Chopin visto dai suoi allievi raccontato da Eigeldinger

coverJean-Jacques Eigeldinger,

Chopin visto dai suoi allievi.

A cura di Costantino Mastroprimiano, trad. di Enrico Maria Polimanti,

Casa Editrice L’Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma 2010, pp. 432, € 40

Eigeldinger, professore emerito all’Università di Ginevra, intreccia una miriade di testimonianze su Chopin lasciando la parola ai testi: presenta al lettore le fonti in modo rigorosamente filologico e ampiamente annotate, in una buona traduzione italiana aggiornata rispetto all’ultima edizione francese.

Il profilo di Chopin pianista e didatta emerge a 360°, lontano da tanti – alcuni consolidati – stereotipi, come quello che lo avrebbe voluto anche negli anni parigini un maestro riluttante. Dalla bocca dei suoi allievi (di cui qui vi è un repertorio) e di chi lo conobbe, nella prima parte del testo si dipanano la sua tecnica e il suo stile pianistico, bilanciata nella seconda parte da due annessi dettagliatissimi che esaminano gli esemplari annotati dagli allievi e le loro diteggiature. L’interpretazione delle opere è quella che Chopin (laconicamente) offrì dei suoi stessi lavori, più narrativa è invece la sezione dedicata a Chopin visto da chi l’ha ascoltato.

L’autore ha voluto «avvicinarsi il più possibile alle intenzioni di Chopin studiando le sue idee sull’arte e sulla didattica del pianoforte, oltre che del contesto musicale ed estetico in cui s’inseriscono». Ci è riuscito egregiamente.

Giornale della Musica 292, maggio 2012, p. 29

La Nona di Beethoven di Harvey Sachs

Nona

Harvey Sachs,

La Nona di Beethoven,

Milano, Garzanti 2011, pp. 281, € 22

Scrivere un libro sulla Nona Sinfonia di Beethoven significa confrontarsi con una letteratura torrenziale. Basti tener presenti due lavori in inglese che precedono questo (e che andrebbero tradotti): Esteban Buch, Beethoven’s Ninth. A Political History (trad. ingl. 2003) e l’opera di David B. Levy (Yale U. Press, rev. ed. 2003).

Qual è il proposito di Sachs? Analizzare il contesto in cui nacque, dare un’interpretazione del significato storico della Nona e della sua recezione coeva, legare la sinfonia a creazioni di artisti come Byron, Puškin, Delacroix, Heine, nate intorno al 1824, il cui nocciolo sarebbe «la ricerca della libertà». Opere i cui punti di contatto, all’epoca, sarebbero sembrati inconsistenti o inesistenti, ma i cui legami, visti dalla prospettiva odierna sembrerebbero – all’autore – fin troppo evidenti.

Il testo è opera di un appassionato ascoltatore/interprete che qua e là fornisce impressioni personali convincenti, tuttavia lascia perplessi una lettura lacunosa dei capisaldi della ricerca (non c’è traccia ad es. di Dahlhaus o Tovey) e la citazione talvolta di seconda o terza mano delle fonti, come l’«Allgemeine musikalische Zeitung» (che si trova digitalizzata online) o i Quaderni di conversazione.

Il Giornale della Musica, 292, maggio 2012, p. 29

Leggi anche:

Lewis Lockwood’s reviewNineteenth-Century Music Review, Volume 8, Issue 01, June 2011, pp. 139-143 (necessario il log-in attraverso un’istituzione che fornisca accesso al periodico).

Attenti a quei due: l’epistolario Nono-Mila

Massimo Mila e Luigi Nono,

Nulla di oscuro tra di noi. Lettere 1952-1988

A cura di Angela Ida De Benedictis e Veniero Rizzardi
Il Saggiatore, Milano 2010, pp. 365, € 22

Il carteggio ben testimonia la «reciproca, lunga, per nulla ovvia» amicizia intellettuale che legò Mila a Nono, svelando due personalità di fatto appartenenti a generazioni diverse, che si pongono nei confronti dell’avanguardia musicale europea in modi molto differenti. La corrispondenza prende avvio negli anni ’50 e si trasforma in amicizia un decennio più tardi; sia nelle lettere sia nella visione del mondo, sembra esserci una complementarietà tra i due, anche a livello stilistico: misurato quello di Mila, fuori dalle righe quello di Nono (e a volte sono tirate al vetriolo). Più dei risvolti privati, si legge la storia di un’epoca politica e culturale e in ciò risiede il suo interesse, non solo per chi s’interessa di musica.
Il volume è tripartito: la seconda parte è poi occupata da una selezione di lettere tra Nono, Einaudi e Mila, il quale nella casa editrice svolgeva un ruolo «tanto informale, quanto influente» (integrano le Lettere editoriali del critico musicale uscite come strenna nel 2010); la terza è costituita dagli scritti di Mila sul compositore. L’accuratezza della concezione generale e l’eccellente apparato critico rendono fluida e piacevole la lettura dei documenti che provengono dall’Archivio Luigi Nono di Venezia, dalla Paul Sacher Stiftung di Basilea e dagli archivi Einaudi.

Il Giornale della Musica, 291, aprile 2011, p. 29

Charles Rosen, Le forme sonata

9788860406682Charles Rosen, Le forme sonata,

Torino, EDT 2011 (ed. orig. 19882),

trad. it. R. Bianchini – E.M. Ferrando, pp. 450, € 25

Mancava in Italia l’edizione del classico Le forme sonata ampliata e riveduta dall’autore.

Il concetto di forma-sonata, nato tra il 1826 e il 1848, era una «generalizzazione delle prassi compositive beethoveniane anteriori al 1812» con carattere normativo: indicava ai compositori principalmente l’ordine e il carattere dei temi.

I limiti del modello, non concepito per l’analisi, sono noti. Ma, poiché quella forma del tardo Settecento fu realizzata dai singoli compositori in modi così diversi che le deviazioni dalla norma minano il senso della norma stessa, Rosen non s’affida al numero e alla posizione dei temi, né alla struttura tematica, certamente importanti, ma per spiegarla ricorre alla funzione degli elementi musicali.

Per Rosen l’evoluzione delle forme sonata non è quella «di un singolo modello binario in una singola forma» (e di qui il titolo al plurale), ma una tecnica che ha creato «un tessuto nuovo e una nuova articolazione» in forme musicali come l’ouverture, il concerto, il rondò, il minuetto e l’aria, le quali si sono evolute parallelamente. Oltre agli elementi costitutivi delle forme “classiche”, motivo e funzione, esposizione, sviluppo, ripresa, è qui aggiunto un capitolo sulle code. Mirabili i capitoli conclusivi “Beethoven e Schubert” e “dopo Beethoven”.

Il Giornale della Musica, 291, aprile 2012, p.  29

Menuhin apollineo e zen (“Musica e vita interiore”)

menuhinYehudi Menuhin,

Musica e vita interiore,

prefazione di Moni Ovadia,

Palermo, rueBallu Edizioni 2010, pp. 141, € 16.

Negli anni ’70 venne girato nello stile dell’epoca un documentario su Arthur Rubinstein: il pianista accoglieva il giornalista nel salotto di casa conversando amabilmente sulla propria vita.

Allo stesso modo Yehudi Menuhin si comporta in questo libro, formato da testi di diversa natura: discorsi pronunciati in varie occasioni, interviste, prefazioni a libri altrui. Dell’interprete apollineo dal profilo statuario si scopre il lato nascosto: il violinista dalla vita avventurosa che ebbe per maestro Enescu, per il quale hanno scritto Frank Martin, Bartók e Bloch, che ha avuto per numi tutelari Constantin Brunner e Pierre Bertaux.

L’uomo di cultura che sa parlare della musica e del silenzio, della meditazione e della didattica musicale, dell’Om e dell’Ecclesiaste, dei viaggi in India (celebre la sua amicizia con lo yogi B. K. S. Iyengar), del libro Lo zen e il tiro con l’arco, citando Hölderlin, Yeats, Shakespeare. È un piacere ascoltarlo. Non molti musicisti eccezionalmente dotati hanno anche il dono di una scrittura così lieve. Come in passato la scelta di rueBallu di pubblicare questo titolo, che fa parte della collana “hommes extraordinaires”, appare davvero azzeccata.

Il Giornale della Musica, 288, gennaio 2012, p. 25