Adorno, il compositore dialettico

Giacomo Danese

Theodor Wiesengrund Adorno, il compositore dialettico Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino 2008, pp. 360, € 22

Giacomo Danese è autore di una tesi di dottorato europeo, conseguito tra Roma e Berlino, in cui sonda uno degli aspetti meno conosciuti di Adorno: la sua produzione musicale, la quale, anche se certamente secondaria, non era comunque un hobby. L’obiettivo è notevole, soprattutto per la mole di scritti che riguardano, in generale, il filosofo-sociologo e ai quali tocca fare riferimento. Le sue opere musicali appaiono a stampa in tre riprese: una prima raccolta di composizioni in due volumi nel 1980, seguita dai pezzi per pianoforte nel 2001, e da altri tre volumi di composizioni nel 2007.

Per giungere alla comprensione del corpus adorniano nella sezione inaugurale Danesetratteggia un’accurata biografia intellettuale per contestualizzare gli anni di formazione, e nello specifico quella musicale, nella seconda entra nel vivo della materia e affronta i lavori, distinguendo la consistente produzione liederistica e quella strumentale (in cui spiccano i Zwei Stücke für Streichquartett op. 2  e i Sechs kurze Orchesterstücke op. 4, questi ultimi editi da Ricordi nel 1968); in ultimo, ed è la parte del testo più interessante, la figura del filosofo è ricondotta e intrecciata con quella del compositore. Un tratto saliente: «si ha la netta impressione di imbattersi in una scrittura musicale rigorosa, che è nel contempo riflessione teorico-estetica».

Completano il lavoro due appendici: i testi musicati da Adorno, con traduzione a fronte, e il catalogo delle opere. Danese ha una prosa scorrevole e squaderna un apparato di note che rivela una documentazione e un lavoro di ricerca ineccepibile, unito a una pregevole cura editoriale. Manca una bibliografia dei volumi citati, utile in un libro tanto denso di rimandi, per avere sott’occhio almeno una parte della letteratura critica su Adorno. Se si eccettua ciò, questo è uno studio che colma un’importante lacuna: indispensabile sia per chi si occupa di filosofia, sia di musica, sia di entrambe.

L’Indice dei libri del mese, anno XXVI, n. 9, settembre 2009, p. 33

Anche Adorno sognava

Theodor W. Adorno, I miei sogni

Trad. italiana di Alessandro Cecchi e Michele Ranchetti, pp. 133, € 10, Bollati Boringhieri 2007

“Fra i modi di dire mi è venuto in sogno e ho sognato ci sono di mezzo le ere storiche. Ma quale dei due è più vicino alla verità? Come non sono gli spiriti a mandare il sogno, così, d’altra parte, non si può dire nemmeno che sia l’io a sognare.”

(Minima moralia, Einaudi 20054, p. 227).

Una lapidaria sentenza apre l’incompiuto Beethoven (Einaudi 2001): “Nella musica siamo come nel sogno […] veniamo strappati dalla corrente della musica per andare Dio sa dove… forse è qui l’affinità della musica con la morte”. Diversi i punti di congiunzione fra mondo onirico, musica e morte nella speculazione di Adorno: i sogni sono come un fiume sotterraneo che, a tratti, riemerge. L’uomo-Adorno nei sogni si destreggia tra impegni mondani e peripezie erotiche, è spesso torturato o, a sua volta, torturatore: i sogni felici – sostiene il filosofo – si danno così poco come, secondo il detto di Schubert, la musica allegra. Il filo rosso è una costante autopersecuzione in cui Adorno sogna di essere crocifisso, mangiato, ghigliottinato. La vita diurna e quella notturna sono vasi comunicanti, molto più di quanto non appaia ad una superficiale occhiata, e forte è la tentazione di usare le chiavi interpretative che egli stesso fornisce.

Nel 1966 scrive nella Dialettica negativa: “Non è […] sbagliata la domanda meno culturale se dopo Auschwitz ci si possa lasciare vivere, se ciò in fondo sia lecito a chi è scampato per caso e di norma avrebbe dovuto essere ucciso. Per sopravvivere egli ha già bisogno della freddezza, il principio basilare della società borghese, senza cui Auschwitz non sarebbe stato possibile: questa è la colpa drastica di chi è stato risparmiato. Per espiazione lo visitano sogni come quello di non vivere più, ma di essere stato ucciso nelle camere a gas nel 1944 e di vivere da allora l’intera esistenza solo nell’immaginario, emanazione del folle desiderio di un assassino vent’anni or sono», (trad. di M. Ranchetti). Nel novembre 1942 Adorno aveva sognato di riuscire a scappare dalla metropolitana, e annotava nel Traumprotokoll: “Non potevo […] rallegrarmi del colpo di fortuna. Avevo la sensazione che avessimo fatto qualcosa di proibito, perché ci eravamo messi in salvo attraverso l’uscita sbagliata […] e per tutta la durata del sogno mi aspettavo la punizione che per questo doveva colpirci”.

Questi racconti del cuscino non sono dunque soltanto un divertissement: l’intellettuale, che ha voluto che fossero pubblicati dopo la sua morte, li considerava a pieno titolo una sua opera, tanto che alcune intuizioni nate nel sonno confluiscono direttamente nei Minima Moralia, che per la forma rapsodica sembrano il contraltare dei Sogni. Il fine resta comunque la loro mera registrazione, senza interpretazione. Il teorico di Francoforte non è mai stato in analisi, ma conosceva Freud, anche se la sua posizione è critica, perché – com’egli stesso scriveva – nella psicanalisi non c’è nient’altro di vero che le sue esagerazioni.

Il libro è anche una teoria di persone, conosciute (Gretel, la moglie, Max Horkheimer, Alban Berg, Karl Kraus) o anonime, che si muovono in un teatro d’ombre. Leggerlo è come dare una sbirciata dietro le quinte di un palcoscenico, gesto che non garantisce una migliore, ma certamente una diversa comprensione dello spettacolo. C’è una circolarità, un perenne ritorno, in forme nuove, di immagini e situazioni già viste: la fantasmagoria si snoda come le figure replicanti di Escher o, più spesso, come i minuscoli cammei crudeli di Bosch.

L’Indice dei libri del mese, anno XXV, n. 6, giugno 2008, p. 20

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