All’opera in libreria

Opera 2012. Annuario EDT-CIDIM dell’opera lirica in Italia, Torino 2012, EDT, pp. 381, € 45

Fedele d’Amico, Forma divina. Saggi sull’opera lirica e sul balletto, vol. I Settecento e Ottocento, pp. 312;

vol. II, Novecento e balletti, a cura di Nicola Badolato e Lorenzo Bianconi, prefazione di Giorgio Pestelli, pp. 578, Firenze 2012, Leo S. Olschki Editore, € 54

Paolo Gallarati, Trent’anni all’Opera (1978-2010), Firenze 2012, Le Lettere, pp. 341, € 32

Andrea Fabiano e Michel Noiray, L’opera italiana in Francia nel Settecento. Il viaggio di un’idea di teatro, Torino 2013, EDT, pp. 118, €12,50

Gastón Fournier-Facio e Alessandro Gamba, L’inizio e la fine del mondo. Nuova guida al Ring di Richard Wagner, Milano 2013, il Saggiatore, pp. 567, € 35

Marina Mayrhofer, Di specie magica. Drammaturgia musicale tedesca dell’Ottocento, Roma 2012, Aracne, pp. 237, € 14 (indice)

Gerardo Tocchini, La politica della rappresentazione. Comunicazione sociale e consumo culturale nella Francia di antico regime (1669-1781), Torino 2012, Stampatori, pp. 346, € 19

Claudio Toscani, «D’amore al dolce impero». Studi sul teatro musicale italiano del primo Ottocento, Lucca 2012, LIM, pp. 312, € 40

Alberto Zedda, Divagazioni rossiniane, Milano 2012, Casa Ricordi, pp. 196, € 18

Valido strumento di consultazione per gli addetti ai lavori, l’annuario dell’opera lirica in Italia EDT/CIDIM giunge alla ventiseiesima edizione. Allinea la quasi totalità delle stagioni liriche 2011-2012, esclusi balletti e operette, con ogni dato relativo a budget, incassi e sponsor, presenze, cast, allestimento, numero, data e sedi di rappresentazione.  Da Ancona a Viterbo, si annoverano settanta fra teatri, fondazioni, festival e associazioni musicali italiane. Corredano il volume gli indici delle prime assolute, delle prime esecuzioni moderne e delle prime rappresentazioni italiane ed europee.

Strumento per leggere l’opera, osservata dal punto di vista del critico, sono le recensioni di Paolo Gallarati, selezionate per tenere memoria di alcuni spettacoli significativi. Scritte durante un trentennio per La Stampa – quotidiano che offre on-line il più completo archivio storico di articoli dalla fondazione, 1867, a oggi -, la raccolta è ordinata a seconda del periodo di composizione dell’opera recensita (dal Seicento al Novecento, con alcuni esempi di teatro musicale contemporaneo) e s’arresta al 2010. Troviamo un cenno agli inizi della critica musicale, ci s’interroga su croci e delizie di quest’attività, tesa verso un «utopico equilibrio tra cronaca e storia, impressioni e riflessione estetica». Trent’anni di opere: numericamente rilevanti sono le recensioni dedicate a Rossini, e all’attività del festival di Pesaro, seguito da Mozart e Verdi.

Il “taccuino di studio e di passione” di Alberto Zedda prende avvio dalla prima, rocambolesca edizione critica del Barbiere (1969-20092), nata in seno a una tournée americana del direttore d’orchestra. È una «simbiosi di arte e di vita», narrata con gusto e piena di colpi di scena che va dalla preistoria della filologia a oggi. Non c’è aspetto di e intorno a Rossini e alla sua opera che in queste Divagazioni rossiniane non abbia una parte, distillata attraverso l’esperienza e la viva, appassionata voce di Zedda. Non è solo una raccolta di riflessioni personali, ma un testimone col quale l’autore passa ciò che ha imparato, o meglio ciò che Rossini, presenza percepibile e viva, gli ha insegnato.

Completamento ideale di Tutte le cronache musicali: L’Espresso 1967-1989 (Bulzoni, 2000, 3 voll.) Olschki dà alle stampe Forma divina con il sostegno della Fondazione Spinola Banna per l’arte (prossima a ricevere il Leone d’argento): due pregiati volumi, dal punto di vista editoriale e contenutistico, che racchiudono un’ampia selezione, ottanta per l’esattezza, di programmi di sala per opere e balletti, scritti da Fedele d’Amico tra il 1950 e il 1988, in maggior parte per l’Opera di Roma e la Scala. Un vademecum, concepito in origine come guida per assistere a uno spettacolo teatrale, che oggi ridiventa occasione di approfondimento. D’Amico traccia due secoli di storia dell’opera: il primo tomo è dedicato a Sette e Ottocento, con una prevalenza di opera italiana, il secondo al Novecento e, in misura minore, ai balletti. Le opere sono celebri, ma l’acuto osservatore ha qualcosa da insegnare anche al melomane più esperto, e lo fa con una prosa elegante.

Più ristretto l’ambito cronologico dell’argomento affrontato da Claudio Toscani, il teatro musicale italiano del primo Ottocento (così recita il sottotitolo), anche se in verità giunge fino alla morte di Verdi, tracciando la storia dei cori verdiani nell’Italia del Risorgimento; Mayr, Donizetti e Bellini sono i protagonisti degli altri contributi. Ghiotto è il saggio con tedesco a fronte sul gergo teatrale italiano nel primo Ottocento (intitolato Broccoli, arrosto e brodo lungo) visto attraverso le lenti dell’«Allgemeine musikalische Zeitung». Diversi sono i temi: le influenze francesi nelle opere di Mayr e Paer, i percorsi “esotici” dell’opera italiana del periodo, la compatibilità dei sistemi metrico-melodici italiano/francese vista attraverso la traduzione delle Vêpres siciliennes, e infine le note a margine dell’edizione critica de I Capuleti e i Montecchi.

Sul versante francese l’opera è indagata attraverso lo studio dei consumi e delle pratiche culturali dallo storico Gerardo Tocchini. Nella Francia di antico regime essa è esibizione del potere e riaffermazione delle linee di assetto dominanti nella società (si leggano in particolare le disamine del répertoire royal, replicabile all’infinito, e sul suo declino; il paragrafo dedicato alla trasformazione dell’Opéra da luogo del consenso a roccaforte del conformismo regio). L’opera è considerata dall’autore prima di tutto come strumento della comunicazione sociale e oggetto della politica. Gli aspetti materiali (“nuovi generi lirici e consumi del pubblico di città”; “mantenere una ballerina all’Opéra”) sono centrali, poiché l’oggetto musicale è per l’autore «un mezzo per cercare di comprendere e dare un volto alla domanda culturale degli uomini di antico regime». Di taglio estetico Il viaggio di un’idea di teatro di Fabiano e Noiray illustra la lenta uscita dalla semiclandestinità dell’opera italiana in Francia qualche tempo dopo la morte di Lully fino all’inaugurazione del Théâtre de Monsieur, teatro d’opera italiana (1791). Aspetti specifici presi in esame sono la nascita della “comédie mêlée d’ariettes” (1752-1757), il ruolo degli italiani all’Académie royale de musique (1754-1789), l’opera buffa a Parigi nel periodo pre-rivoluzionario.

In ambito tedesco Marina Mayrhofer discute la magia quale componente drammaturgica partendo dal Singspiel Undine di E.T.A. Hoffmann (1816), anche inteso quale anticipazione degli esiti cui pervenne Wagner con L’Olandese volante e il Lohengrin, e ne Il franco cacciatore di Weber (1821): pur nelle diverse ambientazioni l’autrice ravvisa in queste opere il ricorso alla magia per scatenare incubi e ansie inconfessate, in particolare attraverso l’uso del canto popolare (romanza, ballata, Lied per voce sola). L’oratorio Das Paradies und die Peri di Schumann (1843) e l’opera Königskinder di Humperdinck (1897) occupano la seconda parte del volume. Buona bibliografia sintetica a fondo volume, la cura redazionale del testo è tuttavia ampiamente perfettibile.

Una nuova guida al Ring mancava. Agile, nonostante le quasi seicento pagine, concepita da Gastón Fournier-Facio e Alessandro Gamba, essa è stata data alle stampe prima dell’arrivo della Tetralogia alla Scala diretta da Barenboim. Comprende soggetti, libretti con originale a fronte nella nuova traduzione di Franco Serpa, fonti filosofiche ispiratrici di Wagner (una sezione inframmezzata alla sintesi dell’opera, la cui idea è di Gamba), bibliografia ragionata in appendice, che avrebbe potuto essere divisa tra testi specialistici e non. L’inserimento del Qrcode permette di ascoltare in streaming l’edizione incisa da Marek Janowski nel 1980-1983 con la Staatskapelle di Dresda, disponibile in mp3 anche sulla pagina web de il Saggiatore. Nonostante la collana Opere e libri non lo preveda, sarebbe auspicabile l’uscita in formato e-book.

Il Giornale della Musica, 308, novembre 2013, p. 22

I libri hanno bisogno di noi (?)

Dopo aver dedicato ore, giorni, settimane a leggere, a imparare mnemonicamente, a spiegare a noi stessi, o ad altri, un’ode trascendente di Orazio, un canto dell’Inferno, gli atti tre e quattro del Re Lear, le pagine sulla morte di Bergotte nel romanzo di Proust, ritorniamo al nostro arido universo domestico.

In strada, un grido lontano. Lo udiamo a mala pena. È l’indizio di un disordine, di una realtà contigente, volgarmente transitoria, non commensurabile a quella della nostra coscienza di posseduti. Che cos’è questo grido in strada se paragonato al grido di Lear contro Cordelia, o di un Achab al proprio demone bianco?

In un mondo di una monotonia asettica, precondizionata, ogni giorno muoiono migliaia, centinaia di essere umani sui nostri schermi televisi. […] Lo studioso, il lettore autentico, lo scrittore, è permeato dalla spaventosa intensità della narrativa, è formato per rispondere al più alto grado d’identificazione col testuale, con il fittizio. Questa formazione, questa concetrazione sulle antenne nervose e sugli organi dell’empatia – la cui portata non è mai illimitata – può mutilarlo, tagliarlo fuori da ciò che Freud chiamava il “principio di realtà”.

Da questo punto di vista paradossale il culto e l’esercizio delle discipline umane praticato dal divoratore di libri e dallo studioso possono a tutti gli effetti disumanizzare. Di conseguenza, forse ci riesce più difficile calarci nella vita politica e sociale che ci circonda, impegnarci in prima persona. Esiste un soffio gelido di disumanità nella torre di Montaigne, nella riflessione di Yeats che ci chiede di scegliere tra la perfezione della vita e dell’opera, nell’atteggiamento di un Wagner convinto che fosse inutile rimborsare coloro che l’avevano aiutato quando si trovava in difficoltà, perché delle note a piè di pagina alle sue biografie li avrebbero resi immortali.

Per m che insegno e considero quale ossatura stessa della vita la letteratura, la flosofia, la musica e le arti, come saprò tradurre questa necessità in coscienza morale concreta della necessità umana, dell’ingiustizia che contribuisce in così ampia misura a rendere possibile l’alta cultura? Le torri che ci isolano son ben più coriacee dell’avorio. Non ho alcuna risposta convincente.

Siamo però chiamati a trovarne una se vogliamo ottenere il privilegio di vivere le nostre passioni, se vogliamo stringere fra le mani la meraviglia di un nuovo libro – Cui dono lepidum novum libellum? (“A chi lo dono il grazioso e nuovo libretto”?), chiede Catullo – e se vogliamo prendere parte, per quanto modestamente, all’orgoglio disincantato della sua preghiera: Quod, o patrona virgo / plus uno maneat perenne saeclo (“Oh, vergine patrona, duri perenne più di un secolo!”).

George Steiner, I libri hanno bisogno di noi,

Garzanti, Milano 2013, pp. 80-2.

Selfpublishing e tempo

Se è vero che il selfpublishing è parte della buona, o presunta tale, “economia dell’abbondanza”, continua tuttavia a scontrarsi con la scarsità della principale risorsa del lettore: il tempo. Per quanto buoni siano gli algoritmi che ci profilano, consigliano e customizzano, è estremamente probabile che il piacere che ci può derivare da una buona lettura sia mediamente più basso, perché è più probabile che incontriamo contenuti che non ci piacciono. Si genera una diseconomia; e le diseconomie hanno dei costi.

blog.bookrepublic.it

Viste sul pianoforte: Ciccolini, Schiff, Isacoff

Aldo Ciccolini, R.I.P. 1° febbraio 2015
Aldo Ciccolini

Dario Candela, Conversazioni con Aldo Ciccolini, Milano, Edizioni Curci 2012, pp. 192, € 17

schiff

Andràs Schiff, Le Sonate per pianoforte di Beethoven e il loro significato. Conversazioni con Martin Meyer, pref. M. Ladenburger, trad. it. C. Parvopassu, Milano, il Saggiatore 2012, pp. 152, € 15

pianoforte

Stuart Isacoff, Storia naturale del pianoforte. Lo strumento, la musica, i musicisti: da Mozart al jazz, e oltre, trad. di M. Bertoli, Torino, EDT 2012, pp. 360, € 22

Dario Candela, allievo di Aldo Ciccolini, ha composto una biografia sul maestro in forma di conversazione, senza toni agiografici. Non potrebbe essere diversamente. Chi conosce Ciccolini, anche solo di fama, sa quanto poco si atteggi a divo del pianoforte: alieno dai compromessi, si legga ad esempio il motivo della sua fuga in Francia nel 1949. Maestro e allievo affrontano i temi più diversi molto liberamente. Ridotto a una massima: Ciccolini consiglia di suonare con amore e umiltà. Ultimo di una serie di profili del pianista (scritti da Jean Jacques Lafaye, Roberto Piana, Riccardo Risalti, Sergio Della Mura), questo libro contiene un’appendice sullo studio del pianoforte, con dovizia di esempi.

È un dialogo tra Martin Meyer e András Schiff anche l’ultimo testo sulle Sonate per pianoforte di Beethoven, nato in occasione del ciclo di 32 Sonate eseguite da Schiff prima al Beethoven-Haus e attualmente alla Società del Quartetto di Milano (2012-2014). L’integrale «resta per ogni interprete una montagna senza certezze definitive», ed evita anche di creare nel pubblico quelle impressioni generiche e parziali conseguenza dell’ascolto limitato alle Sonate più famose. Il pianista desidera coinvolgere i suoi ascoltatori e va detto che l’esposizione dialogata rende assai godibile questo volume tradotto da Clelia Parvopassu (maggiormente accessibile rispetto ai testi da consultazione di Donald Tovey o Gaspare Scuderi, oppure quello più recente di Charles Rosen, rivolto agli specialisti). Più che un’introduzione alle Sonate per neofiti è invece un’opportunità per riascoltarle e per ripensarci, avendo come guida un interprete dall’eloquio chiaro e un interlocutore colto e curioso che pone domande molto precise. Giustamente Michael Ladenburger inserisce questo volume tra le riflessioni di interpreti beethoveniani, come Edwin Fischer (Roma, A. De Santis 1958) o Alfred Brendel.

Stuart Isacoff collega le innovazioni tecniche conosciute dal pianoforte alla diffusione che ebbe presso tutte le classi sociali, tanto da divenire un autentico simbolo. Un successo che decretò l’ampliamento del repertorio e la nascita di nuove professioni. La storia del pianoforte è narrata qui anche tramite i suoi interpreti, da Mozart a Lang Lang, in prospettiva diacronica e andando oltre il genere musicale. L’autore, noto per lo stile eccentrico, procede per illuminazioni, accostamenti imprevedibili, insomma quanto di più lontano possa dal didascalico. Ad esempio: i pianisti sono ripartiti fra “combustibili” (artisti la cui musica riecheggia le mutevoli maree della vita tipo Jerry Lee Lewis), “alchimisti” (ci portano nell’empireo, Debussy), “ritmizzatori” (Art Tatum), “melodisti” (da Schubert a Nat “King” Cole), cioè in base alle loro peculiarità timbrico/tecniche. Una lettura vitaminica.

Il Giornale della Musica, 306, settembre 2013, p. 23

La partita di Jerusalmy: Mozart vs Hitler

mozart jerusalmy

Raphaël Jerusalmy, Salvare Mozart.

Edizioni E/O, 120 pp., 14 euro.

Tra il luglio 1939 e l’agosto 1940 il melomane Otto J. Steiner, paziente di una casa di cura salisburghese, stende un diario. Steiner non nutre speranza di guarire, né s’illude che la storia prenda una buona piega. I cattivi presagi ci sono tutti.

La musica, ascoltata attraverso i dischi e la radio, è il cuore delle lunghe giornate di questo anziano degente. Nell’infausta estate del 1939 vi è sullo sfondo il Festival di Salisburgo. Il perno del racconto, tuttavia, non è l’unica rappresentazione cui assiste Otto Steiner (Il ratto dal serraglio diretto da Karl Böhm), ma l’arrivo di Hitler, una presenza già annunciata dalle bandiere naziste sulla facciata del Festspielhaus. (Chiunque abbia visto le foto dell’epoca può farsi un’idea precisa dell’evento).

Steiner, intellettuale “mezzo ebreo”, osserva da lontano la situazione politica, sociale e musicale che a Salisburgo, forse più che altrove, è davvero inscindibile. Il suo disgusto è estetico, ancor prima che morale; a ferirlo è l’asservimento della cultura austriaca alle nuove logiche politiche.

Fare del Festival di Salisburgo […] un trastullo da caserma è proprio il colmo. Prendere Mozart in ostaggio. Svilirlo a questo modo, p. 45.

Il personaggio, figlio della fantasia di Raphaël Jerusalmy, è ben disegnato, non privo di contraddizioni. L’autore fa leva su un umorismo perfido, e talora grottesco, mettendo Steiner, né ebreo né non ebreo, in situazioni paradossali. Quando gli viene rivolto un saluto ufficiale, durante la prima perquisizione del sanatorio, vediamo ad esempio Steiner allenarsi di fronte allo specchio per ripeterlo meglio che può. E, nonostante punti il dito contro lo sfacelo artistico, egli si ritroverà a collaborare col Festival per la stesura dei programmi di sala.

La grande storia batte alla porta del sanatorio e Steiner si trova al Brennero faccia a faccia con Mussolini e Hitler. Riuscirà in quell’occasione il debole, malato protagonista a cambiare i destini del secolo? Anche in questa scena madre gli punge, tuttavia, il sospetto d’aver tradito Mozart. E, altrettanto ingegnosamente, Mozart sarà riscattato nell’ultima edizione del Festival alla quale Steiner prenderà parte.

Il diario, rapsodico e pessimista, ha dei toni non distanti dalle tirate dei personaggi di Thomas Bernhard. Lo stile franto, secco di Jerusalmy sembra volutamente poco piacevole. È lo stesso Steiner a far autocritica:

Non mi riconosco affatto in queste frasi troppo brevi, smozzicate, che pure ho scritto di mio pugno, p. 39.

La ricostruzione del passato è puntigliosa. Sono perfettamente ripercorribili sia le vicende storiche sia quelle musicali, anche se alcuni giudizi estetici (come quello sul Borghese gentiluomo di Richard Strauss) sono opinabili.

Bisogna sottrarre Mozart – anche se solo in un’opera d’invenzione – dalle mani dei nazisti. Può essere questo genio apollineo lasciato a un’umanità del genere? La risposta è ovviamente no, e tale è la missione di Steiner.

Un interrogativo implicito e irrisolto è tuttavia accantonato fino all’ultima pagina, dove appare una doppia precisazione: i personaggi realmente esistiti citati nel diario non si schierarono in difesa della libertà di espressione o dei colleghi perseguitati, e Salisburgo continua a essere una delle capitali della musica. Entrambe le cose sono universalmente note e sulla seconda non c’è dubbio.

Che fare, dunque, di tutti coloro i quali pur possedendo o tutelando questo patrimonio culturale non mossero un dito nei confronti dei perseguitati?

Il fatto che si metta in diretto rapporto la condotta morale degli interpreti, e l’ammirazione incondizionata che questi protagonisti della musica incassarono dopo la guerra dai melomani di tutto il mondo, non aiuta purtroppo a spiegare meglio né l’animo umano, né l’arte, come già sapeva il comparatista George Steiner:

Le caratteristiche peculiari della sensibilità colta e del gusto estetico possono coesistere con un comportamento barbarico e politicamente sadico, nello stesso individuo. Uomini come Hans Frank, che amministrò la «soluzione finale» nell’Europa orientale, erano appassionati intenditori e, in alcuni casi, interpreti di Bach e Mozart. Nel castello di Barbablù, SE 2002, p. 75.

Fondamenta degli Incurabili, Iosif Brodskij

Iosif Brodskij

Fondamenta degli Incurabili

Traduzione di Gilberto Forti
Piccola Biblioteca Adelphi
1991, 18ª ediz., pp. 108
Molte lune fa il dollaro era a quota 870 e io ero a quota 32. Il globo era anch’esso più leggero – due miliardi di anime in meno -, e il bar della Stazione, in quella gelida sera di dicembre, era deserto. Lì, in piedi, aspettavo che venisse a prendermi l’unica persona che conoscevo in tutta la città. Il tempo passava, e lei non si faceva vedere. Ogni viaggiatore conosce questo guaio: questo misto di sfinimento e di apprensione. […] Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie narici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità, l’odore di alghe marine sotto zero. Per alcuni può essere l’erba appena tagliata o il fieno; per altri, gli aromi natalizi degli aghi di pino e dei mandarini. Per me sono le alghe marine sotto zero – un po’ per via degli aspetti onomatopeici di un nome che associa in sé il mondo vegetale e quello acquatico (il russo ha una parola meravigliosa, vodorosli), un po’ per la vaga incongruenza e il nascosto dramma subacqueo che questo nome comporta. Ognuno si riconosce in certi elementi; al tempo in cui aspiravo quell’odore sui gradini della Stazione i drammi nascosti e le incongruenze erano, decisamente, il mio forte.

sbnl

Ne avevo letto un estratto qui, al reading dedicato ai libri più tristi del mondo.

 

Nella stessa serata Francesco Guglieri, anche se non ci eravamo messi d’accordo prima!, ha letto questo passo:

Non ti confrontare con altri uomini di penna, ma con l’infinità umana: la quale è amara e triste più o meno quanto quella non umana.

È questo che deve suggerirti le parole, non già la tua invidia, non già la tua ambizione.

Iosif Brodskij, Dall’esilio, p. 19.