I ritratti di Beethoven su “Síneris”

Ripensare l’iconografia beethoveniana oggi. Breve storia di una disciplina bistrattata

  • L’iconografia beethoveniana dagli albori a oggi: una sintesi
  • La piattezza dell’icona e la poliedricità dell’immagine di Beethoven

su Síneris. Revista de musicología, n. 6 in spagnoloin italiano

e con una mini playlist su Youtube

A sx. un’opera di Gail Stoicheff, The Prince 2011 © Tincaart, commissionata dall’International Beethoven Festival; a dx. Anton Boch, il vecchio (1830-1884), post 1827, dal disegno di G.E. Stainhauser von Treuberg (ribaltata rispetto all’originale).

Una riflessione a margine. Come cambierà il modo di vedere l’arte, grazie a siti tipo artstor.org o  Googleartproject?

È facile dimenticare come l’idea stessa di espressione digitale implichi un compromesso che ha implicazioni metafisiche. Un dipinto a olio non può veicolare un’immagine creata con un altro mezzo; è impossibile far sì che un dipinto a olio assomigli a un disegno a china, per esempio, o viceversa. Ma un’immagine digitale con una risoluzione sufficiente può catturare qualunque genere di immagine percepibile; o, almeno, è quello che si potrebbe credere se su ha una fede eccessiva nei bit. Naturalmente, le cose non stanno davvero così. Un’immagine digitale di un dipinto a olio rimarrà sempre una rappresentazione, non un oggetto reale. Un dipinto reale è un mistero insondabile, come ogni altra cosa reale. Un dipinto a olio cambia col tempo; la sua superficie si crepa. Ha una tessitura, un odore, emana una sensazione di presenza e di storia. […]

Le rappresentazioni digitali possono essere molto buone, ma è impossibile prevedere tutte le modalità con cui una rappresentazione potrebbe essere usata. Per esempio, si potrebbe definire un nuovo standard tipo il MIDI per rappresentare i dipinti a olio che includa odori, crepe e così via, ma si scoprirà sempre di aver dimenticato qualcosa come il peso della tela o il suo grado di tensione.

Jaron Lanier, Tu non sei un gadget, trad. it. Marco Bertoli, Mondadori, Milano 2010, pp. 175-6.

Ma quanto mi costi? Sulle fondazioni lirico-sinfoniche

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Bruegel il giovane, Pagando le tasse, olio su tavola, 1620-1640, USC Fisher Museum of Art, fonte: commons.wikimedia.org

Un passaggio dell’intervento della Conferenza internazionale “Organizzazione, gestione e finanziamento dei Teatri d’Opera, esperienze europee a confronto” svoltasi lunedì 5 novembre, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, nell’ambito di Florens 2012, Settimana internazionale dei beni culturali e ambientali.

”I Teatri d’Opera in Italia sono troppo onerosi, ha affermato Petretto: costano complessivamente 400 milioni di euro l’anno (il 70% se ne va nel personale), ne perdono 3 e hanno quasi tutti un forte indebitamento – dice Alessandro Petretto -. Considerando che, per evidenti ragioni, i finanziamenti statali continueranno a decrescere occorre aumentare il contributo dei privati con forme differenti di finanziamento (dal merchandising alla sponsorizzazione di singoli eventi), accrescere la deducibilità della tassazione e studiare forme di prelievo di scopo”.

Ma qual è davvero il contributo dei privati? Controllate qui le pp. 300-1 del pdf. della Corte dei Conti.

In sintesi (migliaia di euro):

risorse pubbliche: 316.255 vs. finanziamento privato: 44.377

”Complessivamente – ha aggiunto Petretto – le nostre Fondazioni liriche [13] mettono in scena ogni anno circa 3000 spettacoli con un costo medio ciascuno di 135000 euro ed impiegano 5600 addetti; […] le strutture sono dunque sottoutilizzate e ciascun evento ha un costo medio troppo elevato”.

I numeri sono dedotti dal documento emanato dalla Corte dei conti sulla gestione delle Fondazioni lirico-sinfoniche relativa agli anni 2007-2010, documento che riguarda:

Teatro comunale di Bologna
Teatro lirico di Cagliari
Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Teatro “Carlo Felice” di Genova
Teatro “Alla Scala” di Milano
Teatro “San Carlo” di Napoli
Teatro “Massimo” di Palermo
Teatro dell’Opera di Roma
Teatro Regio di Torino
Teatro lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste
Teatro “La Fenice” di Venezia
Arena di Verona
Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Roma

Ecco le due conclusioni:

Il limitato apporto delle risorse provenienti da fonti private ha confermato il venir meno dell’aspettativa, tranne che per poche Fondazioni, di una maggiore partecipazione dei privati alla gestione dei Teatri lirici.

I complessivi risultati economici d’esercizio delle fondazioni risultano costantemente negativi, e mostrano nell’ultimo anno [2010] l’esito peggiore, per quanto di poco superiore a quello del 2008.

Qui si può leggere un articolo di Lavoce.info che spiega quanto (poco) s’investa in questo genere di attività culturali in Italia.

Fatte le debite differenze, si confrontino i numeri della diversa produttività della Germania: un Paese che ha circa 20 mln di residenti in più rispetto all’Italia e un sistema di opere di repertorio da noi quasi del tutto assente. In Germania 83 teatri musicali sono responsabili annualmente di 13000 spettacoli di opera, operetta e balletto, esclusa la musica sinfonica.

Fonte: Deutsches Musikinformationszentrum (Topografie des Musiklebens, 1: Kulturorchester).

Anche a fronte dell’esistenza del repertorio, alcuni problemi, tuttavia, sono comuni in Europa.

La ricerca di Arnold Jacobshagen, ad esempio, include una statistica relativa al dispendio dei teatri tedeschi nel periodo 2000-2008 (imm. 2, p. 4); e sempre a pagina 4 si legge:

L’80 per cento delle spese non sono coperte da entrate di cassa.

In Italia è la percentuale arriva all’88.

Le sovvenzioni continueranno, nonostante tutto? Cosa cambierà con il nuovo art bonus? La musica classica è davvero in declino in Europa o interessa un sempre minor numero di persone? E se sì, perché? Il pubblico sta diventando sempre più anziano o ci sarà il ricambio generazionale? Qui alcune idee in proposito di Greg Sandow (in inglese).

Aggiornamento 6/5/13:

I numeri dello spettacolo di Giuseppe Pennisi

L’Austria e i suoi maestri di Carlo Piccardi

Carlo Piccardi,

Maestri viennesi. Haydn, Mozart, Beethoven e Schubert. Verso e oltre.

Milano-Lucca, Ricordi-LIM, pp. 744, € 32

Andando oltre le loro musiche, Carlo Piccardi ragiona sull’impatto culturale che ebbero i maestri viennesi (o “importati” a Vienna) della seconda metà del ‘700 e prima metà dell’800 (Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert) e fa luce sull’importanza dei cambiamenti storici e sociali da loro vissuti. L’avvio, il primo ‘700, è incentrato sull’idea di classicità e il rapporto con la cultura degli antichi.

La musica ha ruolo centrale nell’Impero: il lavoro del musicologo svizzero percorrendo un ampio cammino giunge alla “Finis Austriae”, cui allude il sottotitolo “Verso e oltre”. Non si dimentica la “musa leggera”, vale a dire l’opera degli Strauss. Vienna è ovviamente il collante fra i protagonisti. Riflessione anche estetica, che non si limita alla mera esposizione di fatti, in essa occupa il giusto rilievo il difficile processo di emancipazione sociale dell’artista.

Scrittura fluida e controllata, di piacevole lettura, senza note a piè di pagina. E’ un libro di sintesi (a dispetto della mole), che condensa letture e studi di una vita. Ogni documento su cui l’autore riflette, mai fine a se stesso, è direttamente correlato allo scopo che il libro si prefigge, ovvero una più profonda comprensione della musica del “periodo classico” nella sua globalità.

Il Giornale della Musica, 296, ottobre 2012, p. 37

Una pantera per Ariadne

L’opera di Richard Strauss fagocitata dal rifacimento di Sven-Eric Bechtolf

La versione creata per il Festival di Salisburgo dal regista Sven-Eric Bechtolf assembla “Il borghese gentiluomo”, con le musiche di scena di Richard Strauss e la sua “Ariadne auf Naxos” (prima versione, 1912) e mette in scena anche Hofmannsthal in persona che flirta con la sua corrispondente epistolare, la vedova Ottonie von Degenfeld-Schonburg (la brava Regina Fritsch)…

Il Giornale della Musica, online

Ricordi e affetti (Antidogma)

Ricordi e affetti

• Corrado Saglietti: Souvenirs

• Richard Wagner: Sigfried Idyll

• Arthur Honegger: Pastorale d’été

• Johann Sebastian Bach:  Concerto in mi maggiore BWV 1042 per violino, archi e continuo

Gli inediti Souvenirs per corno e archi di Corrado Maria Saglietti, oggi in veste di solista oltre che di compositore, sono una suite in quattro parti: Buenos Aires, Venezia, Los Angeles, Parigi. Buenos Aires si apre in sol minore con un sensuale accordo, quasi una domanda, del violoncello solo cui risponde il corno. In tempo moderato, è il brano più lungo dei quattro, giocato su sonorità soffuse ed evocative (piano, mezzopiano, mezzoforte). Venezia, in 6/8, nella tonalità di re maggiore, ha un languore tutto diverso dal precedente Souvenir, qui suggerito dal pizzicato degli archi e dalle sonorità leggere, ariose, del corno. Los Angeles vi sorprenderà con suoni metropolitani concitati e per la varietà di gesti e d’intonazioni richiesti soprattutto al cornista. Parigi è un pezzo spigliato, breve, chiuso da una vorticosa coda in si bemolle maggiore. Ha una sua fisionomia distinta: il corno deve suonare come un mandolino e al secondo violino è richiesto talvolta l’uso del plettro, oltre che dell’arco.

L’Idillio di Sigfrido, poema sinfonico per piccola orchestra (flauto, oboe, due clarinetti, fagotto, due corni, tromba, due violini, viola, violoncello e contrabbasso), fu dedicato da Richard Wagner alla seconda moglie Cosima, ed eseguito a sorpresa la mattina del giorno di Natale 1870, sulla scala fuori della sua stanza da letto, per festeggiare il suo trentatreesimo compleanno e la recente nascita del loro terzo figlio Siegfried, nella villa di Tribschen, in Svizzera. La destinazione, alla madre e al neonato, e le indicazioni di tempo annotate in partitura, l’essenzialità del discorso musicale suggeriscono l’intimità di una ninna nanna, più che la maestosità della scena omonima dell’opera. Inoltre l’oboe cita sullo sfondo degli archi la ninna nanna “Schlaf’, Kindchen, schlafe”, un significato musicale in chiave, che nel suo diario Richard aveva già legato alla figlia maggiore, Eva. I temi principali dell’Idillio, tratti dal Siegfried (terzo pannello dell’Anello del Nibelungo), s’intrecciano qui in un gioco contrappuntistico. La composizioneprese il titolo di Siegfried-Idyll quando nel 1878 Wagner, a causa di problemi economici, sarà costretto a venderlo all’editore Schott per la pubblicazione: venne meno il suo carattere privato e gli strumentisti salirono a trentacinque.

La Pastorale d’été è stata scritta da Arthur Honegger nell’estate 1920, durante la villeggiatura a Wengen, sulle Alpi svizzere sopra Berna. È posto in esergo alla partitura verso di Rimbaud «J’ai embrassé l’aube d’été». Questo breve poema sinfonico per orchestra da camera (flauto, oboe, clarinetto in si bemolle, fagotto, corno e archi) ha una qualità atmosferica, estatica, quasi impressionistica. Il Calme è intessuto dalle melodie dei fiati, tra cui spicca la sonorità del corno, e gli sfavillii di flauto e clarinetto, sullo sfondo tranquillo degli archi. La sezione centrale Vif et gai ha un’orchestrazione più mossa, come se irrompesse nella tranquillità iniziale una musica campestre. L’atmosfera si rarefa di nuovo quando ritorna il primo tema e con esso la pace iniziale. Eseguito per la prima volta a Parigi il 17 febbraio 1921, terza fra le opere sinfoniche di Honegger, impose l’autore all’attenzione del mondo musicale, fu salutato positivamente dalla critica e gli valse il Prix Verley.

Il Concerto per violino, archi e basso continuo in mi maggiore BWV 1042 risale al periodo in cui Bach era al servizio del principe Leopoldo a Köthen, nell’Anhalt (1717-1723), una corte in cui la musica sacra era limitata agli inni calvinisti e che quindi favorì la produzione di musica strumentale da parte del compositore. Attraverso la stampa delle partiture vivaldiane, i concerti italiani in tre tempi (il primo e il terzo veloci, il secondo lento), che anche Bach ebbe modo di studiare e trascrivere, erano diventati l’ultimo grido. L’Allegro di questo concerto è modellato sullo stile del concertismo barocco veneziano: le parti orchestrali e del solista (che interviene sempre brevemente) seguono la forma ABA. La cesura mozzafiato fra B e A è riconoscibile dalle due battute a solo del violino. Il concerto di Bach si allontana comunque dal genere vivaldiano preso a modello, poiché è maggiore l’elaborazione tematica, che riguarda qui tutti gli elementi del discorso concertante. Protagonista dell’Adagio centrale un’intensa, patetica elegia del violino solista (in do diesis minore) che si staglia su un disegno ostinato del basso continuo. Il terzo movimento Allegro assai, di nuovo in mi maggiore, procede come una danza in tempo ternario (3/8), dominata dalla simmetria e dalla forma a ritornello.

Scritto per Antidogma Musica

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