Enzo Restagno ha dedicato il suo ultimo libro a una grande coppia di compositori del Novecento.
Mi ha colpito particolarmente come egli passeggi insieme al lettore conducendolo attraverso una serie di luoghi, indicandogli dove si svolsero i fatti, mostrandogli l’arte dell’epoca e, naturalmente, avvolgendolo di musica. Pare che l’autore abbia conosciuto i due di persona, tale è la vivezza del suo racconto… In una fresca mattina torinese mi ha accolta nella sua casa zeppa di libri e dischi.
Leggi tutta l’intervista sul Giornale della musica.
Questo saggio affronta tre argomenti: dapprima esamino come la realtà, attraverso la maschera da vivo di Beethoven, s’insinuò in un’opera d’arte (il suo busto modellato da Franz Klein). In questa prima sezione metto a fuoco quale responsabilità abbia l’artista nel riprodurre un soggetto, vale a dire quale sia la riproduzione del reale “legittima” .
Discuto poi della mitopoiesi beethoveniana, ovvero la metamorfosi che l’immagine del compositore, in atto già quando era ancora in vita, subì nelle parole di chi lo incontrò personalmente.
Affronto infine la genesi della maschera funebre in parallelo col racconto del decesso del compositore tramandato da un suo contemporaneo. Sarà risolto un grande mistero e data risposta alla domanda: perché sempre più spesso si confonde la maschera di Beethoven “dal vivo” di Franz Klein (1812) con quella funebre realizzata da Josef Danhauser nel 1827?
Anton Dietrich, gesso tratto dal busto di Beethoven, 1890 circa
Arnold Hermann Lossow (da Anton Dietrich), busto di Beethoven (occhi con le pupille), Walhalla
Josef Danhauser, gesso tratto dal busto di Beethoven, 1890 circa
Franz Klein, busto di Beethoven, realizzato con l’ausilio della maschera, 1812, Kunsthistorisches Museum, Sammlung alter Musikinstrumente, Neue Burg, Wien
Franz Klein, fine XIX sec.-inizio XX sec., copia in bronzo di H. Leidel del busto di Beethoven del 1812, Beethoven-Haus
Ferdinand Schimon, Beethoven, 1819, Beethoven-Haus
Josef Danhauser, calco in gesso della maschera mortuaria di Beethoven, post 1827, Beethoven-Haus
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Il tema era stato oggetto di presentazione nel ciclo di incontri seminariali di letteratura, arte e filosofia, a cura di Chiara Sandrin, nell’ambito della ricerca “La responsabilità dell’arte”:
Bild, Vorbild, Nachbild. Immagine, forma, metamorfosi dell’umanità come ideale.
20 febbraio 2013, h. 18,III piano, Palazzo Nuovo, Torino
In What Do Musicologists Do All Day (WDMDAD) we investigate the use of technology in the work of music researchers in the widest sense.
Researchers frequently make use of the possibilities that mobile phones, social media, digital libraries, search engines and computer software offer. But these technologies do not always have a good fit with daily work practices. We would like to discover what needs to be done to make this fit better, and what successful practices already exist that we can learn from.
For this, we have created a short questionnaire, in which we would like you to tell us about your ideas and experiences. Whether you do not use much technology, or if you use it a lot, we are interesting in finding out your views. Please take our questionnaire at https://opinio.ucl.ac.uk. We much appreciate your participation.
Charles Inskip is a lecturer at University College London specialising in digital scholarship, Frans Wiering is an assistant professor at Utrecht University and chair of the IMS study group in Digital Musicology.
L’idea originale e vincente del drammaturgo Detlef Giese e di Günther Albers è stata di combinare, in modo alternato, “Il diario di uno scomparso” (1919) di Janáček e “La voix humaine” di Poulenc (1959). Due opere che, non solo a livello musicale, son abbastanza diverse fra di loro…
Le piège de Méduse(1913) è una gustosa comédie lyrique surrealista di Satie, su cui ha messo le mani Jürgen Flimm, inframmezzandola con altre musiche (ad es. Sylvie, 1886) e testi dello stesso Satie, in traduzione tedesca.
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