Almaviva ritrovato

ilverofigaro Saverio Lamacchia

Il vero Figaro o sia il falso factotum, prefazione di Philip Gossett

Torino, EDT 2007, pp. 360 (con CD), € 22

L’autore mostra in ogni suo aspetto (dalle trattative alla ricerca della prima donna), su rigorosa base documentale, come Rossini giunse alla composizione dell’opera, senza tralasciare l’importanza che ebbe la disponibilità del grande tenore Manuel García (nel ruolo di Almaviva); analizza dettagliatamente il libretto di Cesare Sterbini confrontandolo, con dovizia di schemi chiarificatori, con la commedia di Beaumarchais da cui è tratto, e con il libretto dell’opera di Paisiello sullo stesso soggetto (1782), e infine esamina la partitura di Rossini. Lamacchia basa il suo lavoro su importanti documenti: la nuova edizione critica de Il Barbiere di Siviglia (Kassel, Bärenreiter-Verlag) e la recente disponibilità degli archivi del duca Francesco Sforza Cesarini, responsabile della stagione di Carnevale del 1816 del Teatro Argentina, quando Il Barbiere (il cui vero titolo è Almaviva, o sia L’inutile precauzione) fu rappresentato, presso l’Archivio di Stato di Roma. Lo studio giunge a una riconsiderazione della figura di Figaro (il “falso factotum”) nella drammaturgia del Barbiere anche attraverso la lettura di Le Barbier de Séville e Le Mariage de Figaro di Beaumarchais, e de Le nozze di Figaro di Mozart. Ricca bibliografia e Cd-Rom allegato contenente il libretto con le varianti della partitura.

Il Giornale della Musica, n. 257, marzo 2009, p. 24 (pdf)

Goffredo Petrassi, scritti e interviste

petrassiGoffredo Petrassi, scritti e interviste

a cura di Raffaele Pozzi

Milano, Edizioni Suvini Zerboni 2008, pp. 428, € 28

Gli scritti e le interviste di Petrassi qui raccolti spaziano dal primo articolo del 1935 all’ultima intervista (un testo inedito rielaborato insieme al compositore) rilasciata a Raffaele Pozzi nel 2002. In un colloquio di poco precedente, il novantaquattrenne Petrassi scherza con un altro intervistatore: «Sono così vecchio che lei adesso approfitterà dei miei anni per chiedermi come la musica è cambiata nel Novecento». Lungi dall’essere una boutade, queste pagine ci consentono un percorso lungo quasi un secolo, con un duplice vantaggio: possiamo prendere a prestito un punto di vista autorevole per conoscere l’universo musicale (ma non solo) dell’epoca, beneficiando di una prosa che va sempre al centro delle questioni senza tanti giri di parole. Come ricorda Pozzi nella densa prefazione, da adolescente Petrassi voleva fare lo scrittore, anche se presto vi rinunciò; fortunatamente, oltre a quella musicale, resta anche questa produzione letteraria eterogenea: discorsi pronunciati a festival e congressi, e articoli di critica musicale, che lo rivelano lucido testimone di quel tempo. Si scopre dunque un lato meno conosciuto del compositore. Ma non solo: attraverso le sue acute osservazioni, un intero mondo cambia davanti ai nostri occhi.

Il Giornale della Musica, n. 256, febbraio 2009, p. 20  (pdf)

Miecio (Mieczyslaw Horszowski)

miecio2Miecio. Ricordi di Mieczyslaw Horszowski

A cura di Bice Horszowski Costa, prefazione di Giampaolo Minardi, Genova, Erga Edizioni 2000, pp. 624, € 33,56

Miecio. Lettere e cartoline di Janina Roza Horszowska 1900-1904

A cura di Bice Horszowski Costa, prefazione di Elisabetta Fava, Genova, Erga Edizioni 2000, pp. 147 (con cd), € 35

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La carriera del pianista Mieczyslaw Horszowski (bambino prodigio allievo di Theodor Leschetizky, l’insegnante più famoso della Vienna del tempo) annovera concerti affianco di Casals, Busch, Serkin, Toscanini e attraversa un intero secolo. La casa editrice Erga gli ha dedicato qualche anno fa una corposa biografia, redatta sulla base dei quaderni pazientemente annotati dalla moglie Bice, la quale ne è anche la curatrice; la prima parte, che consente di seguire passo passo la vita della famiglia del piccolo Wunderkind e la sua crescita intellettuale e pianistica, comprende le lettere tradotte dal polacco che la madre di Miecio (Janina Roza) scrisse al marito Stanislaw. Un secondo volume, a completamento del primo, nasce ora grazie al recente ritrovamento in un garage di Nizza di un album contenente 130 cartoline, scritte da Roza al marito dal 1900 al 1904: il “viaggio iconografico” illustra la biografia della famiglia ed è una lente attraverso cui osservare i loro spostamenti, alla scoperta di città e mondi interiori attraverso l’immaginario dell’epoca. Completa l’opera un cd che dà un saggio dell’ampio repertorio dell’interprete (Bach, Beethoven, Chopin e sue composizioni).

Il Giornale della Musica, n. 255, gennaio 2009, p. 22  (pdf)

Le ultime lettere di Ludwig van Beethoven

epistolarioLudwig van Beethoven, Epistolario, vol. VI (1825-1827)

Milano, Skira – Accademia Nazionale di Santa Cecilia (coll. L’Arte armonica, Serie III, “Studi e Testi”) 2007, pp. 464, € 49,00

Volge al termine l’edizione italiana dell’epistolario beethoveniano tradotto da Luigi Della Croce, a cura di Sieghard Brandenburg, cominciata nel 1999 sotto gli auspici del Beethoven-Haus di Bonn. Il settimo volume, contenente gli indici, sarà disponibile in Italia all’inizio del prossimo anno; parallelamente l’edizione tedesca verrà completata da un ottavo tomo di cui si prevede l’uscita a breve. L’opera comprende le lettere scritte dal compositore e quelle a lui indirizzate, trascritte in un’accurata edizione diplomatica.

Le lettere di Beethoven sono una sorta di oscillografo che registra l’altalena fra il debordare di energia espressiva (che a volte ci restituisce un uomo capace di gesti di rara gentilezza) e, specie negli ultimi anni, il ritirarsi a tratti di essa. L’apparato di note, più corpose che nella storica edizione di Emily Anderson, facilita enormemente lo studio di una scrittura un po’ caotica, ma senza censure e pulsante di vita vera. È difficile avere a che fare con il compositore dopo il 1825, ed è una sorpresa non sempre piacevole scoprire il suo lato umano a volte ruvido. Reduce dall’insuccesso economico e dalle liti che seguirono le due grandi accademie del 1824 (prime esecuzioni della Nona Sinfonia), che furono causa della momentanea uscita di scena di Schindler, Beethoven è intento a organizzare nuovi concerti. È Karl Holz, primo violino del quartetto Schuppanzigh, a sostituire il factotum, quanto a numero di missive ricevute secondo soltanto al nipote Karl, vero protagonista del sesto tomo dell’epistolario, in cui fanno capolino anche alcuni amici di giovinezza: Ferdinand Ries, Franz Wegeler, Stephan von Breuning, l’arciduca Rodolfo.

La corrispondenza di poco meno di tre anni (372 lettere tra il 1825-27) è anche il registro di rapporti economici: offerte di dediche e trattative per la cessione dei diritti di pubblicazione delle opere condotte su uno scacchiere internazionale. C’è, ovviamente, molto di più.

Da un lato l’artista, non così felice della sua condizione freelance, o piuttosto di “precario”, come sembra suggerire il 1° gennaio 1825: «Lei sa che io sono costretto a vivere solo dei prodotti del mio spirito»; quello che sta scrivendo gli ultimi Quartetti per il principe Galitzin, il cui progresso nella composizione si può seguire passo passo; o, ancora, colui che cerca di far apparire (un po’ maldestramente) sulla miglior piazza possibile la sua Missa Solemnis. I giudizi degli amici sono benevoli: «le ultime [opere] − scrive Streicher − superano tutte quelle che ha scritto in precedenza»; Galitzin lo supplica: «non tardi, La prego, a farlo stampare, un capolavoro simile [il Quartetto op. 127] non deve restare neanche un solo istante nascosto», mentre Ries giura che la Nona Sinfonia: «è un’opera con la quale niente può reggere il confronto e se Lei non avesse scritto niente altro che questo, sarebbe già divenuto immortale».

Dall’altro lato l’uomo, il “padre adottivo” che esercita una crescente pressione sul nipote, con un misto di eccesso di amore e ricatti affettivi. Delle reazioni scomposte nei confronti di Karl, forse causate dai malanni che più volte in questi anni costringono Beethoven a letto, colpisce sia il loro materializzarsi in un profluvio di lettere, sia l’esiguità delle risposte: un climax che conduce al tentativo di suicidio; anche se, passata la tempesta, gli ultimi scambi fra i due contengono espressioni affettuose. Sono queste “montagne russe emotive” che non finiscono mai di stupire il lettore. Del resto Beethoven non fa nulla per nascondere la sua difficoltà con la comunicazione scritta, cui, non a caso, qui come nei precedenti volumi, fa da contrappunto un diffuso ricorso alla musica: così, ad esempio, la chiusura della lettera al dottor Braunhofer è l’occasione il 13 maggio 1825 per il canone «Doktor sperrt das Tor dem Tod, Note hilft auch aus der Noth» [il dottore sbarra la porta alla morte, la musica aiuta anche nel momento del bisogno]. Il primo presagio della fine risale però a qualche mese più tardi, «la falciatrice − scrive − non mi concederà in ogni caso molto più tempo», e diventa certezza in una commovente missiva rivolta a Wegeler (che non incontrava da 34 anni) il 17 febbraio 1827: «Il mio motto continua a essere: Nulla dies sine linea e, se ogni tanto lascio dormire la musa, è solo perché sia più vigorosa quando si risveglia. Spero di dare ancora al mondo qualche grande opera e poi di concludere il mio corso terreno da qualche parte, come un vecchio bambino […]».

Il Giornale della Musica, n. 254, dicembre 2008, p. 35

I segreti di Charles Rosen

Escono due libri che raccolgono lezioni e conferenze del musicologo-pianista americano Charles Rosen

rosen-beethovenLe Sonate per pianoforte di Beethoven

Roma, Astrolabio 2008, pp. 279 (con cd), € 30,00

rosen-piano1

Piano notes, il pianista e il suo mondo

Torino, EDT 2008, pp. 206, € 16,00

Moltissime opere, con tagli diversi e rivolte ai più disparati tipi di lettori, hanno per oggetto le Sonate di Beethoven: vengono in mente Prod’homme, Fischer, de la Guardia, Tovey, Carli Ballola, Pestelli, Rattalino, Scuderi. Questa guida alle Sonate di Charles Rosen è indirizzata a chi, esecutore o ascoltatore, sia in possesso di solide competenze musicali tecniche, teoriche e pratiche: caratterizzato da uno stile di scrittura meticoloso e denso, pari a quello dei precedenti Le forme-sonata, Lo stile classico, La generazione romantica, è la trascrizione dei seminari estivi del Campus Internazionale di Musica che ha sede a Sermoneta, integra testi che non entrano troppo nello specifico musicale e ha il vantaggio rispetto ad altri di una maggior snellezza (è infatti uno “short companion”). Se è vero il detto di Schnabel, secondo il quale queste Sonate sono superiori a una qualsivoglia loro interpretazione, questa può essere l’occasione per ripensarle da capo, spartito (o pianoforte) alla mano.

Nella prima parte sono individuati alcuni macro-temi: principi formali, tempo, fraseggio, pedale, trilli e ampliamento della tastiera, discussi in modo diacronico, ponendo come reagente al corpus beethoveniano composizioni di altri autori, e sincronico, dissezionando le sonate facendole dialogare fra loro.

Nella seconda parte la struttura di ogni sonata è scandagliata entrando in medias res quasi sempre senza indugiare sul contesto storico nel quale nacquero (non si fa menzione ad esempio del ruolo delle dediche, considerato invece essenziale da Klaus Kropfinger e da Carl Dahlhaus); le tematiche prima sviscerate sono sapientemente messe alla prova nelle singole opere: in una sezione di notevole ampiezza è approfondito il concetto di “allegretto classico”. Rosen muove dall’analisi filologica dello spartito, usa edizioni pubblicate mentre Beethoven era in vita, tiene sempre presente il manoscritto e in qualche caso gli abbozzi, fornendo indicazioni pratiche per possibili interpretazioni: la libertà − scrive nell’introduzione − è indispensabile perché ci sia interpretazione. Nella trattazione è considerata in primo luogo la prassi esecutiva, allo stesso tempo sono vagliate le indicazioni beethoveniane alla luce delle modificazioni subite nel frattempo dal pianoforte e una cura particolare è dedicata alla spinosa questione delle indicazioni metronomiche: il caposaldo Czerny, presente nella rilettura di Badura-Skoda, è accompagnato da contributi noti nella tradizione critica, come la somiglianza di struttura fra la “Waldstein” e l’op. 31 n. 1, insieme ad acquisizioni più recenti, come la “riabilitazione” della Sonata op. 54 da parte di Tovey.

Nonostante l’apprezzabile abbondanza di esempi musicali − non sempre facilmente leggibili, ma l’autore lo giustifica nell’introduzione −, la prima sezione della guida è accompagnata da un utile CD nel quale questi sono illustrati al piano, anche se la mancanza delle pagine cui si riferiscono obbliga ad andarli a scovare nel corso del testo. Le note a piè di pagina indicano le altre opere di Rosen riferendosi sempre all’edizione inglese (non c’è bibliografia); eccellente è la veste grafica della neonata, ma promettente, collana “Adagio” dell’Astrolabio.

Piano Notes espone invece in modo discorsivo e in una prosa nitida e leggera, ben resa nella traduzione di Sara Marchesi, tutti quegli aspetti con i quali un pianista, professionista o dilettante, prima o poi deve fare i conti: il rapporto con il proprio corpo (spesso sottovalutato) e il proprio strumento, la memoria musicale, gli aspetti tecnici del pianoforte, i programmi di conservatorio, il repertorio e lo studio di diversi stili pianistici, i concorsi e le masterclass, il contatto con il pubblico.

Per questo testo, nato come conferenza tenuta alla New York Public Library, Rosen attinge al suo patrimonio di esperienze personali, squadernando una miriade di aneddoti, senza lesinare esempi musicali; non spiega come suonare e non è un manuale come quelli di Heinrich Neuhaus o Gyorgy Sandor, ma può essere letto da studenti alle prime armi, i quali vedranno affrontate problematiche che incontreranno in futuro, da pianisti navigati che confronteranno la loro esperienza con quella dell’autore e dagli insegnanti a cui Rosen propone diversi spunti critici (o addirittura polemici). Il quadro incisivo che dà della formazione nei conservatori americani si applica curiosamente bene anche a quella italiana. Il mordace Rosen ama infrangere luoghi comuni: non è il tocco che dà il “bel suono”, i pianisti non hanno bisogno di ascoltare quello che suonano, è inutile concentrarsi per studiare passaggi tecnicamente difficili, e così via…

Il Giornale della Musica, n. 253, novembre 2008, p. 32  (pdf)