Anche Adorno sognava

Theodor W. Adorno, I miei sogni

Trad. italiana di Alessandro Cecchi e Michele Ranchetti, pp. 133, € 10, Bollati Boringhieri 2007

“Fra i modi di dire mi è venuto in sogno e ho sognato ci sono di mezzo le ere storiche. Ma quale dei due è più vicino alla verità? Come non sono gli spiriti a mandare il sogno, così, d’altra parte, non si può dire nemmeno che sia l’io a sognare.”

(Minima moralia, Einaudi 20054, p. 227).

Una lapidaria sentenza apre l’incompiuto Beethoven (Einaudi 2001): “Nella musica siamo come nel sogno […] veniamo strappati dalla corrente della musica per andare Dio sa dove… forse è qui l’affinità della musica con la morte”. Diversi i punti di congiunzione fra mondo onirico, musica e morte nella speculazione di Adorno: i sogni sono come un fiume sotterraneo che, a tratti, riemerge. L’uomo-Adorno nei sogni si destreggia tra impegni mondani e peripezie erotiche, è spesso torturato o, a sua volta, torturatore: i sogni felici – sostiene il filosofo – si danno così poco come, secondo il detto di Schubert, la musica allegra. Il filo rosso è una costante autopersecuzione in cui Adorno sogna di essere crocifisso, mangiato, ghigliottinato. La vita diurna e quella notturna sono vasi comunicanti, molto più di quanto non appaia ad una superficiale occhiata, e forte è la tentazione di usare le chiavi interpretative che egli stesso fornisce.

Nel 1966 scrive nella Dialettica negativa: “Non è […] sbagliata la domanda meno culturale se dopo Auschwitz ci si possa lasciare vivere, se ciò in fondo sia lecito a chi è scampato per caso e di norma avrebbe dovuto essere ucciso. Per sopravvivere egli ha già bisogno della freddezza, il principio basilare della società borghese, senza cui Auschwitz non sarebbe stato possibile: questa è la colpa drastica di chi è stato risparmiato. Per espiazione lo visitano sogni come quello di non vivere più, ma di essere stato ucciso nelle camere a gas nel 1944 e di vivere da allora l’intera esistenza solo nell’immaginario, emanazione del folle desiderio di un assassino vent’anni or sono», (trad. di M. Ranchetti). Nel novembre 1942 Adorno aveva sognato di riuscire a scappare dalla metropolitana, e annotava nel Traumprotokoll: “Non potevo […] rallegrarmi del colpo di fortuna. Avevo la sensazione che avessimo fatto qualcosa di proibito, perché ci eravamo messi in salvo attraverso l’uscita sbagliata […] e per tutta la durata del sogno mi aspettavo la punizione che per questo doveva colpirci”.

Questi racconti del cuscino non sono dunque soltanto un divertissement: l’intellettuale, che ha voluto che fossero pubblicati dopo la sua morte, li considerava a pieno titolo una sua opera, tanto che alcune intuizioni nate nel sonno confluiscono direttamente nei Minima Moralia, che per la forma rapsodica sembrano il contraltare dei Sogni. Il fine resta comunque la loro mera registrazione, senza interpretazione. Il teorico di Francoforte non è mai stato in analisi, ma conosceva Freud, anche se la sua posizione è critica, perché – com’egli stesso scriveva – nella psicanalisi non c’è nient’altro di vero che le sue esagerazioni.

Il libro è anche una teoria di persone, conosciute (Gretel, la moglie, Max Horkheimer, Alban Berg, Karl Kraus) o anonime, che si muovono in un teatro d’ombre. Leggerlo è come dare una sbirciata dietro le quinte di un palcoscenico, gesto che non garantisce una migliore, ma certamente una diversa comprensione dello spettacolo. C’è una circolarità, un perenne ritorno, in forme nuove, di immagini e situazioni già viste: la fantasmagoria si snoda come le figure replicanti di Escher o, più spesso, come i minuscoli cammei crudeli di Bosch.

L’Indice dei libri del mese, anno XXV, n. 6, giugno 2008, p. 20

Stravinskij e il suo doppio Craft

Igor’ Stravinskij – Robert Craft

Ricordi e commenti.

Trad. di Franco Salvatorelli,

Milano, Adelphi 2008, pp. 414, € 36

Il nuovo Ricordi e commenti (Adelphi) composto da Robert Craft, direttore d’orchestra, suo interprete e assistente, si pone ad integrazione dei volumi simili, ma non identici, usciti in passato (Colloqui con Strawinsky, Einaudi, Cronache della mia vita, SE). Egli ha vissuto per ventitré anni con il compositore raccogliendo il materiale che compendia le sue quattro vite: russa, svizzera, francese e statunitense. Non è chiaro dove inizi Stravinskij e dove finisca Craft, ma l’osmosi è comunque riuscitissima. Nonostante la mole che può intimorire, il libro si legge d’un fiato: perché Stravinskij è un incantatore di serpenti, evocatore di storie come i vecchi di fronte al fuoco.

Nel primo capitolo, il più affascinante, imbastisce il racconto dell’infanzia russa, non priva di echi proustiani, dominata dalla figura favolosa di Ciajkovskij. L’uomo Stravinskij, lontanissimo dallo stereotipo, a tratti commuove; il suo però è anche un travestimento: mefistofelico, camaleontico. Lo scopriamo fine conoscitore d’arte, lettore di Musil e Vaughan, uomo mondano e allo stesso tempo schivo. Una teoria di situazioni e personaggi, a volte solo fugaci comparse, vengono tratteggiati con incisività: Rimskij-Korsakov, Picasso e Balla, Skriabin e Prokofiev, Rachmaninov, Strauss, Reger e Debussy, e ancora Fokin, Djagilev, Nijinskij, Auden e Cocteau, D’Annunzio, Proust, Gide e T. S. Eliot. Gustosi “dietro le quinte”: «musique concrète erano i telefoni di Pietroburgo, mi ispirarono le battute iniziali del secondo atto del Rossignol».

Il Giornale della Musica, n. 249, giugno 2008, p. 33  (pdf)

Lo scrigno del giovane Brahms

Johannes Brahms

Album letterario o lo scrigno del giovane Kreisler

A cura di Artemio Focher, pp. 207, € 16, EDT 2007

Quattro quaderni, uno dei quali intitolato Lo scrigno del giovane Kreisler, riposarono per una cinquantina d’anni finché non furono dati alla stampa nel 1908, a cura di Carl Krebs. Ora l’album letterario viene reso disponibile nell’edizione di Artemio Focher, contraddistinta dal rigore al quale lo studioso ci aveva già abituati con le traduzioni e curatele di classici della letteratura beethoveniana (Breuning, Grillparzer, Wegeler e Ries). Focher, docente di letteratura tedesca alla Facoltà di Musicologia di Cremona, rintraccia (quando possibile) il testo originale, integra e rettifica Krebs, costituendo un utile apparato critico. Lodevole la pubblicazione di un’opera poco diffusa, che non ha conosciuto traduzioni, fino a quella inglese del 2003 (Pendragon Press, Hillsdale NY).

Sembra cucita addosso a Brahms, lettore appassionato fin da giovanissimo, la massima di Erasmo da Rotterdam: «Quando ho un po’ di denaro compro libri, e se avanzano soldi, cibo e vestiti». Sorprende la sua voracità culturale, attribuita al desiderio mai sopito di colmare le lacune dell’incerta educazione ricevuta, quasi obbedendo all’esortazione, anonima, che registra nel florilegio: «Metti per iscritto tutto ciò che senti essere divenuto vero in te, foss’anche solo una reminiscenza».

Unica prova scrittoria che si conserva (oltre a qualche lettera), l’antologia raccoglie le frequentazioni letterarie risalenti agli anni 1853-54. Le citazioni, seguendo l’ordine delle letture, sono riunite in modo casuale: per scrittore o per argomenti, alcune epigrammatiche, altre estese.

Brahms accorda la sua preferenza alle liriche di poeti minori, spesso intonate nei Lied: soltanto più tardi farà l’incontro con lo Shicksalslied (Canto del destino) di Hölderlin e con la goethiana Harzreise im Winter (Viaggio d’inverno nello Harz). Tra musicisti, poeti, filosofi, politici, pedagogisti, l’eclettismo erudito di queste letture è la testimonianza di vasti interessi culturali.

Le citazioni racchiuse nello Scrigno sono principalmente di autori romantici e preromantici: vera e propria “antologia palatina” di un’epoca. Ricorrono poi letture comuni fra i musicisti: il contatto tra Brahms e Beethoven risiedeva nell’attenzione prestata a Schiller, Klopstock e Goethe, mentre condivideva con Schumann la predilezione per Jean Paul e con Schubert e Mahler l’interesse per Friedrich Rückert. Tra gli autori più presenti appaiono Novalis, Lessing, i fratelli Brentano (Bettina e Clemens), Chamisso, Eichendorff, Wackenroder, Uhland, in aggiunta ad altri letti in traduzione, tra cui Cicerone, Dante, Tasso, Shakespeare, Diderot e Byron.

Lo Schatzkästlein è solo parzialmente specchio degli interessi di Brahms perché, come ritiene Kurt Hofmann (Die Bibliothek von Johannes Brahms), egli riportava principalmente stralci di opere che non possedeva. Questo spiega l’assenza di E. Th. A. Hoffmann (la cui importanza s’intuisce fin dal rimando del titolo al giovane Kapellmeister Kreisler del titolo) e della Bibbia, letture che lo accompagnarono per tutto il corso della vita.

L’album cela un autoritratto: il compositore si specchia negli autori che trascrive, ed essi riflettono, a loro volta, la figura di chi li ha scelti, a maggior ragione perché spesso i testi sono interpolati con apporti personali. Brahms è sensibilissimo alle problematiche religiose e morali; tuttavia il tono generale delle citazioni, con i continui richiami a una vita morigerata, non è del tutto alieno da una certa retorica Prontuario poetico per lenire i dolori dell’anima, lo Scrigno affianca a questa funzione autoconsolatoria l’immagine di un uomo ideale al quale Brahms sembra continuamente tendere.

Niente è stato più frequentemente colorito dai biografi del temperamento malinconico dell’inventore del motto F.A.E., acronimo di Frei aber Einsam (“libero ma solo”; tradotto in note musicali significa fa-la-mi, ed è il titolo della Sonata omonima per violino e pianoforte) coniato per l’amico violinista Joseph Joachim, ben s’addice anche a Brahms, perché questi appunti svelano un rapporto tutt’altro che sereno con la solitudine.

«Viviamo nell’era dei musicisti scrittori. Invece Brahms non scrive», osserva Philipp Spitta nel 1892, intendendo dire che egli non amava diffondersi sulle sue composizioni. Nell’album troviamo una conferma: i passi di argomento musicale sono presenti in misura inferiore agli altri e spesso inseriti − osserva Focher − in un contesto poetico-letterario (come nel frammento 241: «Anche lontano dal mare la conchiglia echeggia del mugghiare delle onde, e così anche all’autentico musicista, pur lontano dalle onde del suono, risuona il suo intimo come musica»). Gli scritti di estetica sono comunque testimoni di un’attenzione particolare per il compito spettante all’artista, quasi un imperativo categorico: «Anelate a un’unica cosa: conciliare l’arte con la vita! Realtà ed ideale mai più incedano separati» (Collin).

Il consiglio è di eleggere lo Scrigno a livre de chevet, giacché, con la sua natura frammentaria, si presta agevolmente a una lettura discontinua, inseguendo magari il fil rouge di una tematica o di un autore prediletto.

L’Indice dei libri del mese, anno XXV, n. 5, maggio 2008, p. 34

(anche su ibs.it)

Scuole in musica

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Piazza Vittorio Veneto, Torino: l’esibizione dell’Istituto Comprensivo “Antonio Vassallo”, Boves (CN)

Si è tenuta a Torino la II edizione di “Scuole in Musica” che ha registrato un’entusiasta partecipazione di giovani (1500 studenti, per un totale di 36 scuole) e docenti, un grande afflusso di pubblico e autorità: erano presenti i Direttori Generali di Uffici Scolastici Regionali e i Referenti Regionali per la musica di diverse Regioni italiane; la manifestazione è stata fortemente voluta dall’ente organizzatore: il Ministero della Pubblica Istruzione, Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte, con il patrocinio di molti sponsor.

L’On. Luigi Berlinguer, Presidente del Comitato Nazionale per l’apprendimento pratico della musica, non ha voluto mancare all’appuntamento, sottolineando a più riprese il valore formativo del far musica insieme come elemento centrale per la formazione dell’individuo, come fattore di aggregazione e preludio alla convivenza armonica.

34 gruppi musicali si sono esibiti in innumerevoli piazze e vie del centro cittadino in miniconcerti auto-gestiti che spaziavano dal rock alla musica occitana al blues e al jazz, dalla musica rinascimentale a quella popolare. Molteplici le compagini musicali; impossibile nominarle tutte: dal numeroso gruppo vocale e strumentale del Liceo Classico “Cavour” di Torino (75 elementi) che si è esibito in Piazza Palazzo di Città, ai 60 componenti dell’Istituto Comprensivo “Vassallo” di Boves (CN) che hanno cantato e suonato in Piazza Vittorio Veneto proponendo musica popolare, fino ai 100 cantori del coro di voci bianche dell’Istituto Comprensivo “Tommaseo” (direzione didattica “D’Azeglio”) ai quali è stata riservata il prestigioso spazio della Galleria San Federico.

Grazie alla massiccia adesione all’iniziativa, ogni provincia piemontese ha avuto la sua rappresentanza: da Cuneo (Istituto Tecnico Commerciale “Monelli”) a Verbania (Scuola Media “Ranzoni” e l’Istituto Comprensivo “Rebora” di Stresa), da Pray Biellese a Tortona e Arquata Scrivia (AL), passando per San Damiano d’Asti (Scuole Media “Alfieri”) e Vercelli (Istituto Comprensivo “Ferrari”) ma anche Novara (Liceo Classico “Carlo Alberto”), senza dimenticare la folta presenza di scuole della provincia di Torino (Volpiano, Caselle Torinese, Torre Pellicce, Pino Torinese, Oulx, Bussoleno, Chivasso, Pinerolo, Cuorgnè,).

L’evento, che fa parte del Piano per il benessere dello studente promosso dal Ministero della Pubblica Istruzione si è svolto in sinergia con gli atleti di “Euritmica”, che parteciperanno ai XXIV Campionati d’Europa di Ginnastica Ritmica, a Torino, dal 5 al 7 giugno prossimo, al Palasport Olimpico.

L’appuntamento finale, in Piazza San Carlo, ha visto protagonisti sia i giovani musicisti, sia gli atleti che hanno accompagnato con esibizioni artistiche un maxiconcerto, al quale ha partecipato l’Orchestra della Fondazione CRT.

Archivio del Ministero della Pubblica Istruzione

Prestissimo e senza confini: una chiacchierata con Marco Rizzi

Marco Rizzi
Il 2008 comincia bene per il violinista Marco Rizzi: alla sua intensa attività concertistica si affiancano nuovi impegni didattici all’estero, comel’incarico presso la prestigiosa Escuela Superior de Musica Reina Sofia di Madrid. Siamo andati ad intervistarlo. Partiamo dall’inizio: perché la scelta del doppio diploma?

Dopo il diploma al Conservatorio di Milano e gli studi condotti all’Accademia Stauffer di Cremona, ho conosciuto Wiktor Liberman e ho deciso di andare a studiare con lui ad Utrecht: cercavo un confronto e sentivo l’esigenza di perfezionarmi all’estero, un certo peso ha avuto il fatto che questa città è di piccole dimensioni, molto vicina ad Amsterdam e al Concertgebouw, anche se è stata principalmente la validità artistica del mio maestro che mi ha convinto a tentar la carta dell’espatrio.

Quali sono le differenze che ha rilevato nell’insegnamento e nel mondo musicale olandese?

I programmi di studio stranieri offrono un ventaglio di proposte più ampio che in Italia: ad esempio si può scegliere di specializzarsi in musica da camera o di diventare professori d’orchestra, e ci sono classi d’insegnamento dedicate a questo scopo. Preparano anche dal punto di vista pratico, ti spiegano come si scrive un curriculum, come si fa un contratto e tutto è concepito nell’ottica di una solida professionalità. Ciò è possibile perché esiste un ponte di collegamento fra l’attività didattica e l’impiego: si formano musicisti, ma si creano anche posti di lavoro.

Dopo i premi vinti (Indianapolis, Queen Elizabethe Čaikovskij) com’è cambiata la sua carriera?

Credo che i concorsi siano stati importanti, anche se sono solo un gradino in un percorso che si può costruire in modi diversi: è stato fondamentale esser stato per quattro anni violino di spalla nell’Orchestra dei Giovani dell’Unione Europea (Euyo), e poi contano le incisioni, la formazione che dà la musica da camera, la stima di artisti famosi, e il rapporto di fiducia che s’instaura con i direttori d’orchestra…

Cosa l’ha portata alla decisione di affiancare l’insegnamento, alla professione già di per sé impegnativa di solista?

Una delle ragioni è l’ottimo rapporto che avuto con i miei tre principali maestri Giuseppe Magnani, Accardo e Liber­man, e poi insegnare mi è sempre riuscito facile. La didattica è come l’elisir di lunga vita: evita di concentrarsi troppo su se stessi, e una controparte con cui confrontarsi è indispensabile… gli allievi regalano molto dal punto di vista umano e musicale, inducono a riflettere sul proprio lavoro e aiutano a rimanere freschi e propositivi nella musica che si fa…

Lei tiene masterclass ai Rencontres Musicales Internationales di Enghien (Belgio) e all’Accademia Perosi di Biella, insegna alla HochschulefürMusik di Detmold (Germania) e ora anche alla Escuela Superior de Musica Reina Sofia di Madrid. Quali sono le peculiarità di queste istituzioni?

L’Accademia Perosi è un buon esempio di realtà didattica italiana che va nella direzione giusta, lavorano bene, con serietà e passione. Le difficoltà oggettive che incontrano però credo stiano nel retroterra culturale del Paese, siano cioè più imputabili alla situazione generale della musica in Italia, che ad una precisa istituzione… Nelle due scuole in cui insegno all’estero, ho un punto di vista privilegiato, le trovo ottime dal punto di vista dei programmi, degli scambi internazionali, dei servizi offerti, come l’attrezzatura tecnologica: si registrano tutte le lezioni, e al Reina Sofia realizzano anche il podcast, anche se questa è una scuola privata, una realtà a sé… Non sono completamente esterofilo e non credo che altrove ci sia il migliore dei mondi possibili, ma è vero che in Italia ci sono sicuramente dei problemi, in primo luogo occupazionali. Va detto che l’età media in cui all’estero si ottiene un posto in orchestra è sui 25 anni e che un conto è poter contare sull’esistenza di duecento/trecento orchestre come in Germania, un altro sulle venti o trenta italiane!

Che cosa occorre per insegnare all’estero?

In Germania è richiesta innanzitutto la conoscenza del tedesco, il sistema di reclutamento dei maestri nelle Hochschule (che dipendono dalle regioni) avviene tramite bando pubblico. Una commissione, autonoma nei suoi poteri, ascolta un’esibizione del candidato, che sostiene poi due prove d’insegnamento e un colloquio. In seguito c’è la selezione e la redazione della lista dei tre migliori, che viene sottoposta all’approvazione del Ministero della Cultura e dopo s’instaura una contrattazione col vincitore; il sistema è validissimo perché il fine è avere nel proprio organico i migliori insegnanti in circolazione, che le scuole si contengono. A Madrid è stato più semplice: mi hanno chiamato loro e ho dovuto sostenere tre lezioni di prova prima di essere assunto.

Quali suggerimenti darerebbe a uno studente di Conservatorio italiano?

Consiglierei di continuare a studiare, ma di muoversi per tempo, senza aspettare il diploma o il biennio specialistico… perché il mondo della musica, di cui anche l’Italia fa parte, ma in misura minore, si muove molto velocemente, per cui siamo noi a doverci adattare ai ritmi degli altri. Bisogna tenersi informati, andare ai concerti, cercare di immaginarsi qualsiasi scenario, europeo o extraeuropeo. Dall’ottavo anno in poi è importante frequentare le master classes, conoscere diversi insegnanti, cercando quello che potrebbe seguirci in futuro. Il periodo che intercorre fra il diploma e il posto in orchestra è fatto di anni irripetibili, lo dico sempre ai miei studenti: non avrete mai più tanto tempo a vostra disposizione per studiare e dovete cogliere quest’opportunità!