La partita di Jerusalmy: Mozart vs Hitler

mozart jerusalmy

Raphaël Jerusalmy, Salvare Mozart.

Edizioni E/O, 120 pp., 14 euro.

Tra il luglio 1939 e l’agosto 1940 il melomane Otto J. Steiner, paziente di una casa di cura salisburghese, stende un diario. Steiner non nutre speranza di guarire, né s’illude che la storia prenda una buona piega. I cattivi presagi ci sono tutti.

La musica, ascoltata attraverso i dischi e la radio, è il cuore delle lunghe giornate di questo anziano degente. Nell’infausta estate del 1939 vi è sullo sfondo il Festival di Salisburgo. Il perno del racconto, tuttavia, non è l’unica rappresentazione cui assiste Otto Steiner (Il ratto dal serraglio diretto da Karl Böhm), ma l’arrivo di Hitler, una presenza già annunciata dalle bandiere naziste sulla facciata del Festspielhaus. (Chiunque abbia visto le foto dell’epoca può farsi un’idea precisa dell’evento).

Steiner, intellettuale “mezzo ebreo”, osserva da lontano la situazione politica, sociale e musicale che a Salisburgo, forse più che altrove, è davvero inscindibile. Il suo disgusto è estetico, ancor prima che morale; a ferirlo è l’asservimento della cultura austriaca alle nuove logiche politiche.

Fare del Festival di Salisburgo […] un trastullo da caserma è proprio il colmo. Prendere Mozart in ostaggio. Svilirlo a questo modo, p. 45.

Il personaggio, figlio della fantasia di Raphaël Jerusalmy, è ben disegnato, non privo di contraddizioni. L’autore fa leva su un umorismo perfido, e talora grottesco, mettendo Steiner, né ebreo né non ebreo, in situazioni paradossali. Quando gli viene rivolto un saluto ufficiale, durante la prima perquisizione del sanatorio, vediamo ad esempio Steiner allenarsi di fronte allo specchio per ripeterlo meglio che può. E, nonostante punti il dito contro lo sfacelo artistico, egli si ritroverà a collaborare col Festival per la stesura dei programmi di sala.

La grande storia batte alla porta del sanatorio e Steiner si trova al Brennero faccia a faccia con Mussolini e Hitler. Riuscirà in quell’occasione il debole, malato protagonista a cambiare i destini del secolo? Anche in questa scena madre gli punge, tuttavia, il sospetto d’aver tradito Mozart. E, altrettanto ingegnosamente, Mozart sarà riscattato nell’ultima edizione del Festival alla quale Steiner prenderà parte.

Il diario, rapsodico e pessimista, ha dei toni non distanti dalle tirate dei personaggi di Thomas Bernhard. Lo stile franto, secco di Jerusalmy sembra volutamente poco piacevole. È lo stesso Steiner a far autocritica:

Non mi riconosco affatto in queste frasi troppo brevi, smozzicate, che pure ho scritto di mio pugno, p. 39.

La ricostruzione del passato è puntigliosa. Sono perfettamente ripercorribili sia le vicende storiche sia quelle musicali, anche se alcuni giudizi estetici (come quello sul Borghese gentiluomo di Richard Strauss) sono opinabili.

Bisogna sottrarre Mozart – anche se solo in un’opera d’invenzione – dalle mani dei nazisti. Può essere questo genio apollineo lasciato a un’umanità del genere? La risposta è ovviamente no, e tale è la missione di Steiner.

Un interrogativo implicito e irrisolto è tuttavia accantonato fino all’ultima pagina, dove appare una doppia precisazione: i personaggi realmente esistiti citati nel diario non si schierarono in difesa della libertà di espressione o dei colleghi perseguitati, e Salisburgo continua a essere una delle capitali della musica. Entrambe le cose sono universalmente note e sulla seconda non c’è dubbio.

Che fare, dunque, di tutti coloro i quali pur possedendo o tutelando questo patrimonio culturale non mossero un dito nei confronti dei perseguitati?

Il fatto che si metta in diretto rapporto la condotta morale degli interpreti, e l’ammirazione incondizionata che questi protagonisti della musica incassarono dopo la guerra dai melomani di tutto il mondo, non aiuta purtroppo a spiegare meglio né l’animo umano, né l’arte, come già sapeva il comparatista George Steiner:

Le caratteristiche peculiari della sensibilità colta e del gusto estetico possono coesistere con un comportamento barbarico e politicamente sadico, nello stesso individuo. Uomini come Hans Frank, che amministrò la «soluzione finale» nell’Europa orientale, erano appassionati intenditori e, in alcuni casi, interpreti di Bach e Mozart. Nel castello di Barbablù, SE 2002, p. 75.

Vodorosli: Fondamenta degli Incurabili, Iosif Brodskij

Iosif Brodskij

Fondamenta degli Incurabili

Traduzione di Gilberto Forti. Piccola Biblioteca Adelphi, 1991, 18ª ediz., pp. 108
Molte lune fa il dollaro era a quota 870 e io ero a quota 32. Il globo era anch’esso più leggero – due miliardi di anime in meno -, e il bar della Stazione, in quella gelida sera di dicembre, era deserto. Lì, in piedi, aspettavo che venisse a prendermi l’unica persona che conoscevo in tutta la città. Il tempo passava, e lei non si faceva vedere. Ogni viaggiatore conosce questo guaio: questo misto di sfinimento e di apprensione. […]
Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie narici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità, l’odore di alghe marine sotto zero. Per alcuni può essere l’erba appena tagliata o il fieno; per altri, gli aromi natalizi degli aghi di pino e dei mandarini. Per me sono le alghe marine sotto zero – un po’ per via degli aspetti onomatopeici di un nome che associa in sé il mondo vegetale e quello acquatico (il russo ha una parola meravigliosa, vodorosli), un po’ per la vaga incongruenza e il nascosto dramma subacqueo che questo nome comporta.
Ognuno si riconosce in certi elementi; al tempo in cui aspiravo quell’odore sui gradini della Stazione i drammi nascosti e le incongruenze erano, decisamente, il mio forte.

sbnl

Ne ho letto un estratto qui al reading dedicato ai libri più tristi del mondo.

Francesco Guglieri, inventore della Notte dedicata ai libri tristi che ci rendono felici, ha letto nella stessa occasione questo passo:

Non ti confrontare con altri uomini di penna, ma con l’infinità umana: la quale è amara e triste più o meno quanto quella non umana.

È questo che deve suggerirti le parole, non già la tua invidia, non già la tua ambizione.

Iosif Brodskij, Dall’esilio, p. 19.

Le lettere di Verdi, l’uomo che parlava senza giri di parole

Giuseppe Verdi, Lettere.

A cura di Eduardo Rescigno, illustrazioni di Giuliano Della Casa.

Torino, Einaudi (I Millenni) 2012, pp. XXXVIII – 1170, € 90.

Nel 1978 l’Istituto Nazionale di Studi Verdiani diede avvio all’edizione critica dell’epistolario del compositore, tuttora in corso d’opera, ordinato per destinatari e rivolta agli specialisti. Il pregevole volume edito da Einaudi a cura di Eduardo Rescigno è invece una raccolta di settecento lettere, un’antologia che mette in luce le comunicazioni destinate ad amici e amiche, che affrontano temi personali o menzionano fatti salienti contemporanei. Abbiamo intervistato il curatore.

A chi è indirizzato questo lavoro?

Il libro è per chiunque sia interessato a Verdi a 360°: non solo come compositore, ma anche per esempio quale imprenditore, “benefattore”, un uomo comunque molto attento alla realtà sua contemporanea. Chiunque abbia interesse per la vita ottocentesca in Italia dovrebbe leggerlo! Certo vi compaiono gli scambi con i librettisti, ma non è dato grande spazio alla corrispondenza professionale, anche perché Verdi non è molto propenso a parlare di tali faccende via lettera.

Tra le migliaia di lettere del compositore come ha scelto quelle da pubblicare?

Conosco tutte le lettere di Verdi perché è da una vita che lavoro su di lui. Via via che le leggevo mentalmente le selezionavo. Per questa pubblicazione sono partito da circa 2100 lettere su cui è avvenuta la scelta. Il fine è dare un’immagine il più possibile articolata, per far conoscere Verdi in tutte le sue sfaccettature.

Caratteristiche salienti dell’epistolario?

Le lettere sono intere! Non si possono tagliuzzare, se no se ne perde la fisionomia originaria. Quando esistono (nella maggioranza dei casi), esse sono state controllate sugli autografi, insieme all’indispensabile contributo nella trascrizione di Marisa Di Gregorio Casati dell’Istituto Verdiano. Sono disposte in ordine cronologico. Le altre edizioni o si limitano al destinatario (I copialettere di Giuseppe Verdi, di Cesari-Luzio, Forni) o sono divise per argomento (Autobiografia dalle lettere, Aldo Oberdorfer, BUR), qui l’unico filo è la successione temporale.

Che profilo emerge di Verdi dalle lettere?

Innanzitutto l’italiano del compositore: non è perfetto, ma non conta, perché ciò che vuol dire lo dice benissimo, con una scrittura essenziale. È una capacità di sintesi, il “venire al nocciolo”, che riscontriamo anche nelle opere musicali, pressapoco fino all’Aida. Verdi arriva al punto sempre direttamente, senza giri di parole, perciò è, come si diceva a scuola, un buon “libro di lettura”. Rispetto a Donizetti o Bellini, Verdi è un epistolografo dei più leggibili.

C’è una discrepanza fra il Verdi privato (l’uomo) e quello pubblico (il compositore)?

Sì, c’è! Sulle prime le lettere sono un po’ impacciate, Verdi è ancora giovane, ma, leggendo l’epistolario, si capisce che coi primi successi, al tempo del Nabucco, egli si rivela un uomo brillante. Per esempio con Emilia Morosini fa l’uomo di spirito, perché vuole introdursi presso circoli di quasi nobili, di alto livello. Secondo me Verdi fece una proposta matrimoniale alla Morosini e fu respinto. L’esclusione da questi circoli generò in lui un atteggiamento di difesa, “da orso”. Verdi è uno degli uomini più sinceri di questo mondo, ma a un certo punto vuole che non si entri più nel suo mondo e quindi pone degli ostacoli. È un modo per tirarsi fuori dall’agone, denigrando la sua biblioteca musicale, che invece era piuttosto nutrita, o definendosi un autodidatta (stereotipo duro a morire).

Verdi tenne davvero le distanze dalla musica tedesca?

Verdi sembra che dica: lasciamo il sinfonismo ai tedeschi e teniamoci l’opera. In realtà, come noto, la sua biblioteca era piena di musica tedesca, operistica e strumentale, che conosceva a fondo, cosa ben evidente anche solo ascoltando il suo Quartetto per archi.

Il Giornale della Musica, 301, marzo 2013, p. 20.

Tutte le opere di Verdi raccontate da Guido Paduano

verdi paduano edt

Guido Paduano, TuttoVerdi. Programma di sala.

Torino, EDT 2013, pp. 192, € 12,50.

Per ricordare il centenario della nascita EDT manda in stampa TuttoVerdi, Programma di sala di Guido Paduano. Il soggetto è il “macrotesto” di ogni singola opera verdiana, vale a dire le connessioni intertestuali tra musica e libretto.

Nel prendere in esame le opere di Verdi, ognuna nella propria autonomia, Paduano chiarisce in modo mirabile il sistema di rispondenze reciproche. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Risulterebbe impropria, o quantomeno manchevole, una valutazione dei soli libretti così come un’analisi musicale monca della sua controparte testuale.

Il rapporto con le fonti è centrale. È importante la rivalutazione della dignità del libretto, cominciata da qualche tempo con Luigi Baldacci e Mario Lavagetto, ma è da tener a mente che è sempre il discorso musicale ad assumersene la responsabilità espressiva, a imprimere una direzione. La musica operistica è quella che, nelle parole di Verdi: «scolpisce e rende netta ed evidente la situazione». L’anima del mio lavoro è questa “situazione”, non solo la musica né soltanto le parole, ma il teatro.

Come inquadrare il melodramma verdiano?

Il melodramma va considerato nel contesto della storia della cultura europea. È importante la relazione con i suoi assi portanti: un esempio è la lettura che Verdi fa di Shakespeare. Dall’altro lato le “situazioni”, cui accennavo prima, rispecchiano momenti fondamentali sia della vita dei singoli sia della vita associata, o talvolta il contrasto fra le due, come nel caso esemplare de I Vespri siciliani.

Perché un sottotitolo al singolare?

Programma di sala indica l’organicità dell’opera di Verdi, concepita come un unico grande discorso.

Che tipo di lettura suggerisce?

Mi auguro che TuttoVerdi possa essere per il lettore un vademecum da portar con sé a teatro.

Il Giornale della Musica, 301, marzo 2013, p. 21.