Kökkenmöddingen / Segni sulla pietra, Italo Calvino

Osservando i marciapiedi

«Adhaesit pavimento anima mea, l’anima mia aderì al lastricato: così il Salmo 119, che Dante cita nel Purgatorio, e che tuttavia viene anche tradotto in altri modi. Aderì al lastricato per motivi vari e per breve tempo, e questo contatto non è stato del tutto inutile; è stata piuttosto una esplorazione. […] I marciapiedi della mia città (e, non ne dubito, quelli di qualsiasi altra città) sono pieni di sorprese. I più recenti sono di asfalto, e questa è una follia: più ci si inoltra sulla via dell’austerità, più appare stupido usare composti organici per camminarci sopra. Forse non è lontano il tempo in cui l’asfalto urbano verrà riesumato con le cautele che si adottano per staccare gli affreschi; verrà raccolto, classificato, idrogenato, ridistillato, per ricavarne le frazioni nobili che esso potenzialmente contiene. O forse i marciapiedi di asfalto saranno sepolti sotto nuovi strati di chissà quale altro materiale, sperabilmente meno prodigo, ed allora i futuri archeologi vi troveranno incastrati, come gli insetti del pliocene nell’ambra, i tappi-corona della Coca Cola e gli anellini a strappo della birra in lattine, ricavandone dati sulla qualità e quantità delle nostre scelte alimentari. Si ripeterà così il fenomeno che ai nostri occhi ha reso interessanti, e quindi nobili, i Kökkenmöddingen, quelle collinette fatte esclusivamente di gusci di molluschi, lische di pesce ed ossa di gabbiano che gli archeologi d’oggi scavano sulle coste della Danimarca; erano mucchi di rifiuti che crebbero lentamente, a partire da circa settemila anni fa, intorno a miseri villaggi di pescatori, ed ora sono fossili illustri. I marciapiedi più vecchi e più tipici sono invece fatti di lastroni di pietra dura, pazientemente sgrossata e scalpellata a mano. Il grado del loro logorio ne consente una grossolana datazione: le lastre più antiche sono lisce e lucide, lavorate dai passi di generazioni di pedoni, ed hanno assunto l’aspetto e la patina calda delle rocce alpine levigate dal mostruoso attrito dei ghiacciai. Dove la roccia schistosa era percorsa da una vena di quarzo, che è molto più duro della sua matrice, essa è venuta a sporgere, talvolta in misura fastidiosa per i passanti dai piedi teneri. Dove invece l’attrito è stato minore o nullo, si distingue ancora la ruvidezza originaria della pietra, e spesso i singoli colpi di scalpello: questo si vede bene lungo i muri, per una distanza di un palmo, e particolarmente bene sul lastricato che sta davanti al Palazzo Carignano; il percorso rettilineo tangente all’ingresso principale è eroso normalmente, mentre i recessi della facciata barocca albergano lastre ruvide, perché per più di tre secoli non ci è passato quasi nessuno. È stato assai più intenso il logorio del marmo, che è un materiale meno resistente: molte soglie di vecchie botteghe sono di marmo, e nel giro di pochi decenni soltanto si sono infossate profondamente. Questa erosione delle soglie è vistosa in certe chiesette o cappelle di montagna, dove per generazioni i fedeli entravano portando scarpe chiodate. Spesso non solo la soglia è logora, ma si nota inoltre, verso l’interno, una seconda zona incavata alla distanza di una cinquantina di centimetri: essa segnala il punto pressoché obbligato in cui cadeva il secondo passo. Davanti a molte porte carraie si osserva che il lastrone reca un’incisione caratteristica. Dai due stipiti partono due solchi diritti o curvilinei, divergenti fra loro; fra questi, paralleli al muro, e distanti fra loro una dozzina di centimetri, sono tracciati altri solchi, per tutta la larghezza del marciapiede. Servivano a dare appiglio alla ferratura dei cavalli da tiro, animali preistorici: quando il carro si trovava a salire lo scivolo di raccordo tra il fondo stradale e il marciapiede, le zampe posteriori del cavallo erano sottoposte al massimo sforzo, e slittavano se il lastrone era liscio. I più antichi fra questi lastroni incisi mostrano anche i segni del logorio provocato dai cerchioni e dagli zoccoli ferrati. In vari punti della citta le lastre di pietra conservano le tracce delle incursioni aeree della seconda guerra mondiale. Le lastre spezzate dalle bombe dirompenti sono state sostituite, ma sono state lasciate in sito quelle che erano state perforate dagli spezzoni incendiari. Questi ordigni erano prismi d’acciaio che venivano lanciati alla cieca dagli aerei, ed erano disegnati in modo da cadere verticalmente, con tale impeto da perforare tetti, solai e soffitti; alcuni di essi, caduti sui marciapiedi, hanno forato nettamente la pietra spessa dieci centimetri, come punzoni di trancia. È probabile che chi si prendesse la briga di sollevare i lastroni forati vi troverebbe sotto lo spezzone; due di queste forature, a pochi metri di distanza l’una dall’altra, si trovano ad esempio davanti al numero 9 bis di corso Re Umberto. Al vederle, tornano a mente le voci macabre che circolavano in tempo di guerra, di passanti che non avevano fatto a tempo a rifugiarsi, ed erano stati trafitti dalla testa ai piedi. Altri segni sono meno sinistri e più recenti. Dappertutto, ma più numerose nei tratti più frequentati, si notano sulle lastre delle macchie rotonde, del diametro di pochi centimetri, biancastre, grigie o nere. Sono gomme da masticare, incivilmente sputate a terra, e testimoniano delle eccellenti proprietà meccaniche del materiale di cui sono costituite: infatti, se non vengono rimosse (ma rimuoverle non è facile: costa tempo e fatica, oltre che ribrezzo, e lo sanno i pochi negozianti che si prendono cura di ripulire il marciapiede davanti alla loro bottega) sono praticamente indistruttibili. Il loro colore si fa sempre più scuro a mano a mano che la loro superficie assorbe polvere e terriccio, ma non scompaiono mai. Costituiscono un buon esempio di un fenomeno che si presenta spesso nella tecnica: lo sforzo che tende a rendere ottime le proprietà di resistenza e di solidità di un determinato materiale può condurre a gravi difficolta quando si tratta di eliminare il materiale medesimo dopo che ha adempiuto alle sue funzioni; ad esempio, è stato laboriosissimo demolire le fortificazioni in cemento armato della seconda guerra mondiale; è quasi impossibile distruggere il vetro e la ceramica, materiali nati per resistere ai secoli; le vernici protettive sempre più durature richieste dall’industria hanno fatto nascere una generazione di solventi e di prodotti svernicianti paurosamente aggressivi. Allo stesso modo, la richiesta di una gomma che resista, deformandosi ma senza distruggersi, al tormento della masticazione, fatto di pressione, umidità, calore ed enzimi, ha condotto ad un materiale che resiste fin troppo bene al calpestio, alla pioggia, al gelo ed al sole d’estate. Queste gomme, dalle prestazioni inutilmente buone, hanno trovato vari impieghi secondari, tutti più o meno nocivi: ed anche questo è un fatto ricorrente. Si può dire che nessuno fra gli strumenti di pace inventati dall’uomo è sfuggito al destino di essere usato nel più nocivo dei modi, e cioè come arma: forbici, martelli, falci, forconi, piccozze; perfino le corte pale da trincea, come racconta terribilmente Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale. La gomma da masticare non è stata usata come arma, ma come strumento per sabotare le macchinette annullatrici dei trasporti urbani, nei mesi più caldi della contestazione giovanile. Come ho detto, le gomme masticate si trovano dappertutto, ma ad un esame più attento si nota che esse raggiungono un massimo di densità in prossimità dei bar e dei caffè più frequentati: infatti il masticatore che vi si dirige è costretto a sputare per liberarsi la bocca. Come effetto, un forestiero non pratico della città potrebbe trovare questi locali spostandosi nel senso delle gomme più fitte, allo stesso modo con cui gli squali trovano le loro prede ferite nuotando nel senso delle concentrazioni di sangue crescenti. Accanto ad altri elementi più ovvi e triviali, sono questi i segni che si ravvisano sul lastricato quando l’anima vi aderisce come la gomma da masticare, per motivo di accidia, pigrizia o stanchezza.»

“Segni sulla pietra”, L’altrui mestiere, in Primo Levi, Opere complete, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 2016-2018, vol. II, pp. 847 – 850

tratto da qui

L’arte di perdere: cosa mi ha insegnato un mio allievo delle scuole elementari

Ho insegnato per cinque anni nella scuola primaria, o elementare, come si diceva allora. Come, prima di me, fece mio nonno, in un piccolo paese della provincia di Asti: Castagnole delle Lanze.

Attilio era un maestro eccellente e a tutto tondo. Maestro elementare e maestro di musica: direttore di coro, organista. Fatto prigioniero durante la Seconda Guerra Mondiale dagli americani, dovette combattere con e per “gli avversari”. Vide (lui, ch’era uomo di cultura), l’abbazia di Montecassino bombardata. La cultura, perire.

E, nonostante tutto, sopravvisse. Pur non sapendo cosa fosse il magistero di mio nonno fu la classe capovolta, la flipped classroom. Al centro: studentesse e studenti. La loro unicità, il loro unico, irripetibile modo di imparare e la loro storia.

Muhammad Ali al tappeto

Una mattina, nell’anno scolastico 2005/2006, in una scuola elementare d’eccellenza, dopo la consegna di un’insoddisfacente prova di scienze, uno dei miei allievi mi rimproverò di non apprezzare i suoi sforzi e “di avercela con lui”.

Aveva ragione? Non lo so – mi sembrava una mera provocazione e mi colse di sorpresa -: ma, con le sue rimostranze riuscì a farmi vedere, come insegnante, dal di fuori e a interrogarmi sul significato del mio lavoro.

Stavo facendo la cosa giusta? (Non affronto qui direttamente il tema, troppo ampio, se sia giusto o sbagliato dar voti – in numeri, o lettere, come si faceva “ai miei tempi” – a discenti di seconda elementare…).

O potevo migliorare? O, ancora, semplicemente stavo comunicando (un voto) nel modo inadatto a lui? Avevo dei pregiudizi nei suoi confronti (e anche della famiglia da cui proveniva che non lo aiutava a esser uno studente preparato)?

Glenn Gould prova e riprova la Seconda Partita di Bach – sbagliando ci si perfeziona,

A volte, concentrati solo sull’insegnamento (e sui tanti compiti burocratici che affliggono tutti gli insegnanti, delle scuole di qualsiasi ordine e grado), gli insegnanti riflettono poco su quello che stanno facendo. Lui, con la sua scenata plateale di fronte a tutta la classe – “sentiti in colpa, maestra, per come mi hai trattato! è responsabilità della mia classe sociale! dei miei problemi, di cui non ho colpa! dei miei genitori! – , mi fermò per un attimo. Un lungo, lungo attimo. Non lo stavo solo giudicando: lo stavo escludendo.

Non era solo un bambino deluso: né, il suo, certo un mero capriccio.

Di sicuro, nonostante i suoi modi violenti, colse nel segno.

Morale della favola? Non il mio disagio per essermi sentita, all’improvviso, e per la prima volta, una cattiva insegnante.

Non era l’insegnamento delle scienze. E non stavo “solo” consegnando a un allievo una prova scritta, dal mio punto di vista insoddisfacente. E non stavo neanche mettendo un freno ai capricci di uno scolaro:

in quel momento abbiamo capito, assieme, che – a volte – si perde.

Abbiamo perso insieme.

E, poi, imparato.

Ho imparato qualcosa che non dimenticherò mai.

Ovunque egli sia oggi, qualsiasi cosa faccia nella vita, gliene sarò per sempre grata.

Esempi di gente sconfitta / che sta perdendo con dignità: Stromae, tutto tranne che Formidable

Saper perdere è una delle lezioni migliori che si possono apprendere dalla vita. Non sempre te la insegnano a scuola.

Cos’ho imparato, io?

Siamo qui per cambiare. Non per segnare dei voti su un registro. A qualsiasi risultato arriverà un’allieva o un allievo stiamo facendo una strada, in parte assieme.

Quando un’allieva/allievo fallirà, il mio supporto umano resterà lo stesso. Deve restare lo stesso.

Anche grazie a questo allievo so che perdere non è per tutti.

L’arte di saper perdere è riservata solo ai migliori.

Benjamin Zander, per me grande ispirazione didattica, chiama questo il:

“regno della possibilità”.

https://www.instagram.com/libreria_scattisparsi/

per molti anni mi sono occupato di errori di ortografia: prima da scolaro, poi da maestro, poi da fabbricante di giocattoli, se mi è permesso di chiamare con questo bel nome le mie precedenti raccolte di filastrocche e di favolette. Talune di quelle filastrocche, per l’appunto dedicate agli accenti sbagliati, ai «quori» malati, alle «zeta» abbandonate, sono state accolte – troppo onore! – perfino nelle grammatiche. Questo vuol dire, dopotutto, che l’idea di giocare con gli errori non era del tutto eretica.

Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? Se si mettessero insieme le lagrime versate nei cinque continenti per colpa dell’ortografia, si otterrebbe una cascata da sfruttare per la produzione dell’energia elettrica. Ma io trovo che sarebbe un’energia troppo costosa. Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa. Questo libro è pieno di errori, è non solo di ortografia. Alcuni sono visibili a occhio nudo, altri sono nascosti come indovinelli. Alcuni sono in versi, altri in prosa. Non tutti sono errori infantili, e questo risponde assolutamente al vero: il mondo sarebbe bellissimo, se ci fossero solo i bambini a sbagliare. Tra noi padri possiamo dircelo. Ma non è male che anche i ragazzi lo sappiano. E per una volta permettete che un libro per ragazzi sia dedicato ai padri di famiglia, e anche alle madri, s’intende, e anche ai maestri di scuola: a quelli insomma che hanno la terribile responsabilità di correggere, senza sbagliare, i più piccoli e innocui errori del nostro pianeta

(Gianni Rodari)