Anselma Dell’Olio sullo schermo a colloquio con lo spirito di Federico Fellini

Dopo aver visto il documentario Fellini degli spiriti, un film corale appena andato nei cinema che racconta il regista attraverso chi lo ha conosciuto e per mezzo dei suoi visionari disegni e film, ho telefonato a Selma Jean Dell’Olio, più nota come Anselma. Non l’avevo mai sentita prima, ma è stato come se l’avessi conosciuta da sempre.

Anselma: Che ti è parso, allora, del film?

Benedetta: È stato magnifico. Prima ne avevo sentito parlare su Radio3 (sono un’abituale ascoltatrice di “Hollywood Party”) e poi me ne hanno consigliato perentoriamente la visione – “devi assolutamente andare a vederlo” – una strana esperienza: il primo film che ho visto post pandemia in un cinema al chiuso.

Fellini era morto da poco (Roma, 31 ottobre 1993) quando ero ragazza e si parlava moltissimo di lui, alla televisione, sui giornali… Il suo cinema mi stupiva… (La dolce vitaProva d’orchestra), trovavo i suoi lavori complicati e affascinanti. Fellini rientra nella mia vita a fasi alterne: è un caso? Di recente complice il Covid che ci ha chiusi in casa, ho avuto modo di ripensarci meglio, rivedendo qualche suo lavoro…

A.  I film di Federico sono stratificati, profondi, e quindi ogni volta ci trovi qualcosa di nuovo. Ho iniziato il lavoro su questo documentario con il proposito di vederli e rivederli tutti i suoi film, ventitré e mezzo (NdA: Alberto Lattuada co-diresse Luci del varietà). Non sapevo ancora di quali film avrei avuto i diritti: una questione tecnica abbastanza complicata (è stato doloroso, ad esempio, rinunciare ad alcuni di questi, ma va bene così, resterebbero altri dieci film da fare su Fellini)… e comunque i film, al di là dei diritti concessi o meno, li avrei di certo rivisti tutti, non si finisce mai di scoprirne i tesori…

Credit: Ronald Grant / Federico Fellini e Giulietta Masina

B. Mi fermo sempre in sala fino all’ultimo momento per abitudine e ho avuto spesso occasione di lavorare ai diritti di riproduzione delle immagini in ambito editoriale, quindi sono particolarmente sensibile a quei tipi di lavori rognosi che non vede nessuno, ma che sono fondamentale per la buona riuscita di un’opera. Dai credits mi era parso di capire che anche questo aspetto avesse richiesto un particolare impegno… ogni opera è sempre un lavoro di squadra…

A. I diritti internazionali sono complicatissimi. Interi continenti pongono difficoltà, ad esempio quelli de il Bidone mi hanno dato parecchio filo da torcere… la Rai, come sai, ha coprodotto il film, e se non ci sono tutti i diritti di tutti i paesi, non lo accettano. Per ogni paese c’è un discorso a sé… Qui ho avuto il sostegno della Mad Entertainment di Napoli (Luciano Stella e Maria Carolina Terzi). Maria Carolina è quella che ha seguito più da vicino il mio film e che ha dovuto sostenere la rogna infinita di inseguire gli aventi diritto.

(Immaginate i rumori di fondo: supera un trattore, mentre Anselma sta camminando in campagna)…
Comunque: non esiste un film di Federico meno valido dell’altro, nemmeno uno, anche quelli che al momento della prima visione mi avevano lasciata perplessa.

B. Tipo?

A. Tipo Giulietta degli spiriti o La voce della luna… ero troppo giovane.  Ti devo dire la verità, alcuni non li avevo capiti. E non sono l’unica, nemmeno tra i cosiddetti “specialisti.”

B. Sai, il mio migliore amico Leonardo ed io viviamo in città diverse e, senza dircelo, abbiamo entrambi guardato opere di Fellini in questo periodo. Proprio l’altro giorno lui mi ha parlato della visionarietà de La voce della luna (e dell’inquietante profezia su Silvio Berlusconi), invitandomi a guardarlo con occhi nuovi, mentre io gli raccontavo della tragicità del Casanova

A. Strano e non facile, Casanova, un capolavoro assoluto. Un film molto drammatico. Lo sai bene, ogni artista mette se stesso sullo schermo, questo è l’arte. Tutto viene filtrato attraverso la sensibilità dell’artista, quindi lui o lei mettono se stessi nella loro arte, nella loro interpretazione del mondo. E quindi è un film profondo e sconvolgente allo stesso tempo, parla anche – anzi, sempre – di sé Fellini… La voce della luna è stato un film incompreso da quasi tutti all’epoca. Invece è il maestoso addio – o meglio “arrivederci” – di Federico.

B. Inquietante lo è anche musicalmente. Se uno ascoltasse soltanto la colonna sonora (già solo per la scelta inconsueta della glass harmonica e l’arpa, il canto ossessionante dell’automa) capirebbe perfettamente che è tagliata su misura di un personaggio drammatico (non diversamente accade nel Don Giovanni)… e si intuirebbe assai del film, senza ascoltare nemmeno un dialogo o vedere un’immagine…

A. La musica è in effetti assolutamente sconvolgente. Musica che Federico poteva ascoltare solo per lavoro…

B. E poi c’è l’oboista misterioso de La voce della luna che dice: “è proprio da quelle pause e da quegli intervalli che entrano i fantasmi!”…

(a 3’15’’) c’è quella scena celebre che hai voluto inserire anche nel tuo film.

Quest’estate (in occasione dell’Omaggio a Fellini dell’Italian Jazz Orchestra) ho letto quella celebre citazione:

La musica mi turba, preferisco non sentirla, è una specie di invasione, di possessione, qualche cosa che entra dentro di me e mi assorbe e mi prende completamente.

Federico Fellini

A. Eppure la capisco, eccome. Coglie davvero il punto! Ci incontrammo ai tempi di Ginger e Fred. Ci siamo conosciuti, abbiamo iniziato a lavorare assieme e, poi, per la prima volta siamo andati a pranzo. Da sempre odio la musica nei ristoranti, negli ascensori, insomma la musica d’ambiente.

B. In effetti, che fastidio.

A. Allora: la prima cosa che fece Fellini, a quel tempo, fu quella di andare dal proprietario e dirgli: “Avete un così bel ristorante, perché volete rovinarlo con questa musica da falegnameria?” e così mi sono innamorata.

La musica sempre ti impone un mood che non sempre vuoi. “La musica – come dice l’oboista Sim – fa di te quel ciò che vuole: come puoi difenderti da qualcosa che promette, promette, e non mantiene mai, mai?”

B. Difficile difendersi dalla musica. L’udito è un senso delicato, molto esposto. Puoi chiuderti gli occhi e la bocca, tapparti il naso, ma le orecchie? Si avrebbe bisogno dei tappi…

A. E neanche con quelli si attutisce del tutto. Quella fu comunque una convalida: non avevo trovato nessuno prima di allora che avesse questa sensibilità alla musica identica alla mia, mi sembrava non ci fosse nessuno d’accordo con questo sentire. Ma è anche rispetto per la cosa in sé: Fellini diceva che la musica è umana, ma anche sovrumana. E’ la più misteriosa delle arti. Non la si deve, non la si può sprecare.

B. Per alcuni è la chiave per accedere a un mondo spirituale, oltremondano…

A. È esattamente questo. Fellini spesso rifletteva: “Non capisco le persone che non si interrogano sul mistero. Come si fa?” La vita ne è piena. Sono diversi quelli che non hanno a che fare col mistero, ognuno a suo modo, gli atei, i positivisti, i nichilisti, soprattutto tra gli intellettuali. “Come ti poni di fronte al mistero” era forse la sua domanda più frequente. E gli altri, tacevano. Non avevano risposte. Erano solo in grave imbarazzo.

B. Ho avuto l’impressione, quando l’ho visto nel tuo film affianco al pianoforte di Rota, che Fellini gli avesse appaltato una parte della sua creatività…

A. Mmm, non era proprio così. C’era un rapporto tra i due assolutamente speciale. Mistico, direi. Karmico. Per me si sono conosciuti in un’altra vita. Come sostiene (Gianfranco) Angelucci nel film, Rota non era solo la sua anima musicale, un fatto abbastanza semplice, ma era quello che traduceva in un altro linguaggio il suo linguaggio visivo. Fellini diceva: “Capisco i miei film quando ascolto la musica di Rota”. Sai che faceva di preciso Nino Rota?

B. No!

A. Il compositore di solito è chiamato a vedere le “giornaliere”, prima ancora del montaggio, per captare il mood. Ora, quando Fellini faceva vedere a Rota il girato, appena si spegneva la luce, Rota si addormentava; appena finite si svegliava, andava al pianoforte e componeva…

B. Wow.

A. Sembrava entrasse in trance. Era un rapporto molto particolare, iconic, come dice (Damien) Chazelle nel mio film. Era tutto, a ben pensarci, molto particolare con Fellini… non c’era niente di normale, di ordinario.

B. Lo si capisce dalle parole di chi hai intervistato nel tuo film. Sono stati ben selezionati, ognuno con la sua precisa individualità. Come li hai scelti?

A. Quando lavoravo con lui, i più intimi li ho conosciuti bene e siamo rimasti amici, soprattutto con Fiammetta (Profili) e Filippo (Ascione). Con Leonetta (Bentivoglio) ci siamo conosciute all’epoca, ma poi perse un po’ di vista; ma certo l’ho chiamata per il bel rapporto profondo che sapevo aveva avuto con Federico. Me lo sentivo che prima o poi sarebbe tornata, sai come sono queste cose a volte… poi c’è il gruppo degli esperti, degli studiosi, persone che io stimo, come Andrea Minuz o Gian Luca Farinelli, o Philippe Le Guay, il regista de Le donne del sesto piano, che mi ha insistito che intervistassi Aldo Tassone. il quale ha appena pubblicato un poderoso libro su Fellini (Fellini 23 1/2. Tutti i film, Cineteca di Bologna).

Ho intervistato 35 persone, 25 sono nel film.

B. Ecco, questo fa del film un lavoro corale. Come attraverso un caleidoscopio vedi il soggetto attraverso lo sguardo di ognuno degli intervistati…

A. Io non facevo domande “normali”… li dovevo stimolare a pensieri e ricordi altri…più sfuggenti ai più.

B. Ed è giusto che sia così. Perché far domande normali sui film di Fellini?

A. Ho fatto molte interviste, e spesso molto lunghe, per scavare. Quando Proietti ha finito la sua, alla fine ha detto (imita il suo romanesco): “Me sembra d’aver scritto un saggio”, sai com’è lui, molto simpatico, icastico.

B. Sì, ho visto di recente, per caso, grazie a una segnalazione dell’amico compositore Mario Totaro, un documentario sulla sonorizzazione di Casanova

E poi c’è tutta la storia di Rol… ognuno conosce il rapporto di Fellini con lui, ma tu hai saputo scavare a lungo, mi sembra…

A. Rol si è preso un po’ la scena, ho così dovuto tagliare almeno venti minuti di girato e, alla fine, ci ho riflettuto e mi son detta c’è molto materiale magnifico.

Il mio prossimo film lo farò di su di lui…

B. Cosa succederà ora a Fellini degli spiriti che doveva andare a Cannes (il festival però non è stato programmato)? Il cinema ha ancora difficoltà a reingranare dopo la pandemia…

A. Per un accordo ad hoc di tutti i festival di cinema, si vedrà in parecchi altri. Recentemente è già stato programmato a Bologna da Gianluca Farinelli per il festival “Il cinema ritrovato”. Normalmente all’uscita di un film segue un periodo di viaggi per presentarlo in giro per il mondo. Fellini degli spiriti approderà quindi a Lione dal 10 al 18 ottobre al Festival Lumière di cinema classico 2020 insieme con tutta la Selezione Ufficiale di Cannes Classiques. E’ diretto, il Lumière, da Thierry Frémaux, lo stesso direttore artistico del Festival di Cannes.

B. In bocca al lupo!

S. Crepi!

Una chiacchierata con Filippo Gorini

L’exploit di Filippo Gorini nel mondo della musica è avvenuto con la vittoria della celebre International Telekom Beethoven Competition Bonn (2015, primo premio, premio del pubblico e premio Beethoven-Haus), cui seguì l’incisione nel 2017 delle Variazioni Diabelli pubblicate per Alpha Classics.

Sospettando una comune affinità elettiva beethoveniana, lo incontro a Ravenna in occasione del suo recital alla Rocca Brancaleone, in una chiacchierata informale che nasce come proseguo di una conversazione svoltasi su Facebook con Alexander Lonquich e da quella prende le mosse.

Tuoi modelli di riferimento nell’interpretazione pianistica? Quali sono?

Più passa il tempo, più allargo il mio orizzonte di ascolto e la scelta degli interpreti da cui traggo ispirazione. Fondamentali per me: Pollini, sono letteralmente cresciuto ascoltandolo, Brendel, e per altri versi Richter e Edwin Fischer.

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ErosAntEros portano a teatro la rivoluzione del ’68

Portano in scena la rivoluzione del ’68 e l’antagonismo dei giorni nostri con uno spettacolo potente intitolato Vogliamo tutto! I momenti caldi della storia li appassionano da anni: ricordiamo ad esempio 1917 (il cui perno musicale era il Quartetto op. 110 di Dmitrij Šostakovič), andato in scena al Ravenna Festival in occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre e Sulla difficoltà di dire la verità, la lettura-concerto da Bertolt Brecht, nata nel 2014. Sono ErosAntEros, il duo di attori con base a Ravenna, Davide Sacco e Agata Tomsic. Li abbiamo incontrati.

BS: Iniziamo da una curiosità: come si dividono i ruoli all’interno di ErosAntEros?

Davide: Agata è in scena, svolge il ruolo di “dramaturg” e attrice, mentre io sono alla regia. In Vogliamo tutto! quando Valter Malosti (Direttore della Fondazione TPE) ci ha proposto di realizzare uno spettacolo sul ʼ68 abbiamo scelto di evitare operazioni di tipo commemorativo e deciso di lavorare su quegli anni, mettendo a reagire il materiale originale di quel periodo incandescente con quello degli anni che stiamo vivendo noi, in questo momento.

 Andrea Macchia [Torino, Polo del ‘900, novembre 2018] © Tutti i diritti riservati

BS: Lo spettacolo è una produzione TPE – Teatro Piemonte Europa e ha avuto il suo debutto al Polo del ʼ900 di Torino: qual è stato il ruolo del Polo? Dove avete trovato i documenti che costituiscono l’ossatura di Vogliamo tutto!?

Agata: Per costruire lo spettacolo, prima abbiamo dovuto lavorare alla stesura del testo: nel farlo abbiamo studiato sui libri; il Polo del ʼ900 ci ha accompagnati in questo percorso mettendoci in contatto con alcuni protagonisti del ʼ68, specialmente torinese (come Guido Viale), ospitando un incontro pubblico e la prima. Poi, ErosAntEros ha ampliato la prospettiva ad altre città italiane e un poco anche al panorama internazionale. Vista la complessità dell’argomento, dopo l’iniziale fase di studio durata diversi mesi – vogliamo prima di tutto approfondire la conoscenza delle fonti perché ci interessa sapere come sono andate davvero le cose – è stato facile appassionarsi, ma per un certo tempo ci ha anche fatto paura: il materiale era davvero tanto. Abbiamo poi trovato la nostra strada, costruito un percorso, io e Davide, insieme, condividendo materiale, idee, e tutta la ricerca dall’inizio alla fine. Abbiamo poi deciso di confrontare i materiali del ʼ67-ʼ68 con alcune testimonianze di venti/trentenni di oggi che hanno quindi la stessa età dei protagonisti di allora. Su delle precise domande, poste sia agli uni che agli altri, abbiamo infine messo a confronto le loro testimonianze.

Davide: In sostanza, in parte il lavoro è frutto di interviste dei protagonisti “storici”, in parte è lavoro diretto sulla documentazione, come ad esempio il libro di Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo (prima edizione Giunti, 1988, NdA).

BS: C’è un corto circuito fra le esperienze dei venti/trentenni d’oggi e quelle dei loro coetanei di un tempo, oppure no? O sono esperienze che corrono in parallelo? La domanda è motivata da un momento che mi è restato impresso: la feroce critica socio-economica dello sconcio sistema universitario (un tempo il ricatto dell’assistentato gratuito, oggi “se non hai i soldi non fai carriera”) realizzata usando fonti d’epoca bombardate con lo stile televisivo del format Chi vuol essere milionario? In quel caso, i piani temporali oggi/ieri sembrano persino, volutamente, un po’ confondersi…

Davide: Agata ha costruito un testo fatto unicamente da parole autentiche dei protagonisti. Noi non abbiamo fatto altro che realizzare il montaggio di diversi elementi: i video d’archivio dei momenti di cui si parla (realizzati con Antropotopia) e quelli di alcuni eventi degli ultimi anni messi in relazione coi primi attraverso un montaggio ad hoc, per farli reagire; il primo piano di Agata è sempre intrecciato a questi materiali (uno dei primi oggetti di scena che vediamo insieme al megafono è infatti un selfie-stick, NdA). Una scelta deliberata perché un elemento che accomuna tutti i protagonisti della lotta, di qualsiasi area politica, è la moltitudine: erano sempre tanti, molti corpi assieme. Invece nella nostra generazione (Davide ha 40 anni, NdA), fino ad arrivare ai ventenni intervistati, si è pochi individui, isolati. E soprattutto sempre mediati, da computer, cellulare, social: Agata è una figura in scena che si rivolge al pubblico anche parlando a un cellulare, guardando in camera, in questo modo la sua immagine arriva agli spettatori mediata dalla proiezione video. Sul piano video le testimonianze di oggi sono fondamentali. Sul piano sonoro indispensabile è stata la ricerca delle canzoni di lotta del passato e del presente.

Agata: Sono stati gli stessi attivisti a segnalarci date e luoghi per loro significativi; si trova materiale nei gruppi indipendenti sul web che organizzano le manifestazioni e le documentano, i video sono visibili su YouTube.

BS: Prima Vogliamo Tutto! è stato in residenza al Santarcangelo Festival, Masque Teatro di Forlì, Ravenna Teatro, poi ha debuttato al Polo del ʼ900, poi si è spostato ancora nell’ambito di Ogni casa è un teatro a Castrignano dei Greci (Lecce), e ancora al Théâtre National du Luxembourg. Come ha reagito il pubblico allo spettacolo?

Agata: La reazione è sempre diversa e cambia molto a seconda dei luoghi: a Torino abbiamo sentito il pubblico in sala sussultare, cambiare il ritmo del respiro, in momenti ancora particolarmente vivi nella memoria locale, come le lotte operai di fronte alla FIAT; in altri luoghi non eravamo sicuri della reazione, come nel “teatro delle case” in Salento, in un paesino di quattromila abitanti. Ora, un conto è fare uno spettacolo forte, anche dal punto di vista anche acustico-sonoro, in una sala teatrale a Torino, un altro conto è farlo in un salotto. Ci siamo chiesti come avrebbe reagito il padrone di casa! Molte persone invece qui si sono fermate per un confronto dopo lo spettacolo: in particolare, una signora ci ha raccontato dei picchetti quotidiani di fronte alla fabbrica dove lavorava a Lecce, esprimendo il desiderio che lo spettacolo arrivi soprattutto alle nuove generazioni.

Al Théâtre National du Luxembourg a fine aprile 2019 abbiamo fatto due repliche dello spettacolo, la seconda è stata introdotta da una tavola rotonda sui movimenti internazionali del 1968 e sulle loro conseguenze che ha coinvolto, tra gli altri, l’attivista lussemburghese, DiEM25, Brice Montagne, e Robert Soisson, caricaturista e psicologo. Per quel pubblico è stato importante attingere a un patrimonio di esperienze oltreconfine, essendo il loro punto di riferimento quasi unicamente il maggio francese, non conoscevano alcuni fatti della storia italiana (come il Capodanno alla Bussola o Piazza Fontana, o i fatti di Avola).

BS: Che cosa vi augurate per questo vostro spettacolo, in futuro?

Davide: Sul futuro degli spettacoli sono sempre realista (o pessimista, come preferisci). Il sistema teatrale italiano è devastato da una normativa terrificante che consente agli spettacoli di girare solo come “scambi” fra istituzioni; seriamente, non sarebbe realistico augurarsi di fare una tournée. Le programmazioni ahimè sono già fatte prima del debutto degli spettacoli. Nell’immediato futuro comunque saremo a Bologna (Teatro Arena del Sole / ERT) nel marzo 2020 con una settimana di repliche e a Milano, Teatro I, una compagnia indipendente, fondata da Renzo Martinelli e Federica Fracassi.

Agata: Mi auguro che vedano lo spettacolo quei ragazzi di oggi che forse percepiscono il teatro come qualcosa di istituzionale e lontano, visto che in realtà parla delle loro vite. Spesso è arduo parlare di quel periodo senza che la discussione venga strumentalizzata dall’opinione pubblica. Lo spettacolo può essere anche un tassello per capire meglio gli antefatti degli anni ʼ70. E, infine, mi piacerebbe dare spazio e voce ai militanti, che fanno un lavoro sul territorio il quale spesso non ha visibilità, o che ce l’ha solo quando si può parlarne in senso negativo.

BS: C’è un’ultima novità che riguarda Vogliamo tutto!

Agata: Certo! Il prossimo 21 luglio saremo al Festival Teatrale di Resistenza di Gattatico (Reggio Emilia) all’Istituto Alcide Cervi che mette in scena sette spettacoli di teatro civile provenienti da tutta Italia.

BS: Cosa avete in cantiere?

Davide: Stiamo lavorando al progetto Confini, che debutterà nel luglio 2020. All’interno di questo percorso, c’è Sconcerto per i diritti, uno spettacolo più piccolo che andrà in scena a ottobre, a Scandicci, dove abbiamo vinto un bando di residenza per il Teatro Nazionale della Toscana, in scena ci saranno Agata Tomsic e Silvia Pasello. Ci sarà poi un focus al Centro di Promozione teatrale La Soffitta, Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, dove terremo un laboratorio di tre giorni e porteremo due repliche dello Sconcerto.

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Così fan tutte torna al San Carlo di Napoli. Dialogo con Riccardo Muti

Da trentaquattro anni Riccardo Muti non dirigeva un’opera a Napoli, sua città d’elezione. Riporta ora al San Carlo il Così fan tutte di Mozart con la regia di Chiara Muti, sua figlia, con la quale aveva già collaborato in passato. L’inaugurazione della stagione era attesissima non solo per il ritorno in una città che gli è molto affezionata, ma soprattutto perché Muti non dirige opere in forma scenica dal 2015. 

La prima al San Carlo (il teatro più bello del mondo, come il direttore d’orchestra ama ripetere) ci offre l’occasione per parlare della musica di Mozart, di Napoli e dell’Italia, di fronte a uno squisito caffè. Fuori splende il sole, ma il mare è in tempesta.


Bathed in blue light, Maestro Muti heads to the stage  |
© Todd Rosenberg Photography 2017 (permission granted by the author)

B. Perché per ritornare a Napoli la scelta è caduta su Così fan tutte?

R. Offrendo la regia a Chiara che non solo è cresciuta ascoltando la musica di Mozart ma lo conosce bene anche grazie a Strehler e Ronconi, mi sembrava naturale che la scelta cadesse su quest’opera. Si tratta di una coproduzione con l’Opera di Vienna (dove la si ascolterà nel 2020, in seguito andrà a Tokyo, NdR). Il fatto che il Così fan tutte si svolga a Napoli non ha molta rilevanza: come saprà, un musicologo mi raccontò che la vicenda pare sia realmente accaduta nel distretto di Neustadt, a Vienna, e che l’ambientazione a Napoli – Neapolis sarebbe la traslitterazione di Neustadt – sia il risultato di uno spostamento geografico.

B. Quanta Napoli c’è in questa regia e in queste scene?

R. La scena non è “da cartolina”, col Vesuvio e la baia di Napoli, Sorrento, etc., nella sua concezione registica sono soprattutto i colori, il bianco e lo sfavillio del mare in lontananza, sul fondo della scena, a dar l’idea dell’ambientazione mediterranea, idealizzata. La regia suggerisce un’atmosfera, la evoca, non la descrive. Nell’opera Napoli è citata una volta sola, il Vesuvio un paio di volte.

B.  È un dramma giocoso. Prevale l’elemento drammatico oppure quello buffo?

R. Non mi pongo questo problema, se sia meglio porre l’accento sul dramma o sul giocoso. Percorro il cammino musicale badando al rapporto verticale che c’è tra musica e parola, e viceversa. A parte qualche situazione iperbolica, come la vicenda del notaio o quella del medico, situazioni surreali, smaccatamente buffe, trovo che la comicità stia soprattutto nella perfidia di Da Ponte e di Mozart che usano frasi molto innocenti dandogli un significato erotico con doppi sensi evidentemente voluti.

B. Quali sono i passi più impervi dell’opera?

R. Il terzetto “Soave sia il vento mette alla prova il direttore: se hai a disposizione dei buoni musicisti e dei cantanti capaci di afferrare il “volo” esistente in partitura, che porta da una situazione semplice, concreta, a un’altra metafisica, si può creare un momento di grande emozione. Il passo più difficile è però il “Finale”: i giochi si sono ormai rivelati, la situazione è veramente amara, senza possibilità di recupero (“Te lo credo, gioia bella, Ma la prova far non vo’”) e ognuno ha una totale sfiducia nell’altro. Mozart evidenzia, in senso negativo, a cosa possono condurre i rapporti umani. Qui, quando le due protagoniste cantano assieme, Despina si vergogna, Don Alfonso si rammarica, anche se in fondo nel suo proposito è vittorioso, esattamente in quel momento… ho come la sensazione di sentire il canto delle sirene di Ulisse nel golfo di Napoli! La tradizione tedesca sceglie un andamento scorrevole, come fosse una specie di gioco, ma non sono d’accordo con questa lettura, bisogna prestare assai attenzione ai tempi (“Ah, signor, son rea di morte”, Andante e “V’ingannai, ma fu l’inganno”, Andante con moto, NdR). 

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Doppio zero

Tra musica, creatività, iconografia e social media: un’intervista per est/ovest

Genio e sregolatezza” non è solo un modo di dire. La tendenza alla creatività, intesa come capacità di moltiplicare il proprio punto di vista e di trovare diverse soluzioni ad uno stesso problema, è stata spesso messa in relazione alla comparsa di modi di comportarsi atipici e anticonvenzionali, quando non veri e propri disturbi mentali.

EstOvest festival, che ha come tema dell’edizione 2017 gli “Spiriti musicali”, dedica il secondo appuntamento di Around EstOvest, il ciclo di incontri attorno ai contenuti musicali del festival, al tema della follia e al suo labile confine con la creatività del genio. Molti sono i casi celebri di persone creative che hanno sviluppato una serie di comportamenti stravaganti. Si va da artisti come Michelangelo o Van Gogh, a geni della matematica, come Einstein, passando ovviamente per la categoria dei musicisti tra cui forse il più celebre esempio fu Robert Schumann o, forse, Ludwig van Beethoven.

Resta da comprendere che tipo di relazione sussiste tra questi due fenomeni: si tratta di una relazione causa-effetto oppure solo di compresenza? Sono matti o malati, o entrambe le cose? Giovedì 2 ottobre 2017 ne parleranno al Bardotto, libreria bistrot di Torino, tre studiosi di varie discipline da tre punti di vista diversi: sociologico, artistico-musicale e scientifico. Sono Luca dal Pozzolo, direttore dell’Osservatorio Culturale del Piemonte, Benedetta Saglietti, musicologa e marketing manager, e Piergiorgio Testa, psichiatra, già direttore del Servizio Psicosociale ASL di Carbonia.

 

Conosciamo meglio Benedetta Saglietti che ci parlerà del perché il disturbo mentale – inteso in senso molto estensivo – abbia a che fare soprattutto con gli artisti e con i musicisti e non con altre categorie sociali.

Buongiorno Benedetta, come studiosa e ricercatrice in ambito storico e musicologico, lei è abituata a tenere conferenze in tutto il mondo. È la prima volta che le chiedono di parlare di questo argomento o è un tema già affrontato in altre sedi?

Buongiorno e grazie a EstOvest Festival per avermi dato la parola. Il tema al centro dell’incontro è da molto tempo sulla cresta dell’onda, interessa e coinvolge figure diverse, si può affrontare sotto molteplici punti di vista. Inviterò a riflettere sul significato della follia… perché mi chiedo se in alcuni casi non si tratti invece di qualcos’altro (come, ad esempio, esclusione sociale o anticonformismo). Mi piacciono gli irregolari: vengo da studi su Beethoven – che, si sa, era la quintessenza del genio e sregolatezza -, Glenn Gould e da una lunga ricerca sulla condizione sociale del musicista di lingua tedesca in epoca moderna; è la prima volta che affronto in pubblico l’argomento, anche se molte letture trasversali ai miei studi hanno per così dire preparato quest’incontro.

 

Il rapporto tra genio e creatività è un tema presente fin dall’antichità ma cosa, secondo lei, lo rende così attuale?

La creatività è una delle facoltà umane difficili da definire in modo esaustivo: il genio spesso è, a livello popolare-divulgativo, la soluzione facile per spiegarla. Oggi ancor più, cosa sia il genio, chi sia un artista, sfugge. Accade anche perché siamo un po’ stufi dell’artista iperegoico dell’Ottocento, la cui fascinazione arriva sino a oggi. Io preferisco parlare di talento, anche se pure in questo caso non sempre c’è accordo su cosa si intenda. Rubo la miglior definizione che conosca all’amico Giampiero Moretti, autore di Il genio. Origine, storia, destino (Morcelliana, 2011): “Da un lato il genius, la personalità demonico-divina la cui esistenza oltrepassa i confini del puramente umano, e dall’altro l’ingenium, il dono-talento innato nell’uomo”. Due facce della stessa medaglia eternamente al cuore della domanda che cosa sia l’arte.

 

Ha seguito altre edizioni di EstOvest: che cosa le sembra interessante di questa rassegna e, più in generale, come pensa che la musica contemporanea debba essere proposta al pubblico?

Del festival apprezzo sia la scelta musicale extra-ordinaria, il far entrare la musica in luoghi che normalmente non la prevedono (il museo Ettore Fico, l’Egizio, il Polo del Novecento, la farmacia di Porta Palazzo), in modalità strane (portandosi il cuscino da casa), anche in luoghi geograficamente distanti. Mi piacerebbe che il festival avesse una casa, un atelier, un posto dove andare anche quando il festival non c’è.

Chattavo un paio di giorni fa su Facebook col designer Riccardo Falcinelli, che afferma: “Sono gli scienziati i più bravi con la divulgazione e sono le discipline scientifiche ad averne più bisogno”. “E la musica, allora?”, ribatto io. R: “La musica classica deve essere resa accessibile, storicizzata”. “Divulgata?” chiedo. “No – mi risponde lui – si divulga ciò che non ha più pubblico.” Il pubblico c’è, lo sappiamo, ma forse ha ancora dei timori: di sentirsi fuori luogo, di pagare troppo, di non capire, di uscire deluso, di non essere abbastanza colto, di non essere vestito adeguato, di non applaudire al momento giusto. E queste paure gliele abbiamo messe noi o il contesto nel quale operiamo. Quindi: dobbiamo tendere la mano – anche perché non abbiamo molte basi su cui fare affidamento, la musica s’insegna nella scuola in modo abbastanza discontinuo e diseguale. Ed educare all’ascolto e al ri-ascolto: anche per imparare ad apprezzare un buon vino ci vuole studio, esperienza, conoscenza.

 

Lei ha un ottimo rapporto con la carta stampata: ha pubblicato saggi, libri, monografie e recensioni di argomento musicale e musicologico (alcuni anche a quattro mani con Giangiorgio Satragni) per case editrici italiane e straniere, scritto su giornali di settore e blog. Ma ci incuriosisce moltissimo anche la sua attività di digital strategist in contesti legati alla musica classica. In pratica lei un po’ scrive e un po’ twitta, volendo essere sintetici. Ci può parlare di questa sua attività?

Dallo scrivere recensioni e articoli ai social il passo è stato breve: anche lì parlo con entusiasmo di quello che amo (la musica, i libri, il mondo anglofono) o che m’interessa (l’arte, la corsa). Mi piace sfruttare al meglio ogni mezzo e quindi sono finita a studiarne per bene il funzionamento: i social, a dispetto dell’apparente uso intuitivo, richiedono una formazione continua. Ho anche la fortuna di conoscere alcuni social media manager che sono per me continua fonte di ispirazione!

Con gradualità ho cominciato a occuparmene professionalmente… è stato abbastanza naturale, devo dire. Sono a mio agio con gli argomenti di casa in un festival o in un teatro, ed è più facile parlare di cosa si conosce: ovviamente essere la voce di un’istituzione non è la stessa cosa che usare i social per il proprio profilo personale, i registri sono diversi e bisogna conoscersi per poi trovare insieme il tono di voce che il committente vorrebbe avere. Oggi ho la fortuna di lavorare in una realtà che funziona bene e con persone entusiaste del loro lavoro e che sanno entusiasmare il loro pubblico… non credo ci possa essere maggiore soddisfazione professionale.

 

La tecnologia è oggi al servizio della ricerca in ogni campo. Internet ha permesso agli studiosi di fare cose inimmaginabili, aprendo ogni confine alla conoscenza. Ma secondo lei ci sono anche dei rischi connessi a questo cosmopolitismo culturale oppure solo benefici?

L’unico rischio che vedo, intrinseco perché il pubblico si è enormemente allargato, è che a volte si tende alla semplificazione. Ma questo è connaturato all’espansione della platea: se parli potenzialmente a tutti, devi far in modo che tutti ti capiscano. Questa è una bella sfida! Non posso che plaudire invece alla digitalizzazione in ambito culturale (ad esempio avere scansioni di libri e manoscritti disponibili a portata di clic).

 

Tra i suoi interessi, oltre alla musica, ci sono anche le arti figurative. In particolare la sua tesi di laurea “Beethoven, ritratti e immagini” è stata premiata dalla De Sono e pubblicata dalla EDT nel 2010. Da qui poi sono nate occasioni di riconoscimento culturale. infatti è stata invitata a contribuire alla mostra Ludwig van. Le mythe Beethoven (2016-2017) organizzata dalla Philharmonie di Parigi, il cui catalogo è edito da Gallimard. Ci può parlare di questa esperienza?

Nell’attuale iperspecializzazione del sapere accademico non è che ci siano tantissimi iconografi beethoveniani, in giro! (Ride). Devo però dire che in Italia siamo fortunatissimi: abbiamo l’epistolario tradotto da Luigi Della Croce, un sito di riferimento http://www.lvbeethoven.it e una collezione beethoveniana tutta da scoprire, a Muggia. Quando la Philharmonie ha incominciato a pensare alla mostra, il curatore, Colin Lemoine, mi ha contattato attraverso LinkedIn, chiedendomi se potevo dar loro una mano. Per me è stato un grande onore: attendevamo da più di trent’anni una mostra di questo tipo e a Parigi c’eravamo davvero tutti, sembrava una reunion della grande famiglia beethoveniana sparsa per il mondo.

Ultima domanda. A livello professionale, come abbiamo visto, lei ha raggiunto importanti risultati. Ma se in questo momento avesse una bacchetta magica per poter trasformare i desideri in realtà, che cosa chiederebbe?

Sono un po’ scaramantica e preferisco non rispondere. E se poi il mio desiderio non si avvera?

Ci vediamo il 2 novembre da Bardotto! -:)