Cosa fece Richard Strauss alle Olimpiadi di Berlino, 1936

Considerata la risonanza mediatica data all’evento, si dà per scontato di sapere esattamente cosa accadde nella famosa, infausta cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Berlino nel 1936.  Ciò si deve a un paio di motivi: da un lato perché due anni dopo, nel 1938, uscì un documentario Olympia che celebrava con sfarzo quella cerimonia – forse uno dei primi “eventi” sportivi che sfruttassero stampa, registrazioni video e cinema, funzionale all’esaltazione del potere nazista -, dall’altro perché quando c’è di mezzo una ripresa cinematografica si tende a pensare di sapere tutto, perché si è visto qualcosa: ma, appunto, solo qualcosa da cui erroneamente si deduce una totalità. Storie celebri, come quella di Jesse Owens, simboli, sono inestricabilmente connessi a quell’edizione delle Olimpiadi.

Talvolta nella letteratura su Richard Strauss, e altre volte in romanzi, ricorre l’infondata nozione che egli abbia diretto l’inno nazista (ovvero l’inno tedesco insieme allo Horst-Wessel-Lied) durante il concerto inaugurale delle Olimpiadi di Berlino nel 1936.

Non è questo il luogo ideale per entrare nel dettaglio dei difficili rapporti di Strauss col nazismo, sul cui tema rimando a

Giangiorgio Satragni, Richard Strauss dietro la maschera, EDT 2015, pp. 95-133.

Oltre al documentario di Leni Riefenstahl intitolato Olympia e postprodotto (che vide in azione 34 cameraman e 1,5 milioni di marchi come budget), esistono alcuni video dell’evento, tra cui questo, nessuno dei quali mostra integralmente il lungo concerto di apertura. Per questa cerimonia è noto che Strauss compose la Olympische Hymne su testo di Robert Lubahn.

Per comprendere nel dettaglio la struttura della manifestazione, ho cercato il programma del concerto, imbattendomi così nella tesi di Elizabeth Schlüssel, intitolata Zur Rolle der Musik bei den Eröffnungs- und Schlußfeiern der Olympischen Spiele von 1896 bis 1972 (Sul ruolo della musica nelle cerimonie di apertura e chiusura dei giochi olimpici dal 1896 al 1972), che riporta tutto lo svolgimento, con teutonica esattezza, a pagina 745. Lo traduco qui di seguito:

Berlino 1936

Cerimonia d’apertura

  • Festliches Konzert

suonato dall’Orchestra Sinfonica Olimpica – OSO (Berliner Philharmoniker e l’orchestra regionale con musicisti aggiunti) sotto la direzione di Gustav Havemann

  • Olympia-Fanfare

Paul Winter (compositore), diretta da Hermann Schmidt

  • Heroldsfanfare

Hermann Schmidt (compositore)

  • Huldigungsmarsch

Richard Wagner (compositore), suonata dalla OSO

  • Preludio

Herbert Windt (compositore)

  • Inno nazionale tedesco (doppio inno, tedesco e Horst-Wessel-Lied inno ufficiale del Partito Nazionalsocialista Tedesco)
  • Olympia-Fanfare

Herbert Windt (compositore)

Squillo della campana olimpica

  • Marcia militare
  • Olympische Hymne

Richard Strauss (direttore), Robert Lubahn (testo), cantata da un coro di 300 elementi, suonata dalla OSO, diretto da Richard Strauss

  • Halleluja (dal Messia)

Haendel (compositore), cantato dal coro della OSO sotto la direzione di Bruno Kittel

  • Fanfara di chiusura

Paul Winter (compositore)

Rappresentazione della Olympische Jugend

Carl Diem (tenore), Werner Egk e Carl Orff (compositori), regia di (sic) Hans Niedecken-Gebhard

in essa:

  • musica di Werner Egk (da disco)
  • Fahnenmarsch e Hymn di Egk suonate dalle orchestre giovanili
  • musica di Orff per un girotondo di bambini
  • Inno finale An die Freude

Beethoven (compositore), interpretazione di 1500 cantanti del Berliner Chorvereinigung. Solisti Ria Ginster, Emmi Leisner, G.A. Walter, Rudolf Watzke, direzione di Fritz Stein.

Una lunga cerimonia tripartita alla presenza di quattro direttori d’orchestra: nella prima parte Gustav Havemann e Hermann Schmidt, in quella centrale, la più importante, subito dopo la squillo della campana olimpica, Richard Strauss e, nella terza, Bruno Kittel.

L’errata supposizione secondo cui Strauss avrebbe diretto il doppio inno (quello tedesco e Horst-Wessel-Lied inno ufficiale del Partito Nazionalsocialista Tedesco) lo ha sempre, un po’ troppo imprecisamente, inchiodato al supporto – presunto – incondizionato del nazismo. Con l’attenuante che, di certo, Strauss non avrebbe potuto sottrarsi agli impegni ufficiali richiesti dal suo ruolo. Non approfondisco la questione, rimandando ancora a Strauss dietro la maschera – le sue lettere, del resto, parlano chiarissimo a chi sappia leggerle – ma mi rallegro per aver restituito, attraverso una banale ricerca su internet, la verità a questa vicenda.

Dalla mostra Richard Strauss e l’Italia © Gabriella Crivellaro

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