La cultura è diventata un lusso

I direttori dei giornali si sentono obbligati ad abbassare le loro ambizioni intellettuali per aumentare il numero dei lettori. […]

Allo stesso tempo ciò che sta accadendo può essere visto come la fase finale di una lunga “lotta di classe” tra due categorie di collaboratori della stampa quotidiana. La prima è composta da giornalisti cresciuti nelle redazioni dei telegiornali e delle riviste della sfera mediatica. Si tratta di una classe storicamente “inferiore”, che però si è ormai impossessata delle pagine culturali. […]

piramide sociale

Ma quale sarà l’impatto di queste modifiche sugli abbonamenti? Un giovane giornalista freelance motivato non costa molto, quindi permette di risparmiare a breve termine e racimolare qualche lettore qua e là tra i giovani. Inoltre è probabile che il ragazzo seguirà diligentemente la linea editoriale del giornale improntata su “costumi e società” e privilegerà dunque la moda, i viaggi, i divertimenti, l’arredamento e i best seller.

Articolo interessante di  tradotto da  Andrea Sparacino per Presseurop.eu

I ritratti di Beethoven su “Síneris”

Ripensare l’iconografia beethoveniana oggi. Breve storia di una disciplina bistrattata

  • L’iconografia beethoveniana dagli albori a oggi: una sintesi
  • La piattezza dell’icona e la poliedricità dell’immagine di Beethoven

su Síneris. Revista de musicología, n. 6 in spagnoloin italiano

e con una mini playlist su Youtube

A sx. un’opera di Gail Stoicheff, The Prince 2011 © Tincaart, commissionata dall’International Beethoven Festival; a dx. Anton Boch, il vecchio (1830-1884), post 1827, dal disegno di G.E. Stainhauser von Treuberg (ribaltata rispetto all’originale).

Una riflessione a margine. Come cambierà il modo di vedere l’arte, grazie a siti tipo artstor.org o  Googleartproject?

È facile dimenticare come l’idea stessa di espressione digitale implichi un compromesso che ha implicazioni metafisiche. Un dipinto a olio non può veicolare un’immagine creata con un altro mezzo; è impossibile far sì che un dipinto a olio assomigli a un disegno a china, per esempio, o viceversa. Ma un’immagine digitale con una risoluzione sufficiente può catturare qualunque genere di immagine percepibile; o, almeno, è quello che si potrebbe credere se su ha una fede eccessiva nei bit. Naturalmente, le cose non stanno davvero così. Un’immagine digitale di un dipinto a olio rimarrà sempre una rappresentazione, non un oggetto reale. Un dipinto reale è un mistero insondabile, come ogni altra cosa reale. Un dipinto a olio cambia col tempo; la sua superficie si crepa. Ha una tessitura, un odore, emana una sensazione di presenza e di storia. […]

Le rappresentazioni digitali possono essere molto buone, ma è impossibile prevedere tutte le modalità con cui una rappresentazione potrebbe essere usata. Per esempio, si potrebbe definire un nuovo standard tipo il MIDI per rappresentare i dipinti a olio che includa odori, crepe e così via, ma si scoprirà sempre di aver dimenticato qualcosa come il peso della tela o il suo grado di tensione.

Jaron Lanier, Tu non sei un gadget, trad. it. Marco Bertoli, Mondadori, Milano 2010, pp. 175-6.

Ma quanto mi costi? Sulle fondazioni lirico-sinfoniche

Pieter_Brueghel_the_Younger,_'Paying_the_Tax_(The_Tax_Collector)'

Bruegel il giovane, Pagando le tasse, olio su tavola, 1620-1640, USC Fisher Museum of Art, fonte: commons.wikimedia.org

Un passaggio dell’intervento della Conferenza internazionale “Organizzazione, gestione e finanziamento dei Teatri d’Opera, esperienze europee a confronto” svoltasi lunedì 5 novembre, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, nell’ambito di Florens 2012, Settimana internazionale dei beni culturali e ambientali.

”I Teatri d’Opera in Italia sono troppo onerosi, ha affermato Petretto: costano complessivamente 400 milioni di euro l’anno (il 70% se ne va nel personale), ne perdono 3 e hanno quasi tutti un forte indebitamento – dice Alessandro Petretto -. Considerando che, per evidenti ragioni, i finanziamenti statali continueranno a decrescere occorre aumentare il contributo dei privati con forme differenti di finanziamento (dal merchandising alla sponsorizzazione di singoli eventi), accrescere la deducibilità della tassazione e studiare forme di prelievo di scopo”.

Ma qual è davvero il contributo dei privati? Controllate qui le pp. 300-1 del pdf. della Corte dei Conti.

In sintesi (migliaia di euro):

risorse pubbliche: 316.255 vs. finanziamento privato: 44.377

”Complessivamente – ha aggiunto Petretto – le nostre Fondazioni liriche [13] mettono in scena ogni anno circa 3000 spettacoli con un costo medio ciascuno di 135000 euro ed impiegano 5600 addetti; […] le strutture sono dunque sottoutilizzate e ciascun evento ha un costo medio troppo elevato”.

I numeri sono dedotti dal documento emanato dalla Corte dei conti sulla gestione delle Fondazioni lirico-sinfoniche relativa agli anni 2007-2010, documento che riguarda:

Teatro comunale di Bologna
Teatro lirico di Cagliari
Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Teatro “Carlo Felice” di Genova
Teatro “Alla Scala” di Milano
Teatro “San Carlo” di Napoli
Teatro “Massimo” di Palermo
Teatro dell’Opera di Roma
Teatro Regio di Torino
Teatro lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste
Teatro “La Fenice” di Venezia
Arena di Verona
Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Roma

Ecco le due conclusioni:

Il limitato apporto delle risorse provenienti da fonti private ha confermato il venir meno dell’aspettativa, tranne che per poche Fondazioni, di una maggiore partecipazione dei privati alla gestione dei Teatri lirici.

I complessivi risultati economici d’esercizio delle fondazioni risultano costantemente negativi, e mostrano nell’ultimo anno [2010] l’esito peggiore, per quanto di poco superiore a quello del 2008.

Qui si può leggere un articolo di Lavoce.info che spiega quanto (poco) s’investa in questo genere di attività culturali in Italia.

Fatte le debite differenze, si confrontino i numeri della diversa produttività della Germania: un Paese che ha circa 20 mln di residenti in più rispetto all’Italia e un sistema di opere di repertorio da noi quasi del tutto assente. In Germania 83 teatri musicali sono responsabili annualmente di 13000 spettacoli di opera, operetta e balletto, esclusa la musica sinfonica.

Fonte: Deutsches Musikinformationszentrum (Topografie des Musiklebens, 1: Kulturorchester).

Anche a fronte dell’esistenza del repertorio, alcuni problemi, tuttavia, sono comuni in Europa.

La ricerca di Arnold Jacobshagen, ad esempio, include una statistica relativa al dispendio dei teatri tedeschi nel periodo 2000-2008 (imm. 2, p. 4); e sempre a pagina 4 si legge:

L’80 per cento delle spese non sono coperte da entrate di cassa.

In Italia è la percentuale arriva all’88.

Le sovvenzioni continueranno, nonostante tutto? Cosa cambierà con il nuovo art bonus? La musica classica è davvero in declino in Europa o interessa un sempre minor numero di persone? E se sì, perché? Il pubblico sta diventando sempre più anziano o ci sarà il ricambio generazionale? Qui alcune idee in proposito di Greg Sandow (in inglese).

Aggiornamento 6/5/13:

I numeri dello spettacolo di Giuseppe Pennisi

Dal clavicembalo oculare di Castel al clavier à lumières di Skrjabin

A caricature of Louis-Bertrand Castel's "ocular organ" by Charles Germain de Saint Aubin. Waddesdon, The Rothschild Collection (The National Trust)
Una caricatura dell’organo oculare di Louis-Bertrand Castel. Charles Germain de Saint Aubin, 1740-circa 1757. 
Waddesdon, The Rothschild Collection (The National Trust)
“Que n’ont ils tous Employés leurs tems à la même Machine”.
(Collocazione 675.302)
collection.waddesdon.org.uk

Come citarlo:

Benedetta Saglietti: “Dal clavecin oculaire di Castel al clavier a lumieres di Skrjabin”. In: Metamorfosi dei Lumi 6. Le belle lettere e le scienze, a cura di Simone Messina e Paola Trivero, Accademia University Press, Torino 2012, pp. 187-205.

Abstract

Il padre gesuita Louis Bertrand Castel (1688-1757) è oggi ricordato per l’invenzione del clavicembalo oculare, strumento che voleva soddisfare la vista e l’udito attraverso la produzione contemporanea di colori e suoni, la cui ideazione fu annunciata per la prima volta nel 1725 sul Journal de Trévoux. Nonostante esistano molti cenni allo strumento e al suo inventore sparsi qua e là nella letteratura secondaria italiana e straniera, entrambi apparivano nel contesto della riflessione filosofica attinente al Settecento francese ancora abbastanza indistinti. Soprattutto, restava ancora aperta a riguardo qualche interessante domanda.

Fin dal XVII secolo il dibattito attorno alla natura fisica della luce e dei colori fu una delle controversie fondamentali della scienza e, inoltre, la discussione dell’analogia – vera o presunta che fosse – di suono e colore non era certo dominio del solo Castel. Egli fu, tuttavia, il primo a immaginare uno strumento che li potesse unire.

Chi era padre Castel? Quale la sua speculazione e il suo ruolo nella Francia del tempo? Cos’è davvero il clavicembalo oculare? È mai esistito? A cosa doveva servire? C’è un rapporto tra quello strumento e le invenzioni più moderne per produrre luce e suoni? Tali i quesiti di partenza.

La scintilla della ricerca è scoccata in me grazie alla curiosità suscitata dalla potentissima somiglianza tra l’idea di Castel e quella del clavier à lumières che Aleksandr Skrjabin (1872-1915) ideò nel 1911 per la sua composizione Prometeo. Invenzione che, come il clavicembalo oculare precorreva i tempi, ma era più facilmente “pensabile” poiché, nel frattempo, era stata inventata la luce elettrica.

Davvero, a duecento anni di distanza, uno strumento musicale quasi identico (prima un clavicembalo evolutosi nel frattempo in pianoforte) teneva ancora occupata la mente di un uomo quale Skrjabin, compositore russo, francofono, appassionato di teosofia, che difficilmente avrebbe potuto essere più diverso da Castel, gesuita francese? Era plausibile che un’idea nata nel XVIII secolo svanisse – almeno così mi era parso all’inizio – per ricomparire quindi tutt’a un tratto nel XX?

Dopo la morte di Castel lo strumento continuò a far parlare di sé, sebbene in modo intermittente, fino alle soglie del Novecento. L’unione della musica e del colore, così come l’assonanza fra i due fenomeni, è stata una suggestione di rilievo sia dal punto di vista della storia delle idee sia da quello meramente storico. Un’idea che ha affascinato filosofi, musicisti, letterati, capace di giungere attraverso alcune interessanti metamorfosi fino ai nostri giorni.

Curioso/a?

Puoi leggere tutto sul Kindle (Amazon) o nel volume cartaceo delle Metamorfosi dei lumi 6 (sito dell’editore).