. Il primo movimento è pulito, senza fronzoli e senza eccessi beethoveniani; l’artiglio beethoveniano si fa vedere e sentire nel secondo movimento, come la zampata di un vecchio leone. Anche se procede per gradi, da un atteggiamento olimpico verso un tumulto quasi bacchico, la trasparenza è la cifra che domina questa magnifica interpretazione. Ax, da par suo, è il perfetto comprimario di questo Concerto beethoveniano: c’è tra il solista e il direttore un’intesa così profonda che non necessita di nulla, non un’occhiata, non un cenno. Emanuel Ax chiude la prima parte con Il mugnaio e il ruscello Lied tratto dalla schöne Müllerin di Schubert trascritto da Liszt.

Ph. ©Priska Ketterer

La  Settima Sinfonia di Bruckner è la fine e l’inizio per Haitink: è stata la prima Sinfonia che ha diretto dopo aver assunto la direzione del Concertgebouw e l’ultima con cui dà il suo concerto di addio. Il direttore fa il suo ingresso, sale sul podio, ma la partitura resta chiusa sul leggio. La Sinfonia, che sembra scritta apposta per mettere alla prova i mezzi fonici ed espressivi di un’orchestra, è levigata e tornita. Pur nella sua tendenza all’accumulazione, Bruckner porta avanti il discorso musicale passando da un tema all’altro senza fratture perciò questa Sinfonia è stata spesso paragonata a una cattedrale, la cui grandezza è al di fuori del tempo. Il mastro del cantiere, il co-creatore Haitink ora la osserva: ogni elemento è al suo posto, così come doveva essere sin dall’inizio. La Sinfonia di Bruckner si muove continuamente fra un piano celeste e uno sotterraneo, che può puntare al sovrannaturale e al mistico o squarciare la terra come il celebre colpo di piatti e triangolo che segna il culmine dell’Adagio, alla fine del crescendo che prelude alla Coda in memoria di Wagner. È fin dall’Adagio che un paradosso si fa avanti: è come se la comprensione vera di questa musica fosse già ora al di là, cominciasse da domani, dopo averla lasciata. Così, alla fine del concerto, Haitink simbolicamente non è costretto a chiudere la partitura, sempre rimasta chiusa davanti a lui. Noi non comprendiamo la musica, siamo compresi da essa, scrisse Adorno.

Senza clamore, ma con una composta partecipazione a questo momento sacro, Haitink e il suo Bruckner sono accolti da quasi dieci minuti di applausi e una corale standing ovation. Ecco il grande Maestro tracciare per un’ultima volta il cerchio Enso: punto di perfetta armonia in cui il corpo e la mente trasformano in un gesto la raggiunta perfezione interiore.

Scritto per Le Salon Musical

photo: Christidoulou/BBC

Scritto per Le Salon musical

Il Festival di musica antica riapre la chiesa di San Secondo a Magnano con la musica barocca

Il concerto finale del Festival di Musica antica, che si svolge da trentaquattro anni a Magnano (Biella), apre le porte della splendida Chiesa di San Secondo, una pieve romanica d’inaudito splendore che dal XI secolo si trova poco oltre il crinale della Serra Morenica di Ivrea.

Il pubblico affolla la piccola chiesa a tre navate in una sera di fine estate per ascoltare musica da camera in un allestimento tanto semplice, quanto scenografico: un concerto a lume di candela. Cosa rende così speciale questo sabato 31 agosto 2019?

Il primo è un motivo storico: questa chiesetta in mezzo ai boschi è testarda e resistente (mi pare che in questo sia simile alla caparbietà del padre del festival Willy Brauchli che rende un meritorio servizio musicale alla sua terra d’adozione). In origine, nel XII secolo, la pieve era attorniata dall’antico borgo di Magnano. Quando due secoli più tardi la popolazione si trasferì a vivere sul cucuzzolo (dov’è oggi l’attuale Magnano) perse la sua centralità. Non essendoci motivo di conservare l’antica chiesa romanica (la nuova parrocchia era diventata Santa Marta), nel 1606 si decise per la sua demolizione al fine di recuperare il materiale edilizio per la nuova chiesa. I fedeli si opposero, ottenendo che la pieve rimanesse attiva: e così fu. Nel diciannovesimo secolo la storia ricominciò da capo e nel 1968 un cantiere la restituì finalmente alla sua maestosità (che speriamo ora duri in eterno).

Il secondo è un motivo di ordine pratico: la chiesa è praticamente sempre chiusa ed è grazie a questo Festival se la si può visitare e se le sue mura possono rallegrarsi e riprendere un po’ di vita con questi suoni.

Il terzo, infine, è un motivo prettamente musicale: non solo perché l’Aglàia Ensemble (Cinzia Barbagelata, violino, Jorge Alberto Guerrero, violoncello, Enrico Barbagli, clavicembalo) è una compagine di ottimo livello, ma anche perché impagina un concerto di musica barocca (dal titolo Il canto del contrappunto, il violino italiano nella musica di Bach) in modo originale e assai raffinato anche per chi ha consuetudine con il barocco.

Affianco al più noto Bach delle Sonate BWV 1023 in mi minore e BWV 1021 in sol maggiore, l’Aglàia fa ascoltare l’Invenzione “La Pace” di Francesco Antonio Bonporti (che hanno inciso per Stradivarius e si ascoltano anche su Spotify) Op. 10 n. 4 in sol minore; un italiano quindi che nasce a Trento, studia a Roma, forse con Corelli, e finisce la sua vita a Padova (e del quale Bach trascrisse per clavicembalo i suoi brani per violino op. X, 1712).  Segue la Sonata IV Op. 1 in la minore di Evaristo Felice Dall’Abaco che nasce a Verona, si sposta a Modena e finisce la sua carriera a Monaco di Baviera: è un esponente del violinismo italiano tardobarocco, meno celebre di Corelli e di più raro ascolto. Chiude la prima parte la Sonata XI Op. 2 in re maggiore di Vivaldi mostrando così alle orecchie del pubblico quali trasformazioni ha fatto la letteratura violinistica nel breve arco di sessant’anni (Bonporti, Dall’Abaco e Vivaldi nacquero tutti negli anni ’70 del Seicento e morirono negli anni ’40 del Settecento). Un programma eseguito con virtuosismo, ma anche “da manuale”: la storia del violino barocco che si snoda di fronte ai nostri occhi passando attraverso l’Italia e arriva alla Germania di Bach in modo consequenziale, quasi come un passaggio di consegne (sono note le innumerevoli trascrizioni che Bach fece di Vivaldi).

Chiudono con un bis cembalo e violino, in do minore, Bach, Sonata BWV 1017 n. 4.

Arrivederci al prossimo anno!

ErosAntEros portano a teatro la rivoluzione del ’68

Portano in scena la rivoluzione del ’68 e l’antagonismo dei giorni nostri con uno spettacolo potente intitolato Vogliamo tutto! I momenti caldi della storia li appassionano da anni: ricordiamo ad esempio 1917 (il cui perno musicale era il Quartetto op. 110 di Dmitrij Šostakovič), andato in scena al Ravenna Festival in occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre e Sulla difficoltà di dire la verità, la lettura-concerto da Bertolt Brecht, nata nel 2014. Sono ErosAntEros, il duo di attori con base a Ravenna, Davide Sacco e Agata Tomsic. Li abbiamo incontrati.

BS: Iniziamo da una curiosità: come si dividono i ruoli all’interno di ErosAntEros?

Davide: Agata è in scena, svolge il ruolo di “dramaturg” e attrice, mentre io sono alla regia. In Vogliamo tutto! quando Valter Malosti (Direttore della Fondazione TPE) ci ha proposto di realizzare uno spettacolo sul ʼ68 abbiamo scelto di evitare operazioni di tipo commemorativo e deciso di lavorare su quegli anni, mettendo a reagire il materiale originale di quel periodo incandescente con quello degli anni che stiamo vivendo noi, in questo momento.

 Andrea Macchia [Torino, Polo del ‘900, novembre 2018] © Tutti i diritti riservati

BS: Lo spettacolo è una produzione TPE – Teatro Piemonte Europa e ha avuto il suo debutto al Polo del ʼ900 di Torino: qual è stato il ruolo del Polo? Dove avete trovato i documenti che costituiscono l’ossatura di Vogliamo tutto!?

Agata: Per costruire lo spettacolo, prima abbiamo dovuto lavorare alla stesura del testo: nel farlo abbiamo studiato sui libri; il Polo del ʼ900 ci ha accompagnati in questo percorso mettendoci in contatto con alcuni protagonisti del ʼ68, specialmente torinese (come Guido Viale), ospitando un incontro pubblico e la prima. Poi, ErosAntEros ha ampliato la prospettiva ad altre città italiane e un poco anche al panorama internazionale. Vista la complessità dell’argomento, dopo l’iniziale fase di studio durata diversi mesi – vogliamo prima di tutto approfondire la conoscenza delle fonti perché ci interessa sapere come sono andate davvero le cose – è stato facile appassionarsi, ma per un certo tempo ci ha anche fatto paura: il materiale era davvero tanto. Abbiamo poi trovato la nostra strada, costruito un percorso, io e Davide, insieme, condividendo materiale, idee, e tutta la ricerca dall’inizio alla fine. Abbiamo poi deciso di confrontare i materiali del ʼ67-ʼ68 con alcune testimonianze di venti/trentenni di oggi che hanno quindi la stessa età dei protagonisti di allora. Su delle precise domande, poste sia agli uni che agli altri, abbiamo infine messo a confronto le loro testimonianze.

Davide: In sostanza, in parte il lavoro è frutto di interviste dei protagonisti “storici”, in parte è lavoro diretto sulla documentazione, come ad esempio il libro di Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo (prima edizione Giunti, 1988, NdA).

BS: C’è un corto circuito fra le esperienze dei venti/trentenni d’oggi e quelle dei loro coetanei di un tempo, oppure no? O sono esperienze che corrono in parallelo? La domanda è motivata da un momento che mi è restato impresso: la feroce critica socio-economica dello sconcio sistema universitario (un tempo il ricatto dell’assistentato gratuito, oggi “se non hai i soldi non fai carriera”) realizzata usando fonti d’epoca bombardate con lo stile televisivo del format Chi vuol essere milionario? In quel caso, i piani temporali oggi/ieri sembrano persino, volutamente, un po’ confondersi…

Davide: Agata ha costruito un testo fatto unicamente da parole autentiche dei protagonisti. Noi non abbiamo fatto altro che realizzare il montaggio di diversi elementi: i video d’archivio dei momenti di cui si parla (realizzati con Antropotopia) e quelli di alcuni eventi degli ultimi anni messi in relazione coi primi attraverso un montaggio ad hoc, per farli reagire; il primo piano di Agata è sempre intrecciato a questi materiali (uno dei primi oggetti di scena che vediamo insieme al megafono è infatti un selfie-stick, NdA). Una scelta deliberata perché un elemento che accomuna tutti i protagonisti della lotta, di qualsiasi area politica, è la moltitudine: erano sempre tanti, molti corpi assieme. Invece nella nostra generazione (Davide ha 40 anni, NdA), fino ad arrivare ai ventenni intervistati, si è pochi individui, isolati. E soprattutto sempre mediati, da computer, cellulare, social: Agata è una figura in scena che si rivolge al pubblico anche parlando a un cellulare, guardando in camera, in questo modo la sua immagine arriva agli spettatori mediata dalla proiezione video. Sul piano video le testimonianze di oggi sono fondamentali. Sul piano sonoro indispensabile è stata la ricerca delle canzoni di lotta del passato e del presente.

Agata: Sono stati gli stessi attivisti a segnalarci date e luoghi per loro significativi; si trova materiale nei gruppi indipendenti sul web che organizzano le manifestazioni e le documentano, i video sono visibili su YouTube.

BS: Prima Vogliamo Tutto! è stato in residenza al Santarcangelo Festival, Masque Teatro di Forlì, Ravenna Teatro, poi ha debuttato al Polo del ʼ900, poi si è spostato ancora nell’ambito di Ogni casa è un teatro a Castrignano dei Greci (Lecce), e ancora al Théâtre National du Luxembourg. Come ha reagito il pubblico allo spettacolo?

Agata: La reazione è sempre diversa e cambia molto a seconda dei luoghi: a Torino abbiamo sentito il pubblico in sala sussultare, cambiare il ritmo del respiro, in momenti ancora particolarmente vivi nella memoria locale, come le lotte operai di fronte alla FIAT; in altri luoghi non eravamo sicuri della reazione, come nel “teatro delle case” in Salento, in un paesino di quattromila abitanti. Ora, un conto è fare uno spettacolo forte, anche dal punto di vista anche acustico-sonoro, in una sala teatrale a Torino, un altro conto è farlo in un salotto. Ci siamo chiesti come avrebbe reagito il padrone di casa! Molte persone invece qui si sono fermate per un confronto dopo lo spettacolo: in particolare, una signora ci ha raccontato dei picchetti quotidiani di fronte alla fabbrica dove lavorava a Lecce, esprimendo il desiderio che lo spettacolo arrivi soprattutto alle nuove generazioni.

Al Théâtre National du Luxembourg a fine aprile 2019 abbiamo fatto due repliche dello spettacolo, la seconda è stata introdotta da una tavola rotonda sui movimenti internazionali del 1968 e sulle loro conseguenze che ha coinvolto, tra gli altri, l’attivista lussemburghese, DiEM25, Brice Montagne, e Robert Soisson, caricaturista e psicologo. Per quel pubblico è stato importante attingere a un patrimonio di esperienze oltreconfine, essendo il loro punto di riferimento quasi unicamente il maggio francese, non conoscevano alcuni fatti della storia italiana (come il Capodanno alla Bussola o Piazza Fontana, o i fatti di Avola).

BS: Che cosa vi augurate per questo vostro spettacolo, in futuro?

Davide: Sul futuro degli spettacoli sono sempre realista (o pessimista, come preferisci). Il sistema teatrale italiano è devastato da una normativa terrificante che consente agli spettacoli di girare solo come “scambi” fra istituzioni; seriamente, non sarebbe realistico augurarsi di fare una tournée. Le programmazioni ahimè sono già fatte prima del debutto degli spettacoli. Nell’immediato futuro comunque saremo a Bologna (Teatro Arena del Sole / ERT) nel marzo 2020 con una settimana di repliche e a Milano, Teatro I, una compagnia indipendente, fondata da Renzo Martinelli e Federica Fracassi.

Agata: Mi auguro che vedano lo spettacolo quei ragazzi di oggi che forse percepiscono il teatro come qualcosa di istituzionale e lontano, visto che in realtà parla delle loro vite. Spesso è arduo parlare di quel periodo senza che la discussione venga strumentalizzata dall’opinione pubblica. Lo spettacolo può essere anche un tassello per capire meglio gli antefatti degli anni ʼ70. E, infine, mi piacerebbe dare spazio e voce ai militanti, che fanno un lavoro sul territorio il quale spesso non ha visibilità, o che ce l’ha solo quando si può parlarne in senso negativo.

BS: C’è un’ultima novità che riguarda Vogliamo tutto!

Agata: Certo! Il prossimo 21 luglio saremo al Festival Teatrale di Resistenza di Gattatico (Reggio Emilia) all’Istituto Alcide Cervi che mette in scena sette spettacoli di teatro civile provenienti da tutta Italia.

BS: Cosa avete in cantiere?

Davide: Stiamo lavorando al progetto Confini, che debutterà nel luglio 2020. All’interno di questo percorso, c’è Sconcerto per i diritti, uno spettacolo più piccolo che andrà in scena a ottobre, a Scandicci, dove abbiamo vinto un bando di residenza per il Teatro Nazionale della Toscana, in scena ci saranno Agata Tomsic e Silvia Pasello. Ci sarà poi un focus al Centro di Promozione teatrale La Soffitta, Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, dove terremo un laboratorio di tre giorni e porteremo due repliche dello Sconcerto.

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Correre con Beethoven

Quando cominciò la mia passione podistica iniziai a collaborare con gli amici di Runlovers scrivendo di musica in modo diverso dal solito e per un pubblico di curiosi. Ascoltando da sempre musica classica, amando scrivere e correre, è stato facile unire le tre passioni.

Beethoven, santo patrono dei runners

Iniziare a correre è stato un po’ come smettere di fumare: non sai mai qual è la volta buona.

Un giorno fatidico, uscita col fedele lettore mp3, con la musica del cuore, in tenuta da bici, mi sono fermata in un posto che amo e ho pensato:

“Oggi provo a correre”

Avevo bisogno del ritmo giusto. Da sempre sono di ferma fede beethoveniana.

Beethoven è il santo patrono dei runner. Perché?

  1. Avete presente la Quinta Sinfonia? Ta-ta-ta-taaaa, Ta-ta-ta-taaa. Da un impulso ritmico Beethoven costruisce un mondo intero.
  2. Una delle metafore con cui più spesso è stato descritto Beethoven è quella del Titano o Promèteo, anche per questo motivo.

Allegro molto

Non appena il quarto movimento, “Allegro molto”, del Quartetto op. 59 n. 3, è partito nelle mie orecchie, mi sono convinta. Beethoven sarebbe stato perfetto non solo nella mia vita quotidiana, ma sempre, anche mentre correvo.

Quando ho avuto un po’ più di fiato ho ascoltato il quartetto per intero. Per la prima volta, correndo. Il mio lettore mp3 mescolava i movimenti, un po’ a caso, così:

III. Menuetto. Grazioso – Trio

Oggi, anche se vado un po’ più lontano di quel primo fatidico giorno, questo quartetto conserva sempre un suo speciale equilibrio, una durata, un “tutto” perfetto. Anche per correre.

Questo è il primo movimento, i primi 11′ d’inebriante bellezza. Di distillata, purissima fatica prima di correre… via, sotto la doccia.

I. Introduzione. Andante con moto – Allegro vivace

Il tema intonato dal primo violino (1’33”) funziona come un mantra. Mi concentro su quella frase. La osservo modificarsi come un fiore che cresce ripreso all’acceleratore.

 

Via la fatica.

Ci siamo solo io e Beethoven che grida:

“Muß es sein?” “Es muß sein!”

 

Scegliere ottimi interpreti:

Il Tokio è tra i miei quartetti preferiti. Amo l’Alban Berg che vedete nei video sopra e, tra gli italiani, tenete sempre d’occhio il Quartetto di Cremona.

c.v.d.

In Colorado esiste una gara intitolata “Beat Beethoven“: si corre sulle note della Quinta Sinfonia e l’obiettivo è arrivare prima che la sinfonia finisca…

Riconoscere il talento: G. Albert Aurier su Vincent van Gogh

G. Albert Aurier fu il primo critico a riconoscere pubblicamente il talento di Vincent van Gogh. Nel gennaio del 1890 scrisse scrisse un profilo ispirato e vibrante sul Mercure de France.

A volte, anche nel 2019, mi meraviglio di come – avendo gli strumenti per farlo – si possa a portata di click leggere queste meraviglie: grazie a Gallica.

C’è anche la risposta di Vincent van Gogh:

[C]her Monsieur Aurier,Merci beaucoup de votre article dans le Mercure de France,1 lequel m’a beaucoup surpris. Je l’aime beaucoup comme oeuvre d’art en soi, je trouve que vous faites de la couleur avec vos paroles; enfin dans votre article je retrouve mes toiles mais meilleures qu’elles ne le sont en réalité, plus riches, plus significatives.

Di cui possiamo anche leggere il facsimile.

Una storia della musica in due copertine

Tra la prima copertina della Breve storia della musica di Massimo Mila, apparso per i tipi dell’editore Bianchi Giovini, Milano, 1946. bross. edit. pp. 356, 8°. Prima Edizione nella collana “Cultura” n. 3

e la sua ultima edizione, Einaudi 2014, collana ET Saggi pp. 488, sono trascorsi cronologicamente 68 anni, ma parecchie ere geologiche sia a livello grafico sia a livello della consapevolezza della disciplina (la storia della musica sembra ahimè inghiottita dalla musicologia). Il testo, al suo interno, non credo sia cambiato altrettanto.

Il fatto che questa Storia sia ancora in circolazione fa riflettere, almeno in due modi. La vitalità di un’opera è benvenuta, ma ci si chiede anche quali e quante posizioni critiche siano oggi superate e quanto e se, in effetti, di questo testo venga consigliata una lettura critica (nessuno crede che un’opera del 1946 possa essere letta senza molte precisazioni nel 2019).

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Musica per gli occhi, note grafiche

E se la lettura non dovesse essere condivisa?

Lettura come generosa condivisione delle emozioni

L’atto della lettura è profondamente solitario. Esclude il lettore dal resto della stanza; suggella l’intera sua coscienza dietro le labbra immobili. I libri amati sono la compagnia necessaria e sufficiente di chi è solo. Chiudono la porta alle altre presenze, nel fanno degli intrusi; in breve, colui che reclama il silenzio per leggere difende accanitamente la sua privacy. Ma proprio questi sono i tratti di sensibilità che oggi vengono guardati con maggior sospetto.

La tendenza attuale del sentimento comune punta insistentemente verso la socievolezza, verso una generosa condivisione delle emozioni. Il “great good place” dei sogni ufficialmente riconosciuti è un luogo dove si sta insieme. La violenta tesaurizzazione di emozioni nel chiuso silenzio della lettura è ormai cosa superata.


George Steiner, Domani, settembre 1970-gennaio 1971, in:

Nel castello di Barbablù, Garzanti, p. 110.


THUCYDIDE, Histoire de la guerre du Péloponnèse, trad. franç de Claude de Seyssel,
via jessehurlbut.net

“La lettura è l’incontro di una parola senza suono con un destinatario senza voce, in perfetta solitudine” (Pozzi, Tacet). Magari.

— Stefano Bartezzaghi (@SBartezzaghi) su Twitter, 11.12.2013

 

Lettura come conversazione

Un romanzo o una poesia non è un monologo, bensì una conversazione tra uno scrittore e un lettore: una conversazione, ripeto, del tutto privata, che esclude tutti gli altri — un atto, se si vuole, di reciproca misantropia. E nel momento in cui questa conversazione avviene lo scrittore è uguale al lettore, come del resto viceversa, e non importa che lo scrittore sia o meno grande. Questa uguaglianza è l’uguaglianza della coscienza.

Un romanzo o una poesia non è un monologo, bensì una conversazione tra uno scrittore e un lettore: una conversazione, ripeto, del tutto privata, che esclude tutti gli altri — un atto, se si vuole, di reciproca misantropia. E nel momento in cui questa conversazione avviene lo scrittore è uguale al lettore, come del resto viceversa, e non importa che lo scrittore sia o meno grande.

Questa uguaglianza è l’uguaglianza della coscienza.

Iosif Brodskij, Dall’esilio, pp. 50-51.

Tempo di lettura

Secondo il romanziere e critico Tim Parks la mente moderna “tende eccessivamente alla comunicazione. Non è solo il fatto di essere interrotti: è che tendiamo all’interruzione”.

Per immergersi a fondo nella lettura non occorre solo tempo, ma un tipo speciale di tempo che non si ottiene semplicemente diventando più efficienti.


Da: Trovare il tempo per leggere, Internazionale, 7.4.2015

Il lettore deve (?)…

E le lettrici e i lettori? Appunti (la rubrica di FNall) in questi anni li ha visti oggetto di continui assalti, soprattutto mirati a demolirne una delle caratteristiche che era stata loro propria per qualche secolo: la solitudine. Ostracizzata come non mai da qualunque venditore, sia esso un proprietario di un social network o un produttore di saponette, la solitudine è sradicata dallo statuto di lettore per annichilirne ogni residuo di indipendenza e disfunzionalità ai fini del guadagno. 

Chi legge: deve contribuire, deve condividere, deve esprimersi, deve sostenere, deve cedere gusti, opinioni, abitudini, idiosincrasie, senza che nulla gli venga dato in cambio.

Federico Novaro su FNall

Come si legge sul web?

Non si legge, secondo Jakob Nielsen.

Citato dal blog Il Mestiere di scrivere dLuisa Carrada

Last, but not least

1. Consigli ai giovani. Andrei Tarkovsky

2. Consigli ai giovani. Glenn Gould

Siate soli, restate in quello stato di grazia che è la solitudine.

Glenn Gould, parafrasato da M. Schneider, a sua volta da me citato in: Ritiro dalle scene, fuga per quartetto vocale, radio contrappuntistica: fugue e escape in Glenn Gould, p. 187

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