Musica e architettura tra analogie, riflessi, complicità.
Presentazione di Mario Botta.
Venezia, Marsilio 2010, € 28, pp. 303
È un anno fecondo per Favaro che, dopo aver licenziato il suo Musiche da leggere. Romanzi da ascoltare (LIM), un’antologia di “pagine sonore dalla narrativa italiana del ‘900” che completa i suoi studi precedenti, dà adesso alle stampe per Marsilio Spazio Sonoro.
Favaro, musicologo, insegna in diverse sedi, tra cui l’Accademia di architettura di Mendrisio (Svizzera), esperienza grazie a cui ha consolidato materiali e idee confluite in questo libro.
La prima parte indaga quattro prospettive – la musica dello spazio, lo spazio della musica, la musica nello spazio, lo spazio nella musica -; la seconda ha per oggetto il macrotema della casa declinato in molteplici accezioni; la terza mette al centro Luigi Nono, architetto della musica (e inevitabilmente si parla di Carlo Scarpa); protagonista dell’ultima sezione è invece la città.
“Spazio sonoro” è un concetto ampio e polisemico, al centro della vita di architetti, musicisti, artisti, designer e del pubblico delle sale da concerto. L’opera è figlia dell’encomiabile idea che gli architetti debbano essere attenti anche al lato “umanistico” della progettazione. In tal prospettiva il libro si propone di «provare ad ascoltare le cose, il mondo e se stessi», e lo fa in modo avvincente, con interessanti riferimenti bibliografici, che sarebbe però stato utile raccogliere in una bibliografia.
Il Giornale della Musica, 286, novembre 2011, p. 25
Questa poderosa opera di Maurizio Giani ambisce a essere il testo più esaustivo tra gli studi brahmsiani. Giani espone la biografia del compositore con una tale esattezza e vicinanza emotiva che pare l’abbia conosciuto di persona. La narrazione biografica è arricchita dall’analisi del romanzo familiare, un capitolo di raro acume interpretativo sostenuto da fondamentali letture psicologiche – ma senza pedantismo –, e dagli originali approfondimenti su Brahms musicologo e lettore (quest’ultimo un tema caro a Giani che aveva il suo contraltare in Un tessuto di motivi, dedicato a Wagner: compositori qui ricongiunti in un Intermezzo. Wagner contra Brahms).
Sebbene Brahms non abbia mai prodotto opere teoriche, il suo profilo musicologico è qui tratteggiato a tutto tondo anche attraverso i volumi di storia e teoria musicale studiati, il lavoro come filologo ed editore di musiche altrui, gli interessi etnomusicologici e la sua collezione di manoscritti.
L’autore non si tira indietro di fronte a episodi spinosi o difficili per lo storico, come ad esempio la frequentazione da parte del giovane degli Animierlokale o il complesso rapporto con Clara Schumann, ma squaderna invece un intero catalogo di pro e contro rivelando un sicuro dominio della letteratura critica che lo precede; evidente pure nella bibliografia e nel capitolo sulla recezione, che andrebbe forse letto per primo, poiché fa emergere e puntualizza i vari, anche radicali, mutamenti di rotta cui l’opera brahmsiana è andata soggetta (il più noto è il “progressiveBrahms” di Schönberg).
Lo scavo negli opera omnia, la cui analisi è ben poco didascalica e tutta interconnessa, suggerisce relazioni fra opere apparentemente distanti, sia dello stesso Brahms sia di altri compositori, e aiuta a «pensare con le orecchie», secondo l’ideale adorniano del necessario dispiegarsi della musica dal singolo fenomeno al tutto, da cui soltanto esso può venire determinato. Queste pagine sono dense di particolari rivelatori: la precisione a tutto campo del musicologo soddisfa anche il lettore più esigente, senza interferire con la scorrevolezza del testo, un elemento importante visto l’impegno che richiede il volume.
La discografia critica non si riduce a un mero elenco d’interpretazioni: mette a confronto le edizioni integrali, fornisce un ampio cenno sulla discografia storica, sull’interpretazione filologica, e pure sul suono di Brahms. Nell’essenziale iconografia anche due foto inedite. Molto buona la cura editoriale.
Luigi Verdi, Aleksandr Nikolaevič Skrjabin, L’Epos, Palermo 2010, pp. 481, euro 43,80
Roman Vlad, Skrjabin fra cielo e inferno; Pietro Scarpini interprete di Skrjabin, Passigli Editori, Bagno a Ripoli (Fi) 2010, pp. 289 + 101, 2 voll., euro 30
Da molti anni in Italia non appaiono ricerche corpose su Aleksandr Skrjabin (1871-1915), se si eccettua la traduzione tardiva della biografia di Faubion Bowers (ed. orig. ridotta 1973, trad. it. Gioiosa Editrice, San Nicandro Garganico 1990), alcuni testi di Alessio Di Benedetto e Giovanna Taglialatela, e la curatela di Maria Girardi (Appunti e riflessioni, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1992).
Anche se nel panorama editoriale tutto sembrava tacere, erano in realtà in gestazione – quasi allo stesso tempo – due opere importanti. Il primo dei due autori, Luigi Verdi, insegna composizione al Conservatorio di Milano e, tra altri molteplici interessi, si è occupato di Skrjabin fin dalla tesi di laurea, pubblicata poi da Passigli, grazie all’Associazione De Sono, nel 1991.
In seguito all’esemplare indagine dei rapporti tra Kandinskij e Skrjabin, e dopo averne affrontato singoli aspetti in una miriade di saggi, Verdi ha condensato finalmente le sue più che ventennali ricerche. Il libro dato alle stampe per L’Epos è una biografia sul modello “vita e opere”, ma è anche molto di più, quasi un Compendium; una parte saliente, dedicata al pensiero estetico e filosofico inscindibile dalla produzione musicale di Skrjabin, non tralascia i rapporti con altri intellettuali del tempo come il compagno di studi Rachmaninov, o Plechanov, il teorico del marxismo, il basilare ruolo nella sua formazione della teosofia e degli spunti derivanti dalla lettura di Goethe, Nietzsche, Feuerbach, Wundt, Paulsen, Kant e dalle teorie di Solov’ev che precorrono il simbolismo.
Degne di nota la bibliografia, indirizzata in special modo al lettore italiano (Verdi è anche autore di un’importante bibliografia perla Scriabin Society of America, aggiornata al 2004), il pregevole apparato dedicato alla tradizione esecutiva e alla discografia storica, la sintesi degli orientamenti della critica, la traduzione italiana dei testi poetici alla base delle opere skrjabiniane e un ricco apparato iconografico. La mole del testo è tale da non lasciare insondato nessun problema, seppur sia caratteristico della collana (Autori & Interpreti 1850/1950) evitare un eccessivo specialismo; non vi sono esempi musicali, ma l’analisi delle opere è di limpida chiarezza, coadiuvata da schemi, come quello che riguarda le ultime sei Sonate per pianoforte (p. 196) e i loro relativi profili tematici (p. 211). Così concepita la parte inerente le opere, con relative puntuali analisi, è uno strumento che torna sempre utile per consultazione.
L’eccentrica figura di questo compositore troppo poco conosciuto è emblematica di un’epoca storica che fu spazzata via con la Seconda Prima guerra mondiale – esattamente quando Skrjabin morì -, in cui si estrinseca tutta l’ansia di rinnovamento della cultura musicale europea alle soglie della Prima guerra. Storicamente la Skrjabin-Renaissance avviene negli anni ’70 del Novecento in concomitanza col centenario della nascita e, tuttavia, questo mutamento sul piano estetico non sembra una casualità se si pensa al fatto che una delle sue più famose composizioni, quel Prometeo per coro, grande orchestra e clavieràlumières che mirava a fondere musica e colori, così in anticipo sui tempi, soltanto negli anni ’60 potè essere portata in scena, grazie al progresso tecnologico, secondo il volere dell’autore (nelle prime esecuzioni, infatti, la parte luminosa non veniva realizzata). In Italia fu proprio grazie a Roman Vlad che si tenne, il 23 giugno 1964, la première italiana del Prometeo completo della parte Luce al Maggio Musicale Fiorentino, diretta da Pietro Bellugi e con al pianoforte Pietro Scarpini.
L’idea del libro su Skrjabin di Vlad, composto da due volumi l’uno dedicato al compositore e l’altro a Scarpini (1911-1997), sboccia dalla volontà di dare un ordine alle sue interpretazioni skrjabiniane che coprono buona parte dell’opera omnia del russo. I programmi da concerto di Scarpini, vero profeta del verbo skrjabiniano in Italia, andavano in controtendenza rispetto ai gusti del pubblico di quell’epoca e, secondo Vlad, egli è da considerarsi complementare all’altro sommo pianista dell’epoca, Arturo Benedetti Michelangeli. L’autore ne ripercorre dunque la biografia alla luce della carriera e del repertorio.
Il giovane Skrjabin, dapprima fortemente influenzato da Chopin e poi da Liszt, in breve tempo diventò un precursore delle idee musicali più innovative, nonostante la sua produzione non abbia avuto la stessa fortuna critica che seppero conquistarsi il neoclassicismo o la dodecafonia. Vlad delinea con precisione come le tarde opere di Skrjabin anticipassero il serialismo che Schönberg teorizzerà un decennio dopo la scomparsa del collega; sebbene all’interno dell’Unione Sovietica la musica di Skrjabin non fosse mai stata apertamente avversata, circostanze ostili (tra cui la morte prematura) ne impedirono l’affermazione e, anche se ebbe un’eco nei cosiddetti “skrjabinisti”, questi però si dispersero ben presto.
Il filo conduttore del discorso sono le innovazioni del linguaggio musicale skrjabiniano che Vlad mostra dettagliatamente partiture alla mano. La visione proposta è un viaggio in senso diacronico attraverso la musica di Skrjabin, che, pianistica e orchestrale, procede parallela, affrontata a partire da alcuni temi (si legga per esempio il capitolo V “Auree proporzioni”), anche e soprattutto alla luce della letteratura critica a Vlad precedente, per intraprendere il quale il lettore deve avere ben presenti le composizioni sia complessivamente sia nel dettaglio. Per converso, l’approccio cronologico e più didascalico di Verdi restituisce un altro tipo di lettura, più lineare. Con un occhio sempre fisso alla vicenda biografica, che però resta sullo sfondo, Vlad prende in esame tutta l’opera e gli interrogativi che essa pone (a partire dal suo più piccolo e famoso elemento costitutivo l’“accordo mistico” del Prometeo) fino all’incompiuto Misterium, che l’autore denomina “la meta irraggiungibile”.
Verdi e Vlad hanno portato avanti le loro opere in uno spirito di collaborazione reciproca, così oggi abbiamo la fortuna di avere due testi che si integrano a vicenda, di taglio più biografico il primo, più specialistico il secondo, egualmente importanti nel panorama della letteratura su questo musicista ed egualmente indispensabili al musicofilo italiano.
L’Indice dei libri del mese, anno XVIII, 6, giugno 2011, p. 17
A 12 anni dalla prima raccolta di scritti Su Beethoven (Einaudi) eccone un’altra dello stesso autore dedicata al terzo periodo.
Solomon da un lato affronta alcune composizioni capitali come le Variazioni Diabelli (cui dedica due saggi), la Settima e la Nona Sinfonia, la Sonata per violino e pianoforte op. 96, e dall’altro discute di altri argomenti noti della ricerca beethoveniana come il rapporto con la massoneria; indaga in senso storico come, quando e da chi Beethoven sia stato associato al romanticismo; esamina gli indizi della sacralità a partire dalla Missa solemnis (e qui è interessante vedere la lettura che l’autore fa degli studi sullo stesso argomento che lo precedono).
In particolare, Solomon dà il meglio di sé puntualizzando alcune immagini romantiche (gli alberi parlanti, la brezza metaforica, il velo di Iside etc…) e nell’originale saggio dedicato al potere curativo della musica. Tuttavia sovente l’interpretazione sembra eccessivamente influenzata dalla sua formazione psicoanalitica. Note a fondo pagina (e non a fine libro) e una bibliografia dei testi citati avrebbero reso più agevole lo studio di questo lavoro. Buona la traduzione.
Il Giornale della musica, 277, gennaio 2011, p. 25
Virgilio Bernardoni, Verso Bohème. Gli abbozzi del libretto negli archivi di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica.X-276 pp., Firenze, Olschki 2008, € 32.
Toscadi Victorien Sardou, Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, musica di Giacomo Puccini, 2 voll.: facsimile della copia di lavoro del libretto; trascrizione e commento a cura di Gabriella Biagi Ravenni. I: 140 pp. (134 di facsimile); II: XLII-140 pp. con 1 fig., 1 pieghevole, Firenze, Olschki 2009, € 120.
Verso Tosca: Luigi Illica nella cultura europea del secondo Ottocento. Convegno di studi in occasione del 150° anniversario della nascita di Puccini, Piacenza, GL editore 2010, pp. 158, € 5.
Concepita tra il marzo del 1893 e il dicembre del 1895, La bohème nacque quando Puccini si divideva fra il presenziare alle riprese di Manon Lescaut in Italia e all’estero e le battute di caccia intorno al lago di Massacciuccoli, mentre Giacosa era occupato dalla prima francese di Tristi amori e su tutti, fin dal principio, gravava la concorrenza di Leoncavallo, il primo a metter le mani sullo stesso soggetto. Grazie al puntuale lavoro di Virgilio Bernardoni Olschki pubblica ora un’analisi comparata delle redazioni preliminari del libretto che sfrutta i materiali genetici conservati nell’archivio di Casa Giacosa a Colleretto Giacosa (Torino) e i manoscritti conservati al Museo Illica di Castell’Arquato (Piacenza). Attraverso gli abbozzi per la maggior parte inediti Bernardoni ci dona un’edizione interpretativa che documenta le diverse, complesse stratificazioni che portarono all’edizione Ricordi del 1896, proposta in appendice. L’evento saliente della redazione del libretto, suddivisa in tre stadi principali, è la soppressione, nel febbraio 1894 per volere di Puccini, dell’atto “del cortile”. Entrando dietro le quinte si scopre quanto significativi possano essere anche «gli scarti di lavorazione dell’officina di Bohème» (p. 39). Riguarda ugualmente la triade Giacosa-Illica-Puccini, con l’identica supervisione di Ricordi, anche il secondo titolo della collana del Centro Studi Giacomo Puccini, Testi e documenti. Questa copia di lavoro del libretto di Tosca appartenente alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca non è l’unica superstite (altre si conservano nell’Archivio storico Ricordi, nella New York Public Library, nel Museo di Villa Puccini, nel Fondo Giacosa), ma è a suo modo esemplare, poiché la più ricca di annotazioni del compositore. Ecco dunque due splendidi volumi contenenti il facsimile della copia di lavoro, un’autentica gioia per gli occhi di qualunque musicofilo, e l’edizione e commento a cura di Gabriella Biagi Ravenni, indispensabile per la lettura. Come accade con edizioni di questo tipo, i problemi filologici sollevati sono molteplici (analoghe difficoltà rilevava Bernardoni, Verso Bohème, p. 31): nel nostro caso la curatrice opportunamente realizza «non un’edizione sinottica, né un’edizione genetica, perché l’inserimento di tutte le varianti conosciute avrebbe aggiunto eccessiva complessità» (Tosca, II, p. VIII), ma una trascrizione semidiplomatica che, disponendo il testo del commento parallelo al facsimile, rende comoda la decodifica di un documento in cui ci si deve districare fra diverse grafie, aggiunte, ripensamenti, cancellazioni. È emozionante essere ammessi nel sancta sanctorum e poter seguire il progresso del lavoro avendolo sotto gli occhi e tra le mani.
Sia Bernardoni sia Biagi Ravenni hanno preso parte al convegno Verso Tosca (Piacenza, 14-15 marzo 2008) che mira a inserire Luigi Illica nella cultura del secondo Ottocento, i cui atti, comprendenti quindici interventi, sono stati dati ora alle stampe. Non potendoli menzionare tutti, segnalo i contributi di Johannes Streicher, il quale mette a fuoco il carattere metateatrale della produzione di Illica e di Luigi Allegri che confronta la Tosca di Sardou con quella di Puccini; mentre Mercedes Viale Ferrero illustra con dovizia di particolari i due allestimenti scenici a confronto, da La Tosca a Tosca, attraverso riviste, fotografie, bozzetti (anche abortiti) e spiegando l’esclusione di Illica dalla regia dell’opera. Gabriella Olivero pone l’accento sul fascino dell’Oriente meno noto (non quello, per intendersi, di Iris o della Butterfly) che condusse Illica a scrivere per Louis Lombard Errisiñola, oltre alla tela di un’opera intitolata Damaianti, basata su un episodio del III libro del Mahābhārata, già tradotta a più riprese in italiano, ma mai musicata. Cesare Orselli focalizza invece l’attenzione, attraverso l’analisi linguistica, sul «realismo regionale» nordico de I dispetti amorosi, lavoro che si svolge nella Venezia contemporanea, e della Collana di Pasqua, ambientato in un paese lucchese, entrambe destinate alla musica di Gaetano Luporini. Simona Brunetti si concentra sulle prime produzioni drammatiche, sottolineandone alcuni tratti peculiari: i tipi di eroina poste in scena, il rilievo dato alle figure minori, lo sguardo compassionevole nei confronti dei personaggi. Massimo Baucia tratteggia infine la cronistoria del Fondo Illica conservato alla Biblioteca Comunale di Piacenza.
In seguito al 150° anniversario della nascita, da poco trascorso, il fiorire di monografie su Puccini non s’arresta: l’ultima nata, firmata da Daniele Martino, segue la tradizionale suddivisione in vita e opere, con l’aggiunta di bibliografia e discografia essenziali. Scritto con una prosa agile, avvalendosi dell’eccellenza che da sempre contraddistingue Skira fra i volumi di arte, questo libro in carta patinata offre un ampio corredo iconografico in cui prevalgono fotografie dell’epoca, locandine, bozzetti di scena. Nelle versioni in italiano e in inglese, il testo costituirà per i lettori una buona occasione per avvicinare il compositore, presentato da un autore che lo ama e lo frequenta da lungo tempo.
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