Il sommesso ultimatum di Valentin Silvestrov

Da ventun’anni il Ravenna Festival organizza le Vie dell’amicizia, ponte di fratellanza attraverso l’arte e la cultura, voluto da Riccardo Muti, quest’anno approdato a Kiev. Nello spirito che anima il progetto e a testimonianza dell’universalità del linguaggio musicale, siedono affianco musicisti e coristi della città meta del viaggio: l’Orchestra Giovanile Cherubini incontra i solisti, il Coro e l’Orchestra di Ucraina. Intorno alle Vie dell’amicizia il Ravenna Festival costruisce un articolato programma volto ad approfondire la produzione del compositore ucraino Valentin Silvestrov.

Silvestrov è un destabilizzatore. Compie un percorso comune ad altri artisti della sua epoca e della sua provenienza geografica: sul piano artistico negli anni Sessanta aderisce all’avanguardia, ma subito l’abbandona (similmente ad Arvo Pärt) per cercare una via autonoma; sul piano politico, viene perseguitato, e come il celebre scrittore Iosif Brodskij, viene accusato di parassitismo sociale, anche se – a differenza di quest’ultimo – non emigra.

Silvia Lelli

A metà degli anni Settanta, in concomitanza con le sue nuove scelte estetiche, è tacciato dai colleghi di tradimento dell’avanguardia. Il ciclo vocale Silent Song (1974-77) segna l’inizio della nuova fase, col ritorno alla melodia che, in quegli anni, suonava come un gesto di rottura. I Songs determinano una delle nuove strategie compositive che diverranno peculiari in Silvestrov: opere incentrate sì, sulla melodia, ma che sono anche e soprattutto “metamusica”, in cui sempre rintracciamo echi, composti e nuovamente risonanti, di Mozart, Schubert, Mahler, Ciajkovskij. Una musica che volutamente riecheggia il passato, il quale suona però trasfigurato e come “ricolato in un nuovo stampo”. È la tradizione filtrata attraverso le orecchie dei contemporanei, il passato che parla una lingua nuova.

Primo appuntamento (2 luglio 2018) con le sorelle Gazzana (violino e pianoforte), affiatato duo interprete d’elezione del compositore: il concerto nella splendida Sala del Refettorio del Museo nazionale ben evidenzia il gioco di specchi, prima l’Hommage à Johann Sebastian Bach (violino e piano), ispirato alla Seconda Partita, seguito dall’originale per violino solo. […]

Anche Der Bote (pianoforte solo), la cui ispirazione è Mozart, è particolarmente significativo: i suoni ci arrivano ovattati, di lontano, il piano è completamente chiuso. Trovato uno spunto musicale, qualcosa che è l’accenno di un tema, è come se Silvestrov rimanesse in quieta osservazione. Sì, ricorda qualcos’altro, ma non appena ti pare d’intuire cosa, lo spunto viene nuovamente formulato, per tornare in una forma nuova.

Il “motivo”, o “seme”, come lo chiama il compositore, privo di un vero sviluppo, si rifrange come in un caleidoscopio. In questo potente sistema di “sospensione”, la mente è tentata da molte domande: quali significati assumono oggi i ricordi musicali di ieri? Che immagine permane nella memoria, quando la musica sparisce? Muovendo i primi passi in quest’universo non è chiaro dove si vada, ma alla fine tutto si ricompone. È un sasso lanciato in un lago che genera cerchi concentrici con lentezza e regolarità. C’è, oltre alla melodia, il piacere del suono: a partire da un “seme” (uno spunto, una semifrase, meno di un tema) risuonano concatenazioni armoniche incantatorie; ciò è soprattutto vero quando Silvestrov tratta la scrittura corale, giocando con l’acustica del luogo nel quale i suoi brani sono eseguiti, ad esempio nella Cantata n. 4 per soprano, pianoforte e orchestra d’archi, nata nella cattedrale della Dormizione del monastero delle grotte di Kiev, interpretata nell’incanto di Sant’Apollinare in Classe con grazia e intensità da Kseniia Bakhritdinova, diretta da Mykola Diadiura, insieme agli elementi dell’Orchestra dell’Opera ucraina e Anastasiya Titovych al pianoforte.

L’incontro col compositore (3 luglio), in dialogo con Constantin Sigov, svela i cardini della sua poetica, ma non solo. Con le sue parole Silvestrov arricchisce il significato delle Vie dell’amicizia, riflettendo sulle parole che aprono il Lincoln Portrait di Copland – eseguito a Kiev e Ravenna – e facendole proprie. (E, in un circolo virtuoso, le Vie si sono concluse in Sant’Apollinare in Classe con l’abbraccio di Muti al collega).

L’uomo è vulnerabile di fronte alla storia, la sua voce è l’unico strumento che può essere contrapposto alla barbarie: anche in mezzo alla miseria della guerra, voci – forse flebili, talvolta inascoltate – sono tutto ciò che resta.

Così Silvestrov, provocato da una mia domanda, ha definito sorridendo la sua opera:

un sommesso ultimatum.

Con un monito: può darsi che questa voce sia così lieve che nessuno la ascolti; ma, a chi presti orecchio, e la prenda sul serio, potrà suonare come un mantra o una rivelazione.

Scritto per Il Giornale della musica

Meditazioni all’Eremo di Santa Caterina del Sasso

Arduo sarebbe comparare l’esperienza vissuta allo Stresa Festival, il 25 e 26 luglio scorsi (2017). Da Stresa si prende il lago su un battello, appositamente destinato agli ascoltatori, alla volta di Leggiuno, dove si raggiunge l’eremo di Santa Caterina del Sasso: una meraviglia addossata dal XII secolo alla roccia, dove l’uomo sembra aver strappato alla natura quiete, riposo, raccoglimento dello spirito.

Non a caso i concerti che si tengono lassù dal 1999 si chiamano “meditazioni in musica”. Le mura dell’eremo hanno accolto in questi anni la musica di alcuni interpreti di rilievo come David Geringas, Enrico Dindo, Colin Carr, Jan Vogler, Mario Brunello, Miklós Perényi. La formula è semplice: tutti sono chiamati a misurarsi con le Suite di Bach; sempre all’eremo. (Affianco alle due serate evergreen il Van Kuijk Quartet, vincitore del Concorso Wigmore Hall 2015, è chiamato la sera del 27 luglio a esibirsi nella romanica chiesa vecchia di Belgirate, sempre nell’ambito delle meditazioni in musica). Quest’anno la scelta è ricaduta sul talentuoso Maximilian Hornung il quale ha già fatto incetta del celebre ECHO Klassik-Preis con l’incisione del concerto di Dvořák – qui il recensore paludato aggiungerebbe che Hornung è classe 1986, ma sono convinta che a saper fare qualcosa in modo eccellente l’età conti poco – oltre che primo premio al concorso ARD nel lontano 2007.

 

Salpati dall’attracco di Stresa è comunque difficile trattenere lo stupore per tanta bellezza: ci si inerpica su una scala scavata nella roccia e si approda al luogo del raccoglimento, a picco sul lago. L’umidità ci è amica e, nonostante il caldo, lo strumento di Hornung reagisce magnificamente alle condizioni microclimatiche dell’eremo. Per ragioni pratiche Hornung sceglie di ripartire le Suite partendo dalla prima, facendo seguire quarta, intervallo, e sesta nella prima serata; la terza, la seconda e la sesta lasciandole alla seconda serata. Suona a memoria nella prima parte del concerto; con la partitura nella seconda parte (scopriremo con un certo stupore poi che la sesta Suite è per lui e per noi questa sera la prima esecuzione in pubblico).

Le Suite per violoncello sono lette senza retorica, e suonano – con un gusto tutto speciale per il ritmo – più barocche che mai.

La forza di Hornung sta nel saper rendere nuova una partitura molto celebre, fornendo un’interpretazione convincente. Cantabilissima la quarta, in mi bemolle maggiore, impervia la sesta, destinata a un violoncello piccolo, suonata qui da Hornung su uno strumento normale. Si starebbe ad ascoltarlo non solo per due serate, ma ancora e ancora, senza un momento di deconcentrazione, senza stancarsi. Ogni tanto capita che questo giovane uomo tedesco si trasfiguri, davvero con un rapimento quasi mistico, che ricorda lo sguardo fisso sul traguardo di un maratoneta alla partenza, oltre se stesso, oltre la musica.

© Valentina Manchia

Con Mysterium Scriabin si auspicava la totale, sinestestica unione spirituale degli spettatori alle pendici dell’Himalaya. Se avesse visto l’eremo di Santa Caterina, e ascoltato Hornung , Scriabin avrebbe intuito che non c’è posto migliore di Leggiuno per trovare la comunione spirituale in musica.

Il Ravenna Festival è anche futurista

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Foto: Alberto Calcinai, Uccidiamo il chiaro di luna

Ravenna si è innamorata del futurismo, quest’anno.

E ha cominciato al Teatro Alighieri giovedì 1° giugno con un sostanzioso spettacolo intitolato “Uccidiamo il chiaro di luna”. Il secondo capitolo andrà in scena il 21 giugno prossimo con la Vittoria sul sole (1913) opera di Krucenych, con scene e costumi di Malevic, opera ricostruita dal Museo Russo di San Pietroburgo, in occasione del centenario, e andata in scena solo alla Fondazione Louis Vuitton a Parigi prima di approdare a Ravenna.

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Il giornale della musica, 5 giugno 2017

 

Henze di nuovo nel bosco con Pollicino

Quando nel 1976 Hans Werner Henze fondò il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, il suo proposito era di rompere le barriere tra pubblico e artista.

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Molto più di un festival, nello spirito del tempo Henze voleva “realizzare l’utopia“. Come una sorta di (riuscito) esperimento sociale, il proposito del laboratorio era quello di produrre musica e arte usando gli abitanti del luogo, all’inizio coordinati da alcuni artisti, come lo stesso Henze. Pollicino – oggi al Teatro Regio – fu il primo risultato.

In inglese su Bachtrack.

Bonus: la bella conferenza di Elena Minetti

La Winterreise di Kentridge alla Chigiana di Siena

 

This staging of Schubert’s Winterreise in the beautiful Teatro dei Rinnovati in Siena, for the first time in Italy, is for trio: a pianist, a singer and a projector. But it is also a work that combine together music, lyrics and images. On the empty stage, there is a silent piano and a messy artist working table, on which William Kentridge’s video art would be projected.

Ream more on Bachtrack

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Extra

William Kentridge: Listening to the Image (documentary)