I colori possono suonare? Un cyborg e un fisico a confronto

La storia di Neil Harbisson, nato a Belfast nel 1982, britannico di cittadinanza spagnola, sembra fantascienza. Harbisson è affetto da acromatopsia, non vede cioè i colori, ma una scala di grigi. Artista (dipinge e suona il pianoforte), nel 2002 s’iscrive al Dartington College of Arts, in Inghilterra, per studiare composizione. Lì incontra Adam Montandon, esperto di cibernetica. Colto da un’intuizione, Harbisson chiede a Montandon se possa aiutarlo a “sentire” i colori.

Non è il primo ad averci pensato. È infatti noto che suoni e colori sono costituiti da frequenze e che si può trovare la frequenza di un suono equivalente a un dato colore. Harbisson per primo ha costruito con Montandon l’eyeborg, un dispositivo che traduce per lui i colori che vede in suoni simili a quelli di un campionatore. Frequenze alte dei colori corrispondono a suoni più acuti: l’eyeborg assomiglia a un cerchietto, al quale è collegata una telecamera che invia i suoni a due auricolari. Dalla prima versione (2003) a quella odierna Harbisson, con Peter Kese e Matias Lizana, ha perfezionato il dispositivo nei suoi aspetti tecnici e da sé ha ideato due scale “sonocromatiche”. La prima, microtonale, era basata su 360 note/colori, quella attuale non logaritmica è ancor più ampia (non sono le stesse corrispondenze usate da Skrjabin per il Prometeo).

Neil_Harbisson,_cyborg

Neil Harbisson

Harbisson ha suscitato curiosità e in breve tempo è diventato una star. Ha cominciato a spiegare l’eyeborg e ha inventato i “ritratti sonori” di personaggi famosi e non, sbarcati nel 2011 pure alla Giudecca 795 Art Gallery di Venezia. Ha difeso il suo diritto a portare l’eyeborg; il permesso richiesto al governo inglese perché la “protesi” fosse ammessa sui suoi documenti, ottenuto dopo molte resistenze, fa di lui un cyborg a tutti gli effetti (a difesa dei quali ha creato una fondazione). Egli afferma che, a parte le difficoltà iniziali (emicranie) e un certo disorientamento sonoro, ora non ne potrebbe far più a meno. Il suo entusiasmo si può vedere in una TED Talk, il popolare format americano di conferenze brevi.

Sul versante musicale Harbisson ha composto il Pianoborg Concerto (2005), in cui un pianoforte interagisce con l’eyeborg, e ora collabora con la coreografa spagnola Moon Ribas, con cui ha ideato il “deviced theatre” che prevede anche la danza: The Sound of the Orange Tree I (2011) e II (2012). Risulta in progress l’opera Sound Rays. Aspettiamo di vederla/ascoltarla in giro per l’Europa.

Da molti anni psicologi, neurologi, psichiatri eccetera hanno invaso pacificamente il campo dei musicisti/musicofili osservando il fenomeno musicale dal punto di vista medico-fisiologico con esiti diseguali. Perché i colori non suonano parrebbe contraddire l’esperienza di Harbisson.     L’importante opera di Kevin O’Regan, già fisico, direttore del Laboratorio di psicologia della percezione di Parigi, è in realtà soprattutto un libro sull’affascinante complessità della sensazione, più che sul solo udito (il titolo originale Why Red Doesn’t Sound Like a Bell forse lo chiariva meglio). Questo lavoro è un’esplorazione della coscienza, utile per riflettere anche sull’ascolto in relazione agli altri sensi. Che cos’è il rosso e come lo si percepisce? Cosa sono i suoni e quali strumenti abbiamo per descriverli? Perché il racconto di un suono, di un colore o di un odore differisce in modo tanto accentuato (la soluzione alle pagine 156/7)? Domande in apparenza semplici, cui Kevin O’Regan sa fornire articolate risposte con uno stile particolare, tanto raro negli scienziati, che ricorda quello di Oliver Sacks.

Benedetta Saglietti

Il Giornale della Musica, 313, aprile 2014, p. 24

 O'Regan-228x228J. Kevin O’Regan,

Perché i colori non suonano. Una nuova teoria della coscienza.

Milano, Raffaello Cortina editore, pp. 338, 2012, 28 €

Leggi anche: Fatti di musica, la scienza di un’ossessione umana

Leone Sinigaglia. La musica delle alte vette.

downloadGianluca La Villa, Annalisa Lo Piccolo.

Leone Sinigaglia. La musica delle alte vette.

Gabrielli Editori, Verona 2012, euro 15.

L’originale, snella monografia dedicata a Leone Sinigaglia (1868-1944) è opera dell’avvocato musicofilo La Villa e dalla musicologa Annalisa Lo Piccolo. Scritto in stile discorsivo, il testo attraversa le tappe della vita del compositore piemontese, la prima formazione nella Torino di fine Ottocento, gli studi in mezza Europa, con – tra gli altri maestri – Dvořák, i lavori etnomusicologici per la valorizzazione del patrimonio musicale popolare, senza omettere la passione per l’arrampicata su roccia e ghiacciaio.

Oltre a lasciarsi leggere con piacere, si segnala l’attenzione per il contesto storico e il dato documentario (con citazioni da fonti primarie e letteratura secondaria e ampie note a piè di pagina). In coda al volume il dettagliato excursus di Lo Piccolo sulla produzione musicale di Sinigaglia, con brevi cenni sulla recezione, e la bibliografia. Gianluca La Villa, oltre ad aver cocurato questo titolo, ha meritevolmente promosso a Ferrara l’esecuzione di musiche di Sinigaglia (Regenlied, Romanza e Humoreske per violoncello e orchestra op. 16, Concerto per violino e orchestra op. 20 si riascoltano su You Tube). Buona la cura editoriale.

Il Giornale della Musica, 311, febbraio 2014, p. 23

Guida per autori alle prese con l’editoria digitale

cover DariaGrazie all’idea dell’autrice (aprire il testo ancora work-in-progress alla collaborazione dei lettori) ho letto questo lavoro in anteprima e ho dato anch’io un piccolo contributo.

La Guida è:

L’abc di Alfred Brendel

Esistono pianisti che non amano il pianoforte?

Un domatore ama forse i suoi leoni?

abbecedarioAlfred Brendel,
Abbecedario di un pianista.
Un libro di lettura per gli amanti del pianoforte
Traduzione di Clelia Parvopassu
Piccola Biblioteca Adelphi

2014, pp. 156, € 12

Quando il bambino era bambino trascorreva intere settimane a esercitarsi nella calligrafia… e poi finì per dimenticarsene! Così l’abbecedario di Alfred Brendel rispolvera la memoria ai colleghi pianisti e li riporta un po’ alle loro prime lezioni di pianoforte (vedi alle voci «staccato», «tocco»). Ma questo è anche e soprattutto un libro di lettura per gli amanti del pianoforte. Come le altre opere di Brendel, ad es. Un dito di troppo, o l’insuperabile (forse intraducibile) Kleine Teufel. Neue Gedichte, 1999, anche l’abc ora pubblicato da Adelphi, che aveva già in catalogo le conversazioni con Martin Meyer, è scritto in quel suo stile inconfondibile, arguto, “mozartiano”, lo stesso che ne contraddistingue le interpretazioni e l’eloquio. Quindi è sempre un piacere leggerlo. E quindi va colta l’occasione di ascoltarlo il prossimo 11 maggio al Salone del libro di Torino.

Gustatene la lettura lentamente, con calma. Troverete un empireo che racchiude i compositori amati dall’autore, una lista di consigli per il ri-ascolto consapevole («Cantabile»: il secondo tempo del Concerto in fa minore di Bach nella registrazione di Edwin Fischer), una mappa della personalità di questo pianista; valgano qui per tutte le due voci «chiuse» e «umorismo».

È un libro nel libro che si potrebbe, in teoria, disfare come un puzzle, inventando altre voci usando lo stesso testo, ad esempio: Oratore: l’interprete è un oratore. Demone delle ottave: malattia che affligge alcuni pianisti che suonano le ottave senza sforzo. Gemelli eterozigoti: lo sono la forma e il carattere di un pezzo. Profani e puristi: a proposito del pedale. Maturazione: a che età matura un pianista? Metamorfosi: il pianoforte è un luogo di metamorfosi. Scultura: il pianista dovrebbe dar l’impressione all’ascoltatore di poter girare intorno a pezzo musicale come intorno a una scultura. E così via.

Se questo abbecedario fosse un brano musicale sarebbe la raccolta dei Moments Musicaux. Considerato l’inizio denso che via via s’alleggerisce si potrebbe suggerire una lettura al contrario dalla Z alla A.

Menzione speciale va ai disegni di Gottfried Wiegand – avvicinabili nella poetica a quelli di Franco Matticchio – che fanno da compendio, un po’ surreale, al testo. Suonare il pianoforte, a volte, è come un matrimonio di lungo corso e queste illustrazioni suggeriscono vie inedite per sgranchire cervello e dita. Anche inchiodando i tasti. Del resto, come già i membri del Fluxus ben sapevano, convivere col pianoforte a volte è arduo…

La dichiarazione d’amore all’America di Arbasino

e30427f2a86379d7a9e6df39fccbc763_w190_h_mw_mhAlberto Arbasino,
America amore.

Adelphi, Milano 2011, 3ª ediz., pp. 867

America amore è un lungo, compiuto, emozionante spettacolo pirotecnico. Sulle prime, diciamo per tutta la sezione Harvard ’59, si potrebbe pure essere atterriti dall’idea che sia un lungo, serioso resoconto di un ragazzo di buone letture, dotato di grandi qualità, spedito negli Stati Uniti dalle sue conoscenze. Il tono però fa presto a cambiare, ed ecco che la voce narrante, quella voce che si legge nelle sue opere, alquanto celata nell’Arbasino uomo, con prepotenza ruba tutta la scena.

Ciò che colpisce non è tanto la quantità e qualità sorprendente d’incontri, dovuti anche alla fortuna (e che così lo stesso autore ha spiegato di recente: “Con illustri personaggi come Edmund Wilson o Mary McCarthy si scrive un garbato bigliettino o si telefona e così loro fissano un giorno o un’ora e si va a trovarli a casa loro, anche se è un po’ lontana”), ma la virtuosistica capacità di fondere tutto, d’imparare da ogni cosa, di vederla e rileggerla dandogli un valore all’interno della propria biografia. Quanto di più lontano dall’accademia: Arbasino prova un’urgenza verso la letteratura, la musica, i viaggi, tale da cannibalizzarle letteralmente, trasformandole in una parte necessaria di sé, che sulla pagina mescola con arguzia alla vita vissuta, cui la cultura è indissolubilmente intrecciata. A partire dalle sue personali costellazioni la cultura assume un senso profondo o, come piacerebbe tanto insegnare alla scuola di oggi, multidisciplinare.

Non molti libri oggi, a parte i classici, riescono a convincerti a seguire l’autore per 900 pagine: ma Arbasino ha dalla sua un entusiasmo incontenibile – anche, va detto, erotico -, una curiosità culturale senza fine, eclettica, un patrimonio vivo di conoscenze.

Il testo (un’autobiografia intellettuale?) funziona come storia culturale e personalissima critica, principalmente letteraria, ma anche teatrale e musicale. Tra le vette insuperabili l’episodio di Allen Ginsberg e Rudolf Nureyev allo Storkino di Milano, anche se talvolta i lunghi elenchi che hanno reso famoso lo stile di Arbasino in un tomo di queste dimensioni appesantiscono un po’ la lettura.

America amore è insieme una guida all’America, oggi non così dissimile da quella descritta (degli anni Cinquanta e Sessanta), un racconto profetico della contemporaneità e delle sue neurosi (si veda il capitolo sulla fabbrica “Alla General Motors” oppure il superlativo “Disneyland”, che non a caso è posto dopo un “Convegno”), e un canone di sicuro riferimento, altro che Harold Bloom. Qual è lo spirito dominante? In una conversazione con Gabriele Pedullà Arbasino ha detto: “Io al cinema ci sono sempre andato solo per divertirmi, come d’altronde è successo anche per i libri. La poesia l’ho letta perché mi piaceva, mica per dare degli esami alla facoltà di Lettere!”.

Ciò che Arbasino scrive di Edmund Wilson, calza perfettamente anche al primo: “È stato l’ultimo dei Grandi Letterati perché invece di far della letteratura sulla letteratura uno strumento specializzato e meschino di arrivismo accademico o di protagonismo agonistico, o di minuziosità delle stupidaggini, ha applicato alla cultura del nostro secolo un suo «tutto connettere» conoscitivo e interpretativo grandiosamente trasversale […] era l’opposto dell’erudito che si rivolge per lo più ad altri eruditi su temi tanto specialistici da tagliar fuori tutto il pubblico colto, o tanto cattedratici da servir solo per le cabale dei concorsi e dei ruoli (p. 795)”.

Scritto per 24letture.

Citata nella tesi di laurea di Chiara Poloni, Alberto Arbasino e America amore. L’opera enciclopedica e la riscrittura, p. 251, Relatore, Ch. Prof. Ricciarda Ricorda, Corso di Laurea specialistica in Filologia e Letteratura Italiana, Università Cà Foscari di Venezia, 2014/2015.

G. Satragni, La modernità in musica. Dodici variazioni su tema

La modernità in musica, Giangiorgio Satragni, L'epos

La modernità in musica

Giangiorgio Satragni,

La modernità in musica.

Dodici variazioni sul tema.

Palermo, L’Epos 2014, pp. 158, € 18,30

Una (ri)considerazione della modernità in musica attraverso opere-chiave che ne rappresentano gli snodi fondamentali. Ogni lavoro è inserito nel contesto dell’autore e del suo tempo, ma nel cammino scelto è proprio l’opera, sbocciata da una relazione di fermenti, a illuminare ciò che le sta intorno.

Il percorso include anche scelte inconsuete per la storiografia, in quanto specie nel Novecento esistono più forme di modernità che non siano unicamente l’avanguardia pura: non sempre, difatti, la storia procede in linea retta*.

(*dalla quarta di copertina)

Indice

II Preludio e tema

15. I. La sinfonia in e dopo Beethoven. Il caso Mendelssohn

25. II. Wagner, l’opera d’arte dell’avvenire e la nascita della musica moderna

35. III. L’innovazione del poema sinfonico da Liszt a Richard Strauss. L’esempio di Zarathustra

45. IV. La diffusione della modernità in Europa e in Francia. Il PelléasLa mer di Claude Debussy

55. V. L’arrivo a Parigi di Stravinskij e l’avvento di una modernità radicale. Da Petruška al Sacre du printemps

65. VI. Vienna e la crisi del linguaggio. La musica atonale di Schönberg e degli allievi. Il Pierrot lunaire

75. VII. La dodecafonia in Schönberg e negli allievi. Le Variazioni per orchestra op. 31

85. VIII. La liberazione del suono. Edgar Varèse fra Intégrales Ionisation

95. IX. Dalla serialità integrale alla musica elettronica. Il Canto dei fanciulli di Stockhausen

105. X. L’opera da camera come genere moderno: gli esempi di Britten e Henze

115. XI. Gli sviluppi della musica italiana e l’arte di Luciano Berio in Sinfonia

125. XII. L’apporto della tecnologia informatica alla musica. L’IRCAM di Parigi e Répons di Boulez

135. Bibliografia ragionata

149. Discografia critica essenziale

Schubert: Lied e musica strumentale, Georgiades e Della Croce

Schubert 1Thrasybulos G. Georgiades, Schubert, musica e lirica. Il Lied e la struttura della musica di Schubert. A cura di M. Giani, trad. italiana di C. Bottiglieri – M. Giani, Roma, Astrolabio 2012, pp. 334, € 31Schubert Della croce

Luigi Della Croce, Franz Schubert. La grande musica strumentale, LIM, Lucca 2013, pp. 286, € 20

L’opera di Thrasybulos G. Georgiades (1907-1977), escluse due eccezioni, è stata praticamente ignorata dal mondo editoriale italiano. D’adozione tedesco, ma greco di nascita, Georgiades studiò a Monaco composizione con Carl Orff e musicologia con Rudolf von Ficker, alla cui cattedra, dopo un’esperienza di docenza a Heidelberg, succedette. Il testo (ed. orig. Göttingen, 1967), curato da Maurizio Giani, e finalmente tradotto dall’Astrolabio, ha al centro il Lied e la struttura della musica di Schubert considerata in uno «scenario di immensa ampiezza» che dà conto di alcune trasformazioni capitali della musica occidentale dalla dissoluzione della mousikè  greca all’avvento della wiener Klassik.

L’approccio è empirico: Georgiades propone una serie di temi così come gli si presentarono, derivandoli dalle sue esperienze di ascoltatore; una qualità che rende questo lavoro simile a un diario di ascolto, il cui tono e i contenuti recano l’impronta delle lezioni universitarie da cui ha preso le mosse. L’autore avvicina dapprima la struttura del Lied, mettendo a confronto il Lied preschubertiano, quello postschubertiano e la produzione dei classici viennesi, enunciazione teorica che verifica poi in concreto (si legga, ad es. nella sezione “ampliamento della base sperimentale”, l’analisi comparata di “Freudvoll und leidvoll” nelle intonazioni di Beethoven e Schubert, p. 114 sgg.).

Superata questa prima impegnativa tappa, la strada è aperta al lettore verso una più profonda comprensione della struttura della lirica musicale di Schubert e del rapporto tra Lied e musica strumentale. Questi percorsi interpretativi sono controbilanciati da due sezioni che indagano, mediante un’analisi di taglio sociologico, la produzione di Schubert nella sfera pubblica, la quale è poi considerata in rapporto alla storia della musica nella sua totalità in un paragrafo d’impostazione storica. Conclude l’opera un lungo excursus sulla notazione dei Lieder e un’appendice di trentasei testi musicali. Per una deliberata scelta editoriale si presenta al lettore italiano solo la prima parte del testo originario, che riesce in ogni caso a mostrare compiutamente il metodo analitico di Georgiades.

Questa traduzione arricchisce senza dubbio lo studioso italiano, poiché quasi tutta la letteratura secondaria su Schubert tiene conto di Georgiades avendolo come modello metodologico o per discuterne le tesi. È strano e difficile, questo libro. Esige dal suo lettore tempo e un ascolto partecipato sottile, (ri)trovando – come scrive Giani nella sua Avvertenza – il piacere di soffermarsi sull’attimo carico di significato. Non per nulla la collana nella quale è inserito porta il nome «Adagio».

Una guida ragionata all’ascolto della musica strumentale di Schubert, da cui sono esclusi i Lieder, è invece l’opera licenziata da Luigi Della Croce, che fa idealmente seguito a Notte e sogni. Gli scritti e le lettere tradotti e commentati dallo stesso autore nel 1996 apparsi presso Akademos-LIM.

Della Croce affronta con un rapido sguardo d’insieme la vasta produzione strumentale di Schubert dividendola per generi. L’analisi musicale si trova nella più ampia sezione analitica, in cui i brani sono esaminati in ordine cronologico. A ognuno di essi l’autore dedica una manciata di pagine nelle quali illustra discorsivamente le caratteristiche del pezzo (senza dimenticare il minutaggio). In chiusura di volume una bibliografia sintetica e la discografia selettiva. La guida, facilmente accessibile anche al neofita, si rivolge agli amanti della musica, nessuno escluso, che potranno per mezzo di essa brevemente rinfrescarsi la memoria prima di andare a un concerto.

Il Giornale della musica, 310, gennaio 2014, p. 22