Readings to remember: Joseph Brodsky

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Russian poet and essayist Joseph Brodsky (May 24, 1940 – January 28, 1996) was expelled from the Soviet Union in 1972, after 10 years of denunciation, imprisonment, hospitalization into a mental institution and years of not being allowed to publish nor to travel.
After he was put on a plane to Vienna in June 1972, he settled in America and never returned to Russia. In 1987, the American citizen Brodsky was awarded the Nobel Prize in Literature, receiving the Prize for Russian-language poetry.

Due to the fact that Brodsky wrote in Russian and English throughout his career, and was also self-translating his work occasionally, we thought it would be a good idea to come up with two clips today:

In this one, Joseph Brodsky reads his Russian poem Письма римскому другу [Letters To The Roman Friend]

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Find an English translation here.

In the second clip we see Brodsky reading his poem 

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Perché non suono senza spartito?

Fare i conti con se stessi:
Mi sono deciso ahimè troppo tardi a tenere davanti lo spartito durante i concerti, nonostante avessi intuito da tempo che bisognava farlo.
È paradossale ma in un’epoca in cui il repertorio era più ristretto e meno complesso si suonava abitualmente con lo spartito e questa saggia usanza fu interrotta da Liszt.
Oggi la testa – piuttosto che ben fornita di musica – è sovraccaricata da una abbondanza superflua, e rischia di affaticarsi pericolosamente. Che infantilismo e che vanità, fonte di fatiche inutili, questa specie di gara di prodezza della memoria, quando bisognerebbe soprattutto fare della buona musica che tocchi l’ascoltatore! Mediocre routine in cui si crogiola una gloria mendace e che il mio caro professore Heinrich Neuhaus tanto biasimava.
L’incessante richiamo all’ordine dello spartito darebbe meno licenza a questa “libertà”, a questa “individualità” dell’interprete con cui si tiranneggia il pubblico e si infesta la musica, e che non è nient’altro che mancanza di umiltà e di rispetto per la musica stessa.
Certo non è cosi facile essere assolutamente liberi quando si ha lo spartito davanti e ci vuole molto tempo, lavoro e abitudine, per questo è meglio cominciare il più presto possibile.
Ecco un consiglio che darei volentieri ai giovani pianisti: adottare finalmente questo metodo sano e naturale che permetterà loro di non annoiarci vita natural durante con gli stessi programmi, e di crearsi loro stessi una vita musicale più ricca e variata.

Sviatoslav Richter

Programma di sala scritto per l’Unione Musicale di Torino, in occasione del concerto beethoveniano che si tenne all’Auditorium del Lingotto mercoledì 5 ottobre 1994.