Il centenario del “Sacre du Printemps”

Oggi ricorre il centenario del Sacre du Printemps di Igor’ Stravinskij.

Arte lo celebra mandando in onda la ricostruzione della coreografia originale di Nijinsky oggi 29 maggio 2013 alle ore 21.45. Dirige Valery Gergiev, orchestra e ballerini del Teatro Mariinski, dal Théâtre des Champs-Elysées. La  coreografia della nuova versione, invece, è di Sasha Waltz.

Lo spettacolo, uno dei migliori cui abbia assistito, si è visto anche al Festival di Pentecoste di Salisburgo.

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© Natasha Razina

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A Salisburgo risuona il “Prometeo” di Nono

Nono apre il ciclo “Der Fünfte Kontinent”

“Prometeo, tragedia dell’ascolto” è stata allestita nella barocca Kollegienkirche a diciotto anni di distanza dall’ultima esecuzione salisburghese. In una lettera a Renzo Piano Nono così la definisce: «Non opera / non regista / non scenografo / non personaggi tradizionali / ma drammaturgia-tragedia con suoni mobili che / leggono scoprono / svuotano riempiono lo spazio». Nella chiesa solisti, musicisti, direttore e coro sono disposti lungo il perimetro su impalcature di diversa altezza (notava Nono che nelle chiese le cantorie e gli organi sono sempre a mezza altezza, mai sul pavimento, una pratica concertistica antiacustica attuale).

Da quando il “Prometeo” deve far a meno della struttura di Piano, ideata per la prima veneziana del 1984, l’allestimento va rimodellato sulle peculiarità del luogo dell’esecuzione; la fruizione sarà dunque, ogni volta, unica. Prometeo non ci racconta una storia in musica: il libretto di Cacciari, costituito da testi in greco, italiano, tedesco, si dissolve nel suono. La composizione è in nove parti, ognuna con un diverso organico; vi è una eco dei cori battenti di San Marco: «a sonar e cantar» è scritto in partitura, un riferimento a Andrea e Giovanni Gabrieli; pure la “nuova” realtà microtonale ha per Nono radici nell’antichità (per es. nei canti sinagogali). Elementi centrali sono il timbro e lo spazio, insieme alla trasformazione con il live electronics delle voci e degli strumenti. È visibile lo sforzo richiesto agli interpreti per produrre il suono mobile con la voce e con gli strumenti. Gli ascoltatori seduti nella navata sono letteralmente circondati dall’opera. Metzmacher è lo specialista indiscusso del repertorio, i cantanti solisti brillano per tecnica e bravura, la Schola Heidelberg ha suono cristallino e intonazione celestiale.

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Salisburgo: “Die Frau ohne Schatten” reloaded

A Salisburgo la Donna senz’ombra ambientata a Vienna nel 1955

La “Frau ohne Schatten” di Christof Loy ha sorpreso tutti. Loy accantona completamente il lato favolistico presente in Hofmannsthal ambientando la vicenda in un teatro ottocentesco. Ciò basterebbe a far pensare a una meta-opera. C’è di più. In scena i personaggi in abiti quotidiani stanno in realtà provando la Frau: leggono la parte sul leggìo supervisionati da un regista, contornati da una segretaria, cameriere e sorveglianti. Il senso di straniamento è acuito dal fatto che la rappresentazione ha luogo negli anni ’50, riferimento – non immediatamente comprensibile – alla prima incisione dell’opera realizzata a Vienna nel 1955 sotto la bacchetta di Karl Böhm.

Qui la storia della “Donna senz’ombra” è costretta a emergere solo attraverso la musica. Certo, la grandezza della partitura di Strauss è tale che neanche una regia così anticonvenzionale può ostacolare il suo completo dispiegamento. Il merito è tutto del geniale Christian Thielemann che non delude mai le aspettative. La sua acuta interpretazione, con i Wiener in forma come sempre, mette in luce ogni singolo elemento di forza dell’opera, eseguita senza tagli. Sul versante musicale davvero non si può volere di più; il pubblico salisburghese lo sa e ha accolto con grande calore il direttore d’orchestra. Non altrettanto si può dire del regista che alla fine è stati buati. Di pregio il cast vocale: su tutti svettano la moglie del tintore Evelyn Herlitzius, applauditissima, e la nutrice Michaela Schuster; bravi il gagliardo imperatore Stephen Gould e Wolfgang Koch, il tintore, anche se quest’ultimo non si distingue per presenza scenica; mentre l’imperatrice Anne Schwanewilms ha avuto qualche momento di debolezza. Rachel Frenkel, in abiti maschili, ha saputo conferire il preciso tratto di ineluttabilità alla voce del falco.

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L’Opernphantasie “Dionysus” di Wolfgang Rihm in prima mondiale al Festival di Salisburgo

Il mondo onirico di Nietzsche

© Ruth Walz

Dopo 14 anni di gestazione ecco la stupefacente Opernphantasie di Rihm.

Su un lago, in barca, N. subisce l’assalto erotico di Arianna (traslato di Cosima Wagner): è la bravissima Mojca Erdmann, voce duttile e cristallina nella tessitura acuta. N. esce dal mutismo con: “Io sono il labirinto”, ma sarà l’Ospite biancovestito a incantare Arianna.

La scenografia è dominata dallo sguardo stilizzato di un essere multiforme, nocciolo della concezione di Meese: è Dio, Nietzsche stesso o un alieno? Poi N. e l’ospite scalano una montagna: più si allontanano da terra, più i loro dialoghi divengono criptici, e Rihm abilmente fa rimpiattino tra i giochi di parole e il loro corrispettivo musicale (ad es. “Nur Narr”, nella terza scena).

In una sorta di metafora interiore, N. parla con l’Ospite come a un alter ego (“Nicht mehr zurück?”), e anche quando il coro irrompe espressionisticamente sembra dar voce al suo delirio paranoico.

La terza scena è bipartita: nel colorato bordello pop N. rifiuta le avances delle 4 prostitute (fantasia erotica opposta rispetto ad Arianna), e intona “Der Wanderer” mentre l’Ospite è al pianoforte: di lì a poco questo verrà fatto a pezzi. Nello scenario onirico c’è circolarità: le stesse parole (“Mich willst du? Ganz?”) pronunciate dalle ninfe, dalle prostitute e poi dall’Ospite, mutano di senso. Attorniato dalle menadi e da tre nutrici, simili a Veneri di Willendorf, N. è scorticato da Apollo, la sua pelle assume una forma autonoma e tutti si ritraggono inorriditi da lui.

L’ultima scena è quella del celebre episodio, ma qui è la pelle, in una piazza, ad abbracciare il cavallo, frustato da una figura senza volto. Composta magistralmente, visionaria, questa è l’opera che vorremmo (ri)vedere nei teatri di tutta Europa.

Accoglienza del pubblico calorosissima.

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Il Demofoonte (di Jommelli) ritrovato

Torna sulle scene il dramma per musica scritto per il San Carlo nell’intonazione del 1770

Demoofonte

© Silvia Lelli

Jommelli, superstar che riscuoteva i consensi di Charles Burney e aveva attirato l’attenzione del giovane Mozart, nel 1770 s’apprestava a intonare per la quarta volta il Demofoonte. Ora Riccardo Muti ha riscoperto questo dramma per musica su libretto di Metastasio nella biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella; per il terzo anno (e per altri 2) il Festival di Pentecoste di Salisburgo, in coproduzione col Ravenna Festival, mette in scena opere della scuola napoletana mai state in cartellone: prossime tappe Parigi e Ravenna.

La trama ha al centro il conflitto generazionale tra padre (Demofoonte) e figlio (Timante), e l’amore contrastato di quest’ultimo con Dircea: Demofoonte vorrebbe che Timante sposasse Creusa, regina di Frigia. L’uso virtuosistico dell’orchestra in competizione con i cantanti, la scrittura contrappuntistica degli archi, la maestria nel recitativo accompagnato, lodata anche dai suoi contemporanei, sono le peculiarità della partitura di Jommelli. La scena è bianca e asettica, vivificata da qualche pianta e dall’uso sapiente della luce. Domina uno stile impero minimal: nella vita alta degli abiti femminili, nella pettinatura à la Titus di Timante. Maria Grazia Schiavo è una Dircea dalla voce rotonda, duttile e carezzevole, il cui momento più alto è nell’aria “Se tutti i mali miei”; convince la recitazione di Josè Maria Lo Monaco (Timante) che dà il meglio di sé nei pezzi d’insieme; la bella Creusa (Eleonora Buratto) dal biondo crine si distingue per il suo caratterino (“Tu sai chi son” e “Non curo l’affetto”). L’autorevolezza di Demofoonte (Dmitry Korchak) è affidata soprattutto alla sua voce potente, meno alla presenza scenica. Accoglienza calorosissima del pubblico, ottima prova per l’Orchestra Giovanile Cherubini. Bentornato Jommelli!

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