Filippo Gorini a Mito: una non recensione

Tutto appare inconsueto in quest’estate stranissima. Restare lontani dalla musica – esperienza che mai era accaduta prima – e paradossalmente (è il segreto che spesso ci si confida fra amici e addetti ai lavori al telefono, a malincuore) – “far fatica” a tornare in sala da concerto. Doverci risintonizzare. Disorientati e impauriti, non tutti hanno il desiderio di farlo. The show must go on ed io ho avuto il privilegio di ascoltare a due mesi di distanza lo stesso interprete nell’identico brano (Schubert, D. 894), in mutate condizioni e contesti.

Se il tema dell’intero festival Mito Settembre Musica, nell’A.D. 2020, è “Spiriti” mai brano fu più appropriato delle Geistervariationen di Schumann.

Un elemento certo per misurare l’efficacia di un’esecuzione dal vivo è quanto in fretta ci si dimentichi dei dettagli esteriori che non hanno a che fare con la musica: le luci in sala, il caldo o il freddo, chi fisicamente ci sta di fronte. In un certo qual modo, l’immaterialità della musica ci invita a considerarne solo l’essenza, tutto il resto non conta (o non dovrebbe). Quando conta, c’è già qualcosa che non va.

Ieri pomeriggio, non c’è neanche stato bisogno di molto sforzo, a dire il vero. Filippo Gorini è dentro la musica fin dal primo minuto (ci sono dei pianisti, che molto amiamo, che hanno difficoltà iniziali a sintonizzarsi sulla giusta frequenza con se stessi, con la musica e con gli altri e i primi venti minuti di recital sono spesso ahinoi dimenticabili): è il ventriloquo di Schumann, in questo momento (a quel matto di Schumann la metafora sarebbe piaciuta, ci scommetto). Si mette al suo servizio. In un certo senso “sparisce”.

Potremmo però esser tentati di vedere una netta identificazione tra l’interprete e Schubert, il quale scrisse la sua Sonata “Fantasia” D. 894 a ventotto anni (tre in più di Gorini). Ma anche questa volta ne facciamo a meno. Pensare se il prodotto di uno spirito è frutto di un giovane o un uomo o un anziano avrebbe senso se riflettessimo per scansie temporali macro (ma che età ha uno spirito?). Non è un voler buttare a mare tutti i discorsi sul terzo stile, è che di un brano, considerato singolarmente, quasi mai l’età dell’autore aggiungerà qualcosa al risultato artistico o all’interpretazione. Molti musicisti, si sa, maturano in fretta. Per alcuni (cari agli dei?), come Mozart, la giovinezza non è mai esistita. Ogni anno della sua vita – scriveva Massimo Mila in un libro sulla Nona di Beethoven – è come quello dei gatti vale doppio o triplo; per Marc Augé la vecchiaia non esiste nemmeno).

Ph. Fabio Miglio

Questo essere dentro la musica dell’interprete fa sì che Gorini ci porga, senza tanti giri di parole, il “suo” Schubert che non assomiglia a quello di nessun altro: soprattutto intriso di grande dolcezza, con dei volumi molto ben calibrati e una comprensione “del tutto” evidente in ogni sua parte. Struttura, colori, fraseggio ben tornito, ben fatto, pensato a lungo.

Pensiamo al Minuetto: c’è dentro una leggerezza eterea, una spensieratezza giovanile che, come sempre in Schubert, prende le fattezze di un Länder viennese. C’è l’atmosfera lieve, tra la dolcezza e il leggermente ammiccante: A è un momento rustico, dal sapore un po’ campagnolo, beethoveniano, rude, squadrato, maschile; B è l’atmosfera che traspare da Il pranzo dei canottieri di Renoir. E l’Allegretto, infine, sparisce nel nulla, come un battito di ciglia, un soffio.

Pierre-Auguste Renoir, Il pranzo dei canottieri, 1880-1882, olio su tela, 129,5×172,5 cm, Phillips Collection, Washington

Che significherà oggi essere un giovane interprete? Confrontarsi con altre decine – nel mondo, migliaia – di bravi pianisti, giovani quanto te, con dei critici arrugginiti da anni di ascolto (e che a malincuore – io stessa faccio pubblica ammenda – avranno poco il desiderio di abbandonare le proprie immagini interiori della musica che gli sono care in favore di nuove) e che hanno, qualche volta, poca inclinazione a risfogliare le partiture, che non sanno in che casellina collocarti per sciatteria o per disattenzione – troppi pezzi da scrivere, pagati troppo poco, scarsità di tempo – e, infine, far i conti con i pregiudizi di ascolto (è troppo vecchio o troppo giovane, è donna o uomo, è ateo o religioso). Che poi i giornalisti musicali fossero un po’ a disagio con alcune persone o a volte un po’ ingessati nel loro ruolo, ce lo hanno insegnato bene Glenn Gould e Bruno Monsaingeon (0’46” la piaggeria della giornalista non è assolutamente realistica e insopportabile? quante volte l’abbiamo vista?):

Un talento di questo tipo richiede, però, a chi lo ascolti di saper mettere in pausa il vorticare del mondo a cui apparteniamo, la cosiddetta “postmodernità”, per vedere cosa le nuove generazioni abbiano da dire sul repertorio. Quanto poco spazio sia loro riservato sui mass media, a meno che non abbiano una minigonna molto corta (cfr. Yuja Wang, l’unica artista che mi abbia mai tributato l’onore di bloccarmi sui social), un taglio di capelli alla moda (cfr. Cameron Carpenter che pure apprezzo immensamente come musicista), un improvviso successo social (Igor Levit)? Non sono tanto “notiziabili”, come si dice in gergo. Tuttavia, c’è chi lavora sodo, portando a casa risultati eclatanti, il BB Trust, ad esempio, o la Beethoven Competition.

Bisognerebbe avere il coraggio di criticare ogni tanto anche chi ascolta, chi con le sue parole lascia un segno (almeno, si spera), magari impreciso, poco ponderato, avventato. Eppure il lavoro al pianoforte, non dimentichiamolo è un lavoro di grande impegno, solitudine, difficoltà, competizione serrata, scarsi guadagni (almeno all’inizio). Certo, i mecenati riconoscono l’eccellenza come il cercatore d’oro le pepite, è un loro merito e un loro talento. Resta però da capire come traghettare tutto questo a chi sia loro coetaneo o anche under 25, pena il rischio di trovarsi col talento di diamante purissimo e, di fronte, sempre meno interlocutori. In un contesto dove l’omogeneità sociale di chi suona, scrive e ascolta è drammatico, in modo paurosamente lampante, il lavoro del critico potrebbe essere anche quello di riflettere sul contesto che abita, del dove e del come e del perché le interpretazioni hanno luogo.

Il miglior servizio che si possa rendere a questo pianista, a mio avviso, non è congelare il pomeriggio di ieri, 12 settembre, in venti righe, ma di aprirgli le porte, di concedergli una chance per capire se l’immagine del “tuo” Beethoven (o qualsiasi altro compositore) possa o valga la pena di essere messo alla prova, d’ascoltare, andare ai suoi concerti, acquistare i suoi dischi. Insomma di sentire quello che ha da dire.

Conservatorio di Torino, Mito Settembre Musica 2020

Robert Schumann

Tema con variazioni in mi bemolle maggiore
“Geistervariationen” (Variazioni degli spiriti)

Franz Schubert

Sonata in sol maggiore op. 78 “Fantasia” D. 894

Il Window Concert Tour for Berlin di Cameron Carpenter

“Cosa posso fare ora per gli altri?” dev’essersi chiesto Cameron Carpenter quando il corona virus si è manifestato paralizzando la vita musicale di tutto il mondo. L’organista di fama internazionale ha un vantaggio: è anche un artista “girovago”. Ha ideato infatti l’International Touring Organ, concepito apposta per i concerti itineranti, che ha debuttato a New York e Vienna nel 2014.

Poco dopo il concerto di Pasqua stanziale alla Konzerthaus (visibile su Arte fino al 12 maggio) il trentanovenne organista americano, che a Berlino vive, ha deciso di dare il via a un tour molto speciale: il Window Concert Tour.

“È bello suonare per le persone che forse potrebbero non essere in grado di partecipare alla nostra vita culturale o che forse non sono in grado di farlo tanto quanto vorrebbero” ha detto Carpenter a Stern (video, in tedesco).

Da giovedì 30 aprile a sabato 2 maggio 2020 suonerà quindi nella capitale tedesca di fronte a ventisei case di cura e ricoveri per senza tetto su un camion, facendo ricorso a un organo elettronico Viscount e un sistema di amplificazione normalmente usato durante i festival. Il programma di mezz’ora è replicato da nove a dieci diverse sedi ogni giorno ed offre una selezione dalle Variazioni Goldberg di Bach e altri brani che i residenti potranno ascoltare dalle loro finestre senza muoversi da casa.

Rispettando le norme del distanziamento sociale attualmente in vigore a Berlino ha deciso di non preannunciare l’itinerario o le sedi dove avverranno le esibizioni, una parte delle quali saranno visibili nelle stories del suo profilo instagram e sulla pagina Facebook (sotto “Somewhere Over The Rainbow”).

“What can I do now for others?” is simply as that.

This is what Cameron Carpenter must have thought when corona virus stopped the music life all over the world. The internationally renowned organist has the advantage of being an “itinerant musician”. His stunning International Touring Organ was debuted in New York and Vienna in 2014. Slightly after the Easter Concert (streaming on Arte is available until May 12th) the 39-year-old American organist has decided to embark on a very special tour.

Until Saturday, May 2nd 2020, he will play in front of 26 nursing and homeless facilities in Berlin, using a Viscount electronic organ and a sound system truck normally used at festivals. He will present one recital at 9 to 10 different locations each day, offering thirty-minute performances from J.S. Bach’s Goldberg Variations and other pieces at each location that residents can enjoy from their windows without leaving home. He decided to give them at least a little pleasure, to let them feel that they have not been forgotten.

In order to comply with all social distancing best practices in force in Berlin at this time, he did not announce the itinerary or the locations, but he will stream some of the performances to Instagram stories live and his Facebook page.