A cosa serve una recensione?

Il fatto è che una recensione non serve a comprare un libro, non è un «consiglio per l’acquisto», neanche «il consiglio di un amico di cui ti fidi». Non serve a far leggere un libro, tanto meno a «far leggere in generale» (cosa vuole dire poi? Questa valorizzazione della lettura in sé andrebbe studiata a parte). Ho sempre pensato che una buona recensione non preceda la lettura del libro, ma la segua: la posta in gioco non è se devo o non devo leggere questo o quel libro, ma cosa fare di ciò che ho letto, come metterlo in relazione con i libri che lo precedono e con il mondo che lo seguirà.

Vita e morte della recensione, tratto da Rivista Studio

I corpi di parole di Dorella Cianci

corpi di paroleDorella Cianci

Corpi di parole.
Descrizione e fisiognomica nella cultura greca

Prefazione di Giuseppe Tognon

Edizioni Ets, Pisa 2014

Collana: Scienze dell’educazione (169)

Pagine 136

Il corpo vive nel quotidiano, ma ha bisogno delle parole per acquisire un posto nella storia.

Il denso testo di Dorella Cianci Corpi di parole, sulla descrizione e fisiognomica nella cultura greca, regala più di quanto il bel titolo prometta. È una densa incursione nel modo di pensare dei greci indagata da quattro punti di vista: la descrizione e l’interpretazione dei corpi, il loro uso metaforico, la questione morale della bellezza in rapporto alla bontà (dalla kalokagathia al fragile kalos), l’ekphrasis e, infine, Cianci affronta nel quinto capitolo la fisiognomica vera e propria, della quale è tracciato anche un breve excursus sulla fortuna che tale disciplina pseudoscientifica ebbe nella storia, fino a Friedrich Märker (L’alfabeto della fisionomia, 1927).

Il valore del libro non sta soltanto nell’esposizione chiara e articolata, ma anche nei puntuali riferimenti bibliografici e nelle letture sottintese a tutta la ricerca. Vagliandoli con attenzione si comprende come tale genere di studi, sia in senso ampio quelli classici, sia quelli più specifici relativi alla fisiognomica, godano in Italia di ottima salute: la bibliografia non è, tuttavia, limitata a ciò che è strettamente inerente l’argomento trattato, ma spazia dall’arte (e qui su tutti, torreggia Gombrich), alla pedagogia (ad esempio la Storia dell’educazione nell’antichità di Henri-Irénée Marrou), alla storia della medicina (Il libro di Metrodora).

Se l’architettura scientifica del testo appare solidissima, nondimeno i corpi – letti attraverso la letteratura greca – sono sbalzati come un bassorilievo e ci presentano dinnanzi ai nostri occhi quasi in carne ed ossa. Pensare il corpo è la scelta di dare una forma all’individuo: analizzando infatti come una cultura concettualizza il corpo e la forma fisica, si capirà meglio, ossia a un livello meno superficiale, quella civiltà. La cultura greca intessuta di mitologia, la quale a sua volta è imperniata sulle immagini, e da qui deriva il ruolo assolutamente centrale riservato al corpo.

Quali sensi sono predominanti nella cultura greca? Cosa amavano guardare i greci, in una donna? Vale di più il corpo o il sapere? Queste sono alcune delle domande cui Dorella Cianci dà una risposta.

L’autrice setaccia – finemente, come una cercatrice d’oro – autori come Omero (a tal proposito esemplari sono i Sondaggi di descrizioni di corpi e caratteri in Omero, pp. 70-77), Platone e Aristotele, Polibio, Trifone, Publio Rutilio Lupo, Filostrato maggiore e gli autori della scuola peripatetica, ed ecco allora apparire, più chiaramente, figure note come Ulisse e Saffo. Degna di nota l’appendice che racchiude le principali parti del corpo nel mondo greco, viste attraverso le lenti della fisiognomica, dell’onomastica e del sogno.

La Winterreise di Kentridge alla Chigiana di Siena

 

This staging of Schubert’s Winterreise in the beautiful Teatro dei Rinnovati in Siena, for the first time in Italy, is for trio: a pianist, a singer and a projector. But it is also a work that combine together music, lyrics and images. On the empty stage, there is a silent piano and a messy artist working table, on which William Kentridge’s video art would be projected.

Ream more on Bachtrack

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Extra

William Kentridge: Listening to the Image (documentary)

 

Outliers School – Diseñando la librería del futuro.

Avatar di Carlos A. ScolariHipermediaciones

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El mes pasado se pudo concretar un proyecto en el cual trabajaba junto a grupo de colegas desde hacía casi dos años: crear un espacio de discusión/producción para comenzar a diseñar la librería del futuro. Después de varias iniciativas organizadas por Outliers Schoolorientadas al (re)diseño de la educación, la comunicación, las universidades y las bibliotecas finalmente pudimos introducir la lógica del Design Thinking en uno de los espacios que más frecuentamos y amamos: las librerías. Para apuntalar el proceso creamos un entorno de trabajo donde confluyeron emprendedores, escritores, artistas, arquitectos, diseñadores y, obviamente, libreros. A continuación una descripción de esta maravillosa experiencia.

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La librería como interfaz

Podemos pensar a las librerías como una interfaz donde diferentes actores se cruzan y generan nuevos significados y acciones. En este sentido la librería es mucho más que un lugar de intercambio comercial entre libreros y clientes: es el espacio en el que todos los protagonistas del proceso…

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Obsolescenza digitale, storia ed editoria

Stampate le vostre fotografie!

Vint Cerf, informatico americano e pioniere di internet, mette una pulce nell’orecchio, sostenendo che:

con nonchalance stiamo buttando tutti i nostri dati in quello che potrebbe rivelarsi un buco nero.

L’obsolescenza di software e formati digitali gli fa persino dire: “se avete delle foto cui tenete molto, stampatele”. Questa è la preoccupazione più grande anche per uno storico – qui ad esempio le riflessioni di Peter Webster -: come preservare l’identità collettiva, prima ancora di quella del singolo. La tutela di documenti pubblici e privati era, fino a poco tempo fa, compito in massima parte delle istituzioni che se ne facevano carico, che preservavano i documenti nella loro dimensione materiale, rendendoli fruibili agli studiosi.

Farà quindi sorridere l’ormai celebre archiviazione dei tweet della Library of Congress o la wayback machine ben raccontata anche da Massimo Mantellini, nel suo La vista da qui. Appunti per un’internet italiana (Minimum Fax).

Salvare: cosa?

Si tratta dello stesso problema, visto da prospettive diverse: il tenere memoria e il “salvare”. Ma come e cosa? Se siamo preoccupati che “tutto questo” un giorno possa svanire, allora corriamo ai ripari e… stampiamolo! Risposta estrema, e provocatoria, quella dell’artista concettuale Kenneth Goldsmith che nel 2013 ha deciso di far di tutto ciò non una preoccupazione, ma un’opera d’arte, una sorta di meta-internet: Printing the internet.

E se anche Wikipedia, come le enciclopedie di una volta – Mantellini stesso scrive, tra l’altro, della morte della celebre enciclopedia Britannica, oggi solo online – fosse di carta? Sì, esatto, stanno stampando Wikipedia.

(*Update, 14 luglio: e hanno quasi finito, scrive Jennifer Schuessler sul NY Times).

L’età della pietra

L’angoscia più grande non sta nella (lontana, speriamo) dissoluzione delle foto cui siamo tanto affezionati. Mi pare invece l’ennesimo travestimento della semplice idea – tanto cara agli artisti per primi – di riuscire a creare, ovvero fotografare/dipingere/comporre/suonare, qualcosa che resista all’assalto del tempo. Una preoccupazione, sotto sotto, più atavica dell’obsolescenza tecnologica. Un timore che ha che fare con l’immortalità o col concetto che abbiamo di essa.

Considerata da una prospettiva materiale, l’incisione di testi (iscrizioni funerarie, leggi, etc…) sulla pietra era una buona idea: per tramandare le informazioni più importanti si ricorreva al supporto più durevole. Solo in un secondo momento per la facilità e per una maggiore economicità s’impose la carta.

Una tenace fragilità

Dal punto di vista di chi scriveva sulla pietra, la carta, per la fragilità e la facilità di distruzione, dev’essere stata percepita come qualcosa di profondamente inaffidabile. Dalla pergamena (animale, più resistente della carta e più volte riutilizzabile) si arrivò alla carta come la conosciamo oggi, di origine vegetale. Neanche questa volta fu facile: la sostituzione non avvenne con uguale celerità e con lo stesso entusiasmo – più precocemente e rapidamente nei paesi germanici, meno altrove (date un’occhiata per approfondire alla Breve storia della scrittura e del libro di Bertolo, Cherubini, Inglese, Miglio, Carocci 2004, p. 26 sgg.).

Gli amanuensi ritenevano il procedimento della stampa lento e inaffidabile: i manoscritti si potevano sempre emendare, la pagina stampata si correggeva con molto meno agio. Sbagliata una pagina si doveva ricomporre tutto da capo.

Innovazione incrementale e dirompente: outsider vs. insider

Torno a Vint Cerf, con una nota personale. Ripensando alle sue parole, mi sono venuti in mente i miei primi floppy disc: che fine avranno fatto? La quantità di dati che salvavamo erano decisamente minori rispetto a quelli attuali e risalendo quel genere di supporto alla mia infanzia, ciò che ho dovuto trasferire altrove non mi ha richiesto un grande sforzo.

Ma cosa accadrebbe se tutto ciò che usiamo oggi, quando buona parte della nostra vita è digitale, sparisse? Il monito di Vint Cerf non sembra più apocalittico e tanto assurdo come pareva in un primo momento. È già accaduto.

Simili sconquassi li affrontano pure gli editori. In un libro illuminante, Contro gli specialisti. La rivincita dell’umanesimo (Marsilio), Giuliano da Empoli riflette anche sull’editoria:

All’improvviso, gli sforzi dell’editore nell’abbassare i costi di stampa e migliorare la distribuzione dei suoi prodotto appaiono in larga misura futili. Non si tratta più di innovazione incrementale, bensì di innovazione dirompente. Al contrario della prima, la seconda è tutt’altro che rassicurante. Non nasce dall’ordine, ma dal caos; non arriva dal centro, ma dai margini; non privilegia gli insider, ma gli outsider (p. 74).

Libro o ebook?

C’è chi va controcorrente e si rifiuta di trasformare testi in ebook (o comunque in una versione digitale), come Matthew Butterick che ha scritto una bella guida alla tipografia pratica. Ha ragione o torto? Il tempo sarà il suo giudice. Ma, a questo punto: ecco che s’accende una lampadina.

Mi tornano alla mente le parole di un editore tedesco, Klaus Wagenbach, per cui ho avuto la fortuna di lavorare, che così chiude la sua biografia, tradotta in italiano da Sellerio, La libertà dell’editore:

Vuol mettere una cassetta di plastica [floppy disk] in confronto a duemila anni di libro? Provi a pensare a come sarà fra cent’anni: il suo nipote trova un libro in soffitta, con accanto un supporto digitale. Gli basta soffiar via la polvere per poterlo leggere. La cassetta invece è danneggiata, il programma per leggere i dati che contiene non è più disponibile. Non c’è il disco rigido, e dov’è la presa elettrica?

Insomma: da buttar via.