Così fan tutte torna al San Carlo di Napoli. Dialogo con Riccardo Muti

Da trentaquattro anni Riccardo Muti non dirigeva un’opera a Napoli, sua città d’elezione. Riporta ora al San Carlo il Così fan tutte di Mozart con la regia di Chiara Muti, sua figlia, con la quale aveva già collaborato in passato. L’inaugurazione della stagione era attesissima non solo per il ritorno in una città che gli è molto affezionata, ma soprattutto perché Muti non dirige opere in forma scenica dal 2015. 

La prima al San Carlo (il teatro più bello del mondo, come il direttore d’orchestra ama ripetere) ci offre l’occasione per parlare della musica di Mozart, di Napoli e dell’Italia, di fronte a uno squisito caffè. Fuori splende il sole, ma il mare è in tempesta.


Bathed in blue light, Maestro Muti heads to the stage  |
© Todd Rosenberg Photography 2017 (permission granted by the author)

B. Perché per ritornare a Napoli la scelta è caduta su Così fan tutte?

R. Offrendo la regia a Chiara che non solo è cresciuta ascoltando la musica di Mozart ma lo conosce bene anche grazie a Strehler e Ronconi, mi sembrava naturale che la scelta cadesse su quest’opera. Si tratta di una coproduzione con l’Opera di Vienna (dove la si ascolterà nel 2020, in seguito andrà a Tokyo, NdR). Il fatto che il Così fan tutte si svolga a Napoli non ha molta rilevanza: come saprà, un musicologo mi raccontò che la vicenda pare sia realmente accaduta nel distretto di Neustadt, a Vienna, e che l’ambientazione a Napoli – Neapolis sarebbe la traslitterazione di Neustadt – sia il risultato di uno spostamento geografico.

B. Quanta Napoli c’è in questa regia e in queste scene?

R. La scena non è “da cartolina”, col Vesuvio e la baia di Napoli, Sorrento, etc., nella sua concezione registica sono soprattutto i colori, il bianco e lo sfavillio del mare in lontananza, sul fondo della scena, a dar l’idea dell’ambientazione mediterranea, idealizzata. La regia suggerisce un’atmosfera, la evoca, non la descrive. Nell’opera Napoli è citata una volta sola, il Vesuvio un paio di volte.

B.  È un dramma giocoso. Prevale l’elemento drammatico oppure quello buffo?

R. Non mi pongo questo problema, se sia meglio porre l’accento sul dramma o sul giocoso. Percorro il cammino musicale badando al rapporto verticale che c’è tra musica e parola, e viceversa. A parte qualche situazione iperbolica, come la vicenda del notaio o quella del medico, situazioni surreali, smaccatamente buffe, trovo che la comicità stia soprattutto nella perfidia di Da Ponte e di Mozart che usano frasi molto innocenti dandogli un significato erotico con doppi sensi evidentemente voluti.

B. Quali sono i passi più impervi dell’opera?

R. Il terzetto “Soave sia il vento mette alla prova il direttore: se hai a disposizione dei buoni musicisti e dei cantanti capaci di afferrare il “volo” esistente in partitura, che porta da una situazione semplice, concreta, a un’altra metafisica, si può creare un momento di grande emozione. Il passo più difficile è però il “Finale”: i giochi si sono ormai rivelati, la situazione è veramente amara, senza possibilità di recupero (“Te lo credo, gioia bella, Ma la prova far non vo’”) e ognuno ha una totale sfiducia nell’altro. Mozart evidenzia, in senso negativo, a cosa possono condurre i rapporti umani. Qui, quando le due protagoniste cantano assieme, Despina si vergogna, Don Alfonso si rammarica, anche se in fondo nel suo proposito è vittorioso, esattamente in quel momento… ho come la sensazione di sentire il canto delle sirene di Ulisse nel golfo di Napoli! La tradizione tedesca sceglie un andamento scorrevole, come fosse una specie di gioco, ma non sono d’accordo con questa lettura, bisogna prestare assai attenzione ai tempi (“Ah, signor, son rea di morte”, Andante e “V’ingannai, ma fu l’inganno”, Andante con moto, NdR). 

Leggi su :

Doppio zero

La partita di Jerusalmy: Mozart vs Hitler

mozart jerusalmy

Raphaël Jerusalmy, Salvare Mozart.

Edizioni E/O, 120 pp., 14 euro.

Tra il luglio 1939 e l’agosto 1940 il melomane Otto J. Steiner, paziente di una casa di cura salisburghese, stende un diario. Steiner non nutre speranza di guarire, né s’illude che la storia prenda una buona piega. I cattivi presagi ci sono tutti.

La musica, ascoltata attraverso i dischi e la radio, è il cuore delle lunghe giornate di questo anziano degente. Nell’infausta estate del 1939 vi è sullo sfondo il Festival di Salisburgo. Il perno del racconto, tuttavia, non è l’unica rappresentazione cui assiste Otto Steiner (Il ratto dal serraglio diretto da Karl Böhm), ma l’arrivo di Hitler, una presenza già annunciata dalle bandiere naziste sulla facciata del Festspielhaus. (Chiunque abbia visto le foto dell’epoca può farsi un’idea precisa dell’evento).

Steiner, intellettuale “mezzo ebreo”, osserva da lontano la situazione politica, sociale e musicale che a Salisburgo, forse più che altrove, è davvero inscindibile. Il suo disgusto è estetico, ancor prima che morale; a ferirlo è l’asservimento della cultura austriaca alle nuove logiche politiche.

Fare del Festival di Salisburgo […] un trastullo da caserma è proprio il colmo. Prendere Mozart in ostaggio. Svilirlo a questo modo, p. 45.

Il personaggio, figlio della fantasia di Raphaël Jerusalmy, è ben disegnato, non privo di contraddizioni. L’autore fa leva su un umorismo perfido, e talora grottesco, mettendo Steiner, né ebreo né non ebreo, in situazioni paradossali. Quando gli viene rivolto un saluto ufficiale, durante la prima perquisizione del sanatorio, vediamo ad esempio Steiner allenarsi di fronte allo specchio per ripeterlo meglio che può. E, nonostante punti il dito contro lo sfacelo artistico, egli si ritroverà a collaborare col Festival per la stesura dei programmi di sala.

La grande storia batte alla porta del sanatorio e Steiner si trova al Brennero faccia a faccia con Mussolini e Hitler. Riuscirà in quell’occasione il debole, malato protagonista a cambiare i destini del secolo? Anche in questa scena madre gli punge, tuttavia, il sospetto d’aver tradito Mozart. E, altrettanto ingegnosamente, Mozart sarà riscattato nell’ultima edizione del Festival alla quale Steiner prenderà parte.

Il diario, rapsodico e pessimista, ha dei toni non distanti dalle tirate dei personaggi di Thomas Bernhard. Lo stile franto, secco di Jerusalmy sembra volutamente poco piacevole. È lo stesso Steiner a far autocritica:

Non mi riconosco affatto in queste frasi troppo brevi, smozzicate, che pure ho scritto di mio pugno, p. 39.

La ricostruzione del passato è puntigliosa. Sono perfettamente ripercorribili sia le vicende storiche sia quelle musicali, anche se alcuni giudizi estetici (come quello sul Borghese gentiluomo di Richard Strauss) sono opinabili.

Bisogna sottrarre Mozart – anche se solo in un’opera d’invenzione – dalle mani dei nazisti. Può essere questo genio apollineo lasciato a un’umanità del genere? La risposta è ovviamente no, e tale è la missione di Steiner.

Un interrogativo implicito e irrisolto è tuttavia accantonato fino all’ultima pagina, dove appare una doppia precisazione: i personaggi realmente esistiti citati nel diario non si schierarono in difesa della libertà di espressione o dei colleghi perseguitati, e Salisburgo continua a essere una delle capitali della musica. Entrambe le cose sono universalmente note e sulla seconda non c’è dubbio.

Che fare, dunque, di tutti coloro i quali pur possedendo o tutelando questo patrimonio culturale non mossero un dito nei confronti dei perseguitati?

Il fatto che si metta in diretto rapporto la condotta morale degli interpreti, e l’ammirazione incondizionata che questi protagonisti della musica incassarono dopo la guerra dai melomani di tutto il mondo, non aiuta purtroppo a spiegare meglio né l’animo umano, né l’arte, come già sapeva il comparatista George Steiner:

Le caratteristiche peculiari della sensibilità colta e del gusto estetico possono coesistere con un comportamento barbarico e politicamente sadico, nello stesso individuo. Uomini come Hans Frank, che amministrò la «soluzione finale» nell’Europa orientale, erano appassionati intenditori e, in alcuni casi, interpreti di Bach e Mozart. Nel castello di Barbablù, SE 2002, p. 75.

L’Austria e i suoi maestri di Carlo Piccardi

Carlo Piccardi,

Maestri viennesi. Haydn, Mozart, Beethoven e Schubert. Verso e oltre.

Milano-Lucca, Ricordi-LIM, pp. 744, € 32

Andando oltre le loro musiche, Carlo Piccardi ragiona sull’impatto culturale che ebbero i maestri viennesi (o “importati” a Vienna) della seconda metà del ‘700 e prima metà dell’800 (Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert) e fa luce sull’importanza dei cambiamenti storici e sociali da loro vissuti. L’avvio, il primo ‘700, è incentrato sull’idea di classicità e il rapporto con la cultura degli antichi.

La musica ha ruolo centrale nell’Impero: il lavoro del musicologo svizzero percorrendo un ampio cammino giunge alla “Finis Austriae”, cui allude il sottotitolo “Verso e oltre”. Non si dimentica la “musa leggera”, vale a dire l’opera degli Strauss. Vienna è ovviamente il collante fra i protagonisti. Riflessione anche estetica, che non si limita alla mera esposizione di fatti, in essa occupa il giusto rilievo il difficile processo di emancipazione sociale dell’artista.

Scrittura fluida e controllata, di piacevole lettura, senza note a piè di pagina. E’ un libro di sintesi (a dispetto della mole), che condensa letture e studi di una vita. Ogni documento su cui l’autore riflette, mai fine a se stesso, è direttamente correlato allo scopo che il libro si prefigge, ovvero una più profonda comprensione della musica del “periodo classico” nella sua globalità.

Il Giornale della Musica, 296, ottobre 2012, p. 37

La prima lezione di Massimo Mila

Massimo Mila, I quartetti di Mozart

Introduzione di Giovanni Morelli
Torino, Piccola Biblioteca Einaudi 2009, pp.  XXXVIII – 90, € 15,00

Mila insegnò all’Università dal 1962 al 1975: le letture di Don Giovanni, Nozze di Figaro, Flauto Magico e Nona Sinfonia, insieme alle monografie su Dufay, Maderna e Bartók finora uscite da Einaudi erano in origine dispense dei corsi universitari. Chi ha avuto modo di apprezzare quei lavori sa che nitida semplicità e specchiata chiarezza sono le cifre della sua invidiabile prosa, e il talento nel divulgare concetti complessi − senza mai scadere nella banalità o, peggio, nell’aneddotica di bassa lega − la peculiarità di tutti i suoi scritti. Una volta incontrata l’opera di Mila, al di là dell’argomento trattato, è per lo stile che non si vorrebbe mai smettere di leggere. Dopo i saggi su Mozart, a cura di Anna Mila Giubertoni, questo libro sui quartetti di Mozart, argomento del primo insegnamento universitario, sottratto all’oblio e new entry della PBE, è davvero benvenuto. Si affronti il testo armati di partiture e avendo già ascoltato i quartetti, perché non è rivolto ai principianti: fungerà da stimolo alla riconsiderazione di ciò che pensavamo di sapere, e da viatico per un riascolto più accorto. Auspichiamo a breve una riedizione anche de I quartetti di Beethoven.

Il Giornale della Musica, n. 265, dicembre 2009, p. 18 (pdf)

Così fan tutte per scolari: “Opera domani” al Comunale di Bologna

Giunto alla dodicesima edizione, dopo venti recite a Como, “Opera Domani” sbarca ora a Bologna, come parte integrante dei lavori del convegno internazionale “Cantando s’impara”.

“Opera Domani” è un percorso didattico di avvicinamento all’opera semestrale dedicato alle scuole primarie e secondarie lombarde. Terminato il momento formativo, gli spettatori in erba canteranno in teatro alcune arie, insieme ai giovani cantanti professionisti che interpretano i ruoli principali. Giunto alla dodicesima edizione, dopo venti recite a Como, l’esperimento sbarca ora a Bologna, come parte integrante dei lavori del convegno  “Cantando s’impara”.

Sono protagonisti cinquecento bambini, due compagnie di canto che si alternano (in ogni data sono programmate due rappresentazioni) e un’orchestra. A un cenno del direttore (che volta le spalle all’orchestra fuori dalla buca) si alzano le luci, e i piccoli, sempre concentrati e attentissimi, iniziano a cantare stando in platea e interagendo con l’azione sulla scena. Si scatena allora un incantesimo: le arie coreografate riempiono la sala, di volta in volta, di cappelli militareschi, torte di carta, festoni di fiori. Il maestro concertatore Massimiliano Toni ha raccontato come questo sia stato possibile con tre settimane di assidue prove: l’opera, per una durata complessiva di 73 minuti (circa un terzo dell’originale) tiene inchiodati alle sedie tutti gli ascoltatori.

Archiviata la fortissima emozione della prima, sono adesso pronti a partire per una tournée nel centro-nord Italia. Difficile immaginare un’operazione meglio riuscita, impossibile descrivere il contagioso entusiasmo dei piccoli in delirio per Mozart: una vera festa di suoni e colori.

28 marzo 2008

Giornale della Musica, recensioni on line