Obsolescenza digitale, storia ed editoria

Stampate le vostre fotografie!

Vint Cerf, informatico americano e pioniere di internet, mette una pulce nell’orecchio, sostenendo che:

con nonchalance stiamo buttando tutti i nostri dati in quello che potrebbe rivelarsi un buco nero.

L’obsolescenza di software e formati digitali gli fa persino dire: “se avete delle foto cui tenete molto, stampatele”. Questa è la preoccupazione più grande anche per uno storico – qui ad esempio le riflessioni di Peter Webster -: come preservare l’identità collettiva, prima ancora di quella del singolo. La tutela di documenti pubblici e privati era, fino a poco tempo fa, compito in massima parte delle istituzioni che se ne facevano carico, che preservavano i documenti nella loro dimensione materiale, rendendoli fruibili agli studiosi.

Farà quindi sorridere l’ormai celebre archiviazione dei tweet della Library of Congress o la wayback machine ben raccontata anche da Massimo Mantellini, nel suo La vista da qui. Appunti per un’internet italiana (Minimum Fax).

Salvare: cosa?

Si tratta dello stesso problema, visto da prospettive diverse: il tenere memoria e il “salvare”. Ma come e cosa? Se siamo preoccupati che “tutto questo” un giorno possa svanire, allora corriamo ai ripari e… stampiamolo! Risposta estrema, e provocatoria, quella dell’artista concettuale Kenneth Goldsmith che nel 2013 ha deciso di far di tutto ciò non una preoccupazione, ma un’opera d’arte, una sorta di meta-internet: Printing the internet.

E se anche Wikipedia, come le enciclopedie di una volta – Mantellini stesso scrive, tra l’altro, della morte della celebre enciclopedia Britannica, oggi solo online – fosse di carta? Sì, esatto, stanno stampando Wikipedia.

(*Update, 14 luglio: e hanno quasi finito, scrive Jennifer Schuessler sul NY Times).

L’età della pietra

L’angoscia più grande non sta nella (lontana, speriamo) dissoluzione delle foto cui siamo tanto affezionati. Mi pare invece l’ennesimo travestimento della semplice idea – tanto cara agli artisti per primi – di riuscire a creare, ovvero fotografare/dipingere/comporre/suonare, qualcosa che resista all’assalto del tempo. Una preoccupazione, sotto sotto, più atavica dell’obsolescenza tecnologica. Un timore che ha che fare con l’immortalità o col concetto che abbiamo di essa.

Considerata da una prospettiva materiale, l’incisione di testi (iscrizioni funerarie, leggi, etc…) sulla pietra era una buona idea: per tramandare le informazioni più importanti si ricorreva al supporto più durevole. Solo in un secondo momento per la facilità e per una maggiore economicità s’impose la carta.

Una tenace fragilità

Dal punto di vista di chi scriveva sulla pietra, la carta, per la fragilità e la facilità di distruzione, dev’essere stata percepita come qualcosa di profondamente inaffidabile. Dalla pergamena (animale, più resistente della carta e più volte riutilizzabile) si arrivò alla carta come la conosciamo oggi, di origine vegetale. Neanche questa volta fu facile: la sostituzione non avvenne con uguale celerità e con lo stesso entusiasmo – più precocemente e rapidamente nei paesi germanici, meno altrove (date un’occhiata per approfondire alla Breve storia della scrittura e del libro di Bertolo, Cherubini, Inglese, Miglio, Carocci 2004, p. 26 sgg.).

Gli amanuensi ritenevano il procedimento della stampa lento e inaffidabile: i manoscritti si potevano sempre emendare, la pagina stampata si correggeva con molto meno agio. Sbagliata una pagina si doveva ricomporre tutto da capo.

Innovazione incrementale e dirompente: outsider vs. insider

Torno a Vint Cerf, con una nota personale. Ripensando alle sue parole, mi sono venuti in mente i miei primi floppy disc: che fine avranno fatto? La quantità di dati che salvavamo erano decisamente minori rispetto a quelli attuali e risalendo quel genere di supporto alla mia infanzia, ciò che ho dovuto trasferire altrove non mi ha richiesto un grande sforzo.

Ma cosa accadrebbe se tutto ciò che usiamo oggi, quando buona parte della nostra vita è digitale, sparisse? Il monito di Vint Cerf non sembra più apocalittico e tanto assurdo come pareva in un primo momento. È già accaduto.

Simili sconquassi li affrontano pure gli editori. In un libro illuminante, Contro gli specialisti. La rivincita dell’umanesimo (Marsilio), Giuliano da Empoli riflette anche sull’editoria:

All’improvviso, gli sforzi dell’editore nell’abbassare i costi di stampa e migliorare la distribuzione dei suoi prodotto appaiono in larga misura futili. Non si tratta più di innovazione incrementale, bensì di innovazione dirompente. Al contrario della prima, la seconda è tutt’altro che rassicurante. Non nasce dall’ordine, ma dal caos; non arriva dal centro, ma dai margini; non privilegia gli insider, ma gli outsider (p. 74).

Libro o ebook?

C’è chi va controcorrente e si rifiuta di trasformare testi in ebook (o comunque in una versione digitale), come Matthew Butterick che ha scritto una bella guida alla tipografia pratica. Ha ragione o torto? Il tempo sarà il suo giudice. Ma, a questo punto: ecco che s’accende una lampadina.

Mi tornano alla mente le parole di un editore tedesco, Klaus Wagenbach, per cui ho avuto la fortuna di lavorare, che così chiude la sua biografia, tradotta in italiano da Sellerio, La libertà dell’editore:

Vuol mettere una cassetta di plastica [floppy disk] in confronto a duemila anni di libro? Provi a pensare a come sarà fra cent’anni: il suo nipote trova un libro in soffitta, con accanto un supporto digitale. Gli basta soffiar via la polvere per poterlo leggere. La cassetta invece è danneggiata, il programma per leggere i dati che contiene non è più disponibile. Non c’è il disco rigido, e dov’è la presa elettrica?

Insomma: da buttar via.

Cartoline dal Salone del libro 2.

Al Salone del libro ci sono, tra le mille possibili, sostanzialmente 3 fruizioni: gli eventi, gli stand dove lavorano amici e colleghi, e il caso.

Il paese ospite è la Germania: l’editore Wagenbach ha compiuto 50 anni l’anno scorso. La biografia avventurosa di Klaus è tradotta in italiano da Sellerio. Me l’ha regalata lui, e lo ringrazio (l’ho letta pure in tedesco). Fanno dei libri bellissimi e riconoscibili dalla copertina rossa di tela, e dal contenuto importante.

Wagenbach Salone del libro Torino

La lettera torre riserva sempre delle sorprese: la domanda era la stessa di cui avevo già parlato, qual è la meraviglia dell’Italia?

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Che mi fa venire in mente il Supplemento al dizionario italiano di Munari.

La verosimiglianza del facsimile dell’erbario di Trento (XV sec. Castello del Buonconsiglio) riprodotta da Patrimonio Italiano (Priuli & Verlucca) mi ha colto di sorpresa, e mi ci ha portata il caso.

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Erbario di Trento (facsimile)

Indossanti i guanti ho trascorso un’oretta nel medioevo, con uno scrigno in grembo che conteneva un libro delle ore in facsimile d’inaudita bellezza. Mi hanno regalato una monetina in tiratura limitata – chiccosissima – e gli ho raccontato il progetto di Johan Oosterman e della sua Maria van Gelre.

Ho poi curiosato tra i cimeli di d’Annunzio, che avevo già adocchiato ieri e ho incontrato un signore simpatico con cui abbiamo scambiato le impressioni sulle recenti visite al Vittoriale.

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Oggetti dal Vittoriale

Grazie a Carlos ho coronato il mio desiderio di conoscere l’editore Henry Beyle, il cui patron assomiglia ai suoi libri. Rispettando il suo riserbo, lascio qui solo una foto della copertina bellissima del Frasario essenziale di Flaiano.  Ecco un ferro del mestiere.

Flaiano
Henry Beyle

Si fa sempre tardi, e anche il cane di Goethe dice che è ora di tornare a casa.

Goethe nella campagna romana col suo cane
Goethe nella campagna romana col suo cane

Cartoline dal Salone del libro 1.

Del Vecchio editore
Lo Stand bellissimo di Del Vecchio editore

DSCN2159Il brainstorming che ha fatto il paese ospite, la Germania, cui è stato chiesto come vedono l’Italia…

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una delle tante risposte
metro di Torino
anche in metro la pubblicità si adatta al contesto…

 

 

 

 

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la festa bellissima di Federico Novaro insieme alle “illustrazioni al trancio” dei topipittori

 

Un momento della festa. (Foto di Paola Monasterolo)

 

It’s not the book that counts but the aura of its author

The moment you are not here to defend your work in interviews, you literally do not exist. There is a penalty.
Javier Marías, The Art of Fiction No. 190, interviewed by Sarah Fay, in: The Paris Review
(E se lo dice lui nessuno ha più scampo, allora).

It was hostility toward the media, which doesn’t pay attention to books themselves and which values a work according to the author’s reputation. It’s surprising, for example, how the most widely admired Italian writers and poets are also known as scholars or are employed in high-level editorial jobs or in other prestigious fields. It’s as if literature were not capable of demonstrating its seriousness simply through texts but required “external” credentials. In a similar category—if we leave the university or the publisher’s office—are the literary contributions of politicians, journalists, singers, actors, directors, television producers, et cetera. Here, too, the works do not find in themselves authorization for their existence but need a pass that comes from work done in other fields. “I’m a success in this or that field, I’ve acquired an audience, and therefore I wrote and published a novel.” It’s not the book that counts but the aura of its author. If the aura is already there, and the media reinforces it, the publishing world is happy to open its doors and the market is happy to welcome you. If it’s not there but the book miraculously sells, the media invents the author, so the writer ends up selling not only his work but also himself, his image.

Elena Ferrante on The Paris Review

Poi è stata l’ostilità per i media che non prestavano attenzione ai libri in loro stessi. Non è il libro che conta, per loro, ma l’aura del suo autore.

Anche adesso, spiega la Ferrante, l’interesse primario del mantenere l’anonimato è «una testimonianza contro la auto-promozione ossessivamente imposta dai media». Secondo la scrittrice, «questa richiesta di autopromozione diminuisce il lavoro vero in ogni tipo di attività umana ed è diventata universale. I media non sono in grado di discutere un’opera d’arte senza trovarci dietro un protagonista. E invece non c’è opera letteraria che non sia frutto di una tradizione, di una sorta di intelligenza collettiva che sminuiamo quando insistiamo che dietro ci sia un protagonista».

Il Mattino6 marzo 2015

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