La dichiarazione d’amore all’America di Arbasino

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Alberto Arbasino,
America amore.

Adelphi, Milano 2011, 3ª ediz., pp. 867

America amore è un lungo, compiuto, emozionante spettacolo pirotecnico. Sulle prime, diciamo per tutta la sezione Harvard ’59, si potrebbe pure essere atterriti dall’idea che sia un lungo, serioso resoconto di un ragazzo di buone letture, dotato di grandi qualità, spedito negli Stati Uniti dalle sue conoscenze. Il tono però fa presto a cambiare, ed ecco che la voce narrante, quella voce che si legge nelle sue opere, alquanto celata nell’Arbasino uomo, con prepotenza ruba tutta la scena.

Ciò che colpisce non è tanto la quantità e qualità sorprendente d’incontri, dovuti anche alla fortuna (e che così lo stesso autore ha spiegato di recente: “Con illustri personaggi come Edmund Wilson o Mary McCarthy si scrive un garbato bigliettino o si telefona e così loro fissano un giorno o un’ora e si va a trovarli a casa loro, anche se è un po’ lontana”), ma la virtuosistica capacità di fondere tutto, d’imparare da ogni cosa, di vederla e rileggerla dandogli un valore all’interno della propria biografia. Quanto di più lontano dall’accademia: Arbasino prova un’urgenza verso la letteratura, la musica, i viaggi, tale da cannibalizzarle letteralmente, trasformandole in una parte necessaria di sé, che sulla pagina mescola con arguzia alla vita vissuta, cui la cultura è indissolubilmente intrecciata. A partire dalle sue personali costellazioni la cultura assume un senso profondo o, come piacerebbe tanto insegnare alla scuola di oggi, multidisciplinare.

Non molti libri oggi, a parte i classici, riescono a convincerti a seguire l’autore per 900 pagine: ma Arbasino ha dalla sua un entusiasmo incontenibile – anche, va detto, erotico -, una curiosità culturale senza fine, eclettica, un patrimonio vivo di conoscenze.

Il testo (un’autobiografia intellettuale?) funziona come storia culturale e personalissima critica, principalmente letteraria, ma anche teatrale e musicale. Tra le vette insuperabili l’episodio di Allen Ginsberg e Rudolf Nureyev allo Storkino di Milano, anche se talvolta i lunghi elenchi che hanno reso famoso lo stile di Arbasino in un tomo di queste dimensioni appesantiscono un po’ la lettura.

America amore è insieme una guida all’America, oggi non così dissimile da quella descritta (degli anni Cinquanta e Sessanta), un racconto profetico della contemporaneità e delle sue neurosi (si veda il capitolo sulla fabbrica “Alla General Motors” oppure il superlativo “Disneyland”, che non a caso è posto dopo un “Convegno”), e un canone di sicuro riferimento, altro che Harold Bloom. Qual è lo spirito dominante? In una conversazione con Gabriele Pedullà Arbasino ha detto: “Io al cinema ci sono sempre andato solo per divertirmi, come d’altronde è successo anche per i libri. La poesia l’ho letta perché mi piaceva, mica per dare degli esami alla facoltà di Lettere!”.

Ciò che Arbasino scrive di Edmund Wilson, calza perfettamente anche al primo: “È stato l’ultimo dei Grandi Letterati perché invece di far della letteratura sulla letteratura uno strumento specializzato e meschino di arrivismo accademico o di protagonismo agonistico, o di minuziosità delle stupidaggini, ha applicato alla cultura del nostro secolo un suo «tutto connettere» conoscitivo e interpretativo grandiosamente trasversale […] era l’opposto dell’erudito che si rivolge per lo più ad altri eruditi su temi tanto specialistici da tagliar fuori tutto il pubblico colto, o tanto cattedratici da servir solo per le cabale dei concorsi e dei ruoli (p. 795)”.

Scritto per 24letture, la fu rubrica de il Sole 24 ore online 11 gennaio 2012

Citata nella tesi di laurea di Chiara Poloni, Alberto Arbasino e America amore. L’opera enciclopedica e la riscrittura, p. 251, Relatore, Ch. Prof. Ricciarda Ricorda, Corso di Laurea specialistica in Filologia e Letteratura Italiana, Università Cà Foscari di Venezia, 2014/2015.

Readings to remember: Joseph Brodsky

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Russian poet and essayist Joseph Brodsky (May 24, 1940 – January 28, 1996) was expelled from the Soviet Union in 1972, after 10 years of denunciation, imprisonment, hospitalization into a mental institution and years of not being allowed to publish nor to travel.
After he was put on a plane to Vienna in June 1972, he settled in America and never returned to Russia. In 1987, the American citizen Brodsky was awarded the Nobel Prize in Literature, receiving the Prize for Russian-language poetry.

Due to the fact that Brodsky wrote in Russian and English throughout his career, and was also self-translating his work occasionally, we thought it would be a good idea to come up with two clips today:

In this one, Joseph Brodsky reads his Russian poem Письма римскому другу [Letters To The Roman Friend]

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Find an English translation here.

In the second clip we see Brodsky reading his poem 

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Perché non suono senza spartito?

Fare i conti con se stessi:
Mi sono deciso ahimè troppo tardi a tenere davanti lo spartito durante i concerti, nonostante avessi intuito da tempo che bisognava farlo.
È paradossale ma in un’epoca in cui il repertorio era più ristretto e meno complesso si suonava abitualmente con lo spartito e questa saggia usanza fu interrotta da Liszt.
Oggi la testa – piuttosto che ben fornita di musica – è sovraccaricata da una abbondanza superflua, e rischia di affaticarsi pericolosamente. Che infantilismo e che vanità, fonte di fatiche inutili, questa specie di gara di prodezza della memoria, quando bisognerebbe soprattutto fare della buona musica che tocchi l’ascoltatore! Mediocre routine in cui si crogiola una gloria mendace e che il mio caro professore Heinrich Neuhaus tanto biasimava.
L’incessante richiamo all’ordine dello spartito darebbe meno licenza a questa “libertà”, a questa “individualità” dell’interprete con cui si tiranneggia il pubblico e si infesta la musica, e che non è nient’altro che mancanza di umiltà e di rispetto per la musica stessa.
Certo non è cosi facile essere assolutamente liberi quando si ha lo spartito davanti e ci vuole molto tempo, lavoro e abitudine, per questo è meglio cominciare il più presto possibile.
Ecco un consiglio che darei volentieri ai giovani pianisti: adottare finalmente questo metodo sano e naturale che permetterà loro di non annoiarci vita natural durante con gli stessi programmi, e di crearsi loro stessi una vita musicale più ricca e variata.

Sviatoslav Richter

Programma di sala scritto per l’Unione Musicale di Torino, in occasione del concerto beethoveniano che si tenne all’Auditorium del Lingotto mercoledì 5 ottobre 1994.

Schubert: Lied e musica strumentale, Georgiades e Della Croce

Schubert 1Thrasybulos G. Georgiades, Schubert, musica e lirica. Il Lied e la struttura della musica di Schubert. A cura di M. Giani, trad. italiana di C. Bottiglieri – M. Giani, Roma, Astrolabio 2012, pp. 334, € 31Schubert Della croce

Luigi Della Croce, Franz Schubert. La grande musica strumentale, LIM, Lucca 2013, pp. 286, € 20

L’opera di Thrasybulos G. Georgiades (1907-1977), escluse due eccezioni, è stata praticamente ignorata dal mondo editoriale italiano. D’adozione tedesco, ma greco di nascita, Georgiades studiò a Monaco composizione con Carl Orff e musicologia con Rudolf von Ficker, alla cui cattedra, dopo un’esperienza di docenza a Heidelberg, succedette. Il testo (ed. orig. Göttingen, 1967), curato da Maurizio Giani, e finalmente tradotto dall’Astrolabio, ha al centro il Lied e la struttura della musica di Schubert considerata in uno «scenario di immensa ampiezza» che dà conto di alcune trasformazioni capitali della musica occidentale dalla dissoluzione della mousikè  greca all’avvento della wiener Klassik.

L’approccio è empirico: Georgiades propone una serie di temi così come gli si presentarono, derivandoli dalle sue esperienze di ascoltatore; una qualità che rende questo lavoro simile a un diario di ascolto, il cui tono e i contenuti recano l’impronta delle lezioni universitarie da cui ha preso le mosse. L’autore avvicina dapprima la struttura del Lied, mettendo a confronto il Lied preschubertiano, quello postschubertiano e la produzione dei classici viennesi, enunciazione teorica che verifica poi in concreto (si legga, ad es. nella sezione “ampliamento della base sperimentale”, l’analisi comparata di “Freudvoll und leidvoll” nelle intonazioni di Beethoven e Schubert, p. 114 sgg.).

Superata questa prima impegnativa tappa, la strada è aperta al lettore verso una più profonda comprensione della struttura della lirica musicale di Schubert e del rapporto tra Lied e musica strumentale. Questi percorsi interpretativi sono controbilanciati da due sezioni che indagano, mediante un’analisi di taglio sociologico, la produzione di Schubert nella sfera pubblica, la quale è poi considerata in rapporto alla storia della musica nella sua totalità in un paragrafo d’impostazione storica. Conclude l’opera un lungo excursus sulla notazione dei Lieder e un’appendice di trentasei testi musicali. Per una deliberata scelta editoriale si presenta al lettore italiano solo la prima parte del testo originario, che riesce in ogni caso a mostrare compiutamente il metodo analitico di Georgiades.

Questa traduzione arricchisce senza dubbio lo studioso italiano, poiché quasi tutta la letteratura secondaria su Schubert tiene conto di Georgiades avendolo come modello metodologico o per discuterne le tesi. È strano e difficile, questo libro. Esige dal suo lettore tempo e un ascolto partecipato sottile, (ri)trovando – come scrive Giani nella sua Avvertenza – il piacere di soffermarsi sull’attimo carico di significato. Non per nulla la collana nella quale è inserito porta il nome «Adagio».

Una guida ragionata all’ascolto della musica strumentale di Schubert, da cui sono esclusi i Lieder, è invece l’opera licenziata da Luigi Della Croce, che fa idealmente seguito a Notte e sogni. Gli scritti e le lettere tradotti e commentati dallo stesso autore nel 1996 apparsi presso Akademos-LIM.

Della Croce affronta con un rapido sguardo d’insieme la vasta produzione strumentale di Schubert dividendola per generi. L’analisi musicale si trova nella più ampia sezione analitica, in cui i brani sono esaminati in ordine cronologico. A ognuno di essi l’autore dedica una manciata di pagine nelle quali illustra discorsivamente le caratteristiche del pezzo (senza dimenticare il minutaggio). In chiusura di volume una bibliografia sintetica e la discografia selettiva. La guida, facilmente accessibile anche al neofita, si rivolge agli amanti della musica, nessuno escluso, che potranno per mezzo di essa brevemente rinfrescarsi la memoria prima di andare a un concerto.

Il Giornale della musica, 310, gennaio 2014, p. 22