Teatro Regio Torino Il Trovatore 10 Ottobre 2018 – 23 Ottobre 2018
Messa insieme in fretta (come noto il titolo di apertura avrebbe dovuto essere Siberia di Umberto Giordano), Trovatore recupera l’allestimento del Teatro Comunale di Bologna con la regia dello scozzese Paul Curran, allestimento che già in Emilia Romagna aveva sollevato qualche perplessità.
Da ventun’anni il Ravenna Festival organizza le Vie dell’amicizia, ponte di fratellanza attraverso l’arte e la cultura, voluto da Riccardo Muti, quest’anno approdato a Kiev. Nello spirito che anima il progetto e a testimonianza dell’universalità del linguaggio musicale, siedono affianco musicisti e coristi della città meta del viaggio: l’Orchestra Giovanile Cherubini incontra i solisti, il Coro e l’Orchestra di Ucraina. Intorno alle Vie dell’amicizia il Ravenna Festival costruisce un articolato programma volto ad approfondire la produzione del compositore ucraino Valentin Silvestrov.
Silvestrov è un destabilizzatore. Compie un percorso comune ad altri artisti della sua epoca e della sua provenienza geografica: sul piano artistico negli anni Sessanta aderisce all’avanguardia, ma subito l’abbandona (similmente ad Arvo Pärt) per cercare una via autonoma; sul piano politico, viene perseguitato, e come il celebre scrittore Iosif Brodskij, viene accusato di parassitismo sociale, anche se – a differenza di quest’ultimo – non emigra.
Silvia Lelli
A metà degli anni Settanta, in concomitanza con le sue nuove scelte estetiche, è tacciato dai colleghi di tradimento dell’avanguardia. Il ciclo vocale Silent Song (1974-77) segna l’inizio della nuova fase, col ritorno alla melodia che, in quegli anni, suonava come un gesto di rottura. I Songs determinano una delle nuove strategie compositive che diverranno peculiari in Silvestrov: opere incentrate sì, sulla melodia, ma che sono anche e soprattutto “metamusica”, in cui sempre rintracciamo echi, composti e nuovamente risonanti, di Mozart, Schubert, Mahler, Ciajkovskij. Una musica che volutamente riecheggia il passato, il quale suona però trasfigurato e come “ricolato in un nuovo stampo”. È la tradizione filtrata attraverso le orecchie dei contemporanei, il passato che parla una lingua nuova.
Primo appuntamento (2 luglio 2018) con le sorelle Gazzana (violino e pianoforte), affiatato duo interprete d’elezione del compositore: il concerto nella splendida Sala del Refettorio del Museo nazionale ben evidenzia il gioco di specchi, prima l’Hommage à Johann Sebastian Bach (violino e piano), ispirato alla Seconda Partita, seguito dall’originale per violino solo. […]
Anche Der Bote (pianoforte solo), la cui ispirazione è Mozart, è particolarmente significativo: i suoni ci arrivano ovattati, di lontano, il piano è completamente chiuso. Trovato uno spunto musicale, qualcosa che è l’accenno di un tema, è come se Silvestrov rimanesse in quieta osservazione. Sì, ricorda qualcos’altro, ma non appena ti pare d’intuire cosa, lo spunto viene nuovamente formulato, per tornare in una forma nuova.
Il “motivo”, o “seme”, come lo chiama il compositore, privo di un vero sviluppo, si rifrange come in un caleidoscopio. In questo potente sistema di “sospensione”, la mente è tentata da molte domande: quali significati assumono oggi i ricordi musicali di ieri? Che immagine permane nella memoria, quando la musica sparisce? Muovendo i primi passi in quest’universo non è chiaro dove si vada, ma alla fine tutto si ricompone. È un sasso lanciato in un lago che genera cerchi concentrici con lentezza e regolarità. C’è, oltre alla melodia, il piacere del suono: a partire da un “seme” (uno spunto, una semifrase, meno di un tema) risuonano concatenazioni armoniche incantatorie; ciò è soprattutto vero quando Silvestrov tratta la scrittura corale, giocando con l’acustica del luogo nel quale i suoi brani sono eseguiti, ad esempio nella Cantata n. 4 per soprano, pianoforte e orchestra d’archi, nata nella cattedrale della Dormizione del monastero delle grotte di Kiev, interpretata nell’incanto di Sant’Apollinare in Classe con grazia e intensità da Kseniia Bakhritdinova, diretta da Mykola Diadiura, insieme agli elementi dell’Orchestra dell’Opera ucraina e Anastasiya Titovych al pianoforte.
L’incontro col compositore (3 luglio), in dialogo con Constantin Sigov, svela i cardini della sua poetica, ma non solo. Con le sue parole Silvestrov arricchisce il significato delle Vie dell’amicizia, riflettendo sulle parole che aprono il Lincoln Portrait di Copland – eseguito a Kiev e Ravenna – e facendole proprie. (E, in un circolo virtuoso, le Vie si sono concluse in Sant’Apollinare in Classe con l’abbraccio di Muti al collega).
L’uomo è vulnerabile di fronte alla storia, la sua voce è l’unico strumento che può essere contrapposto alla barbarie: anche in mezzo alla miseria della guerra, voci – forse flebili, talvolta inascoltate – sono tutto ciò che resta.
Così Silvestrov, provocato da una mia domanda, ha definito sorridendo la sua opera:
un sommesso ultimatum.
Con un monito: può darsi che questa voce sia così lieve che nessuno la ascolti; ma, a chi presti orecchio, e la prenda sul serio, potrà suonare come un mantra o una rivelazione.
Arduo sarebbe comparare l’esperienza vissuta allo Stresa Festival, il 25 e 26 luglio scorsi (2017). Da Stresa si prende il lago su un battello, appositamente destinato agli ascoltatori, alla volta di Leggiuno, dove si raggiunge l’eremo di Santa Caterina del Sasso: una meraviglia addossata dal XII secolo alla roccia, dove l’uomo sembra aver strappato alla natura quiete, riposo, raccoglimento dello spirito.
Non a caso i concerti che si tengono lassù dal 1999 si chiamano “meditazioni in musica”. Le mura dell’eremo hanno accolto in questi anni la musica di alcuni interpreti di rilievo come David Geringas, Enrico Dindo, Colin Carr, Jan Vogler, Mario Brunello, Miklós Perényi. La formula è semplice: tutti sono chiamati a misurarsi con le Suite di Bach; sempre all’eremo. (Affianco alle due serate evergreen il Van Kuijk Quartet, vincitore del Concorso Wigmore Hall 2015, è chiamato la sera del 27 luglio a esibirsi nella romanica chiesa vecchia di Belgirate, sempre nell’ambito delle meditazioni in musica). Quest’anno la scelta è ricaduta sul talentuoso Maximilian Hornung il quale ha già fatto incetta del celebre ECHO Klassik-Preis con l’incisione del concerto di Dvořák – qui il recensore paludato aggiungerebbe che Hornung è classe 1986, ma sono convinta che a saper fare qualcosa in modo eccellente l’età conti poco – oltre che primo premio al concorso ARD nel lontano 2007.
Salpati dall’attracco di Stresa è comunque difficile trattenere lo stupore per tanta bellezza: ci si inerpica su una scala scavata nella roccia e si approda al luogo del raccoglimento, a picco sul lago. L’umidità ci è amica e, nonostante il caldo, lo strumento di Hornung reagisce magnificamente alle condizioni microclimatiche dell’eremo. Per ragioni pratiche Hornung sceglie di ripartire le Suite partendo dalla prima, facendo seguire quarta, intervallo, e sesta nella prima serata; la terza, la seconda e la sesta lasciandole alla seconda serata. Suona a memoria nella prima parte del concerto; con la partitura nella seconda parte (scopriremo con un certo stupore poi che la sesta Suite è per lui e per noi questa sera la prima esecuzione in pubblico).
Le Suite per violoncello sono lette senza retorica, e suonano – con un gusto tutto speciale per il ritmo – più barocche che mai.
La forza di Hornung sta nel saper rendere nuova una partitura molto celebre, fornendo un’interpretazione convincente. Cantabilissima la quarta, in mi bemolle maggiore, impervia la sesta, destinata a un violoncello piccolo, suonata qui da Hornung su uno strumento normale. Si starebbe ad ascoltarlo non solo per due serate, ma ancora e ancora, senza un momento di deconcentrazione, senza stancarsi. Ogni tanto capita che questo giovane uomo tedesco si trasfiguri, davvero con un rapimento quasi mistico, che ricorda lo sguardo fisso sul traguardo di un maratoneta alla partenza, oltre se stesso, oltre la musica.
Con Mysterium Scriabin si auspicava la totale, sinestestica unione spirituale degli spettatori alle pendici dell’Himalaya. Se avesse visto l’eremo di Santa Caterina, e ascoltato Hornung , Scriabin avrebbe intuito che non c’è posto migliore di Leggiuno per trovare la comunione spirituale in musica.
Foto: Alberto Calcinai, Uccidiamo il chiaro di luna
Ravenna si è innamorata del futurismo, quest’anno.
E ha cominciato al Teatro Alighieri giovedì 1° giugno con un sostanzioso spettacolo intitolato “Uccidiamo il chiaro di luna”. Il secondo capitolo andrà in scena il 21 giugno prossimo con la Vittoria sul sole (1913) opera di Krucenych, con scene e costumi di Malevic, opera ricostruita dal Museo Russo di San Pietroburgo, in occasione del centenario, e andata in scena solo alla Fondazione Louis Vuitton a Parigi prima di approdare a Ravenna.
L’eccellenza del festival di Salisburgo è basata, sul versante musicale, su alcuni pilastri: i grandi interpreti e gli astri nascenti (il Nestlé and Salzburg Festival Young Conductors Award vinto quest’anno dall’uzbeko Aziz Shokhakimov), le prime esecuzioni assolute di musica contemporanea (il cui interesse sembra catalizzare qui l’attenzione di spettatori meno di “nicchia” che altrove), le sempreverdi opere di Mozart e le matinée, la musica da camera interpretata da star come Yuja Wang e Matthias Goerne.
Squadra che vince non si cambia, e dunque la presidentessa Helga Rabl-Stadler ha acconsentito di restare alla testa del festival fino al 2020 – anno in cui la manifestazione diventerà centenaria – mentre Markus Hinterhäuser, il nuovo direttore artistico, entrerà di fatto in carica il prossimo 1° ottobre. Oltre a ciò una sezione teatrale – con il perenneJedermann di Hofmannsthal inscenato nella quinta naturale dello splendido duomo di Salisburgo – ben impaginata da Sven-Eric Bechtolf, qui in veste di co-direttore (da due anni, insieme a Rabl-Stadler), ma anche regista delle tre opere mozartiane. Per non parlare del programma didattico, tra cui gli “Operncamp”, full immersion nell’opera per ragazzi.
L’impressione è che si lavori sodo tutto l’anno e che ogni cosa ruoti intorno a questo festival, affinché la città possa svelarsi d’estate in tutto il suo splendore. Valgano, a mo’ di esempio, la mostra dedicata ai due poeti protagonisti di Festspiele passati (Peter Handke) e presenti (Thomas Bernhard), allestita al Literaturarchiv, e quella intitolata Anti:modernal Museum der Moderne, che, pur essendo indipendente dal festival, si interroga sulla presunta anti-modernità di Salisburgo.
Il piatto forte del festival più chic del pianeta è spesso la contemporanea. Da sempre qui vengono offerte al pubblico alcune delle più belle opere mai viste: si ascoltò, ad esempio, lo splendido Dionysos di Wolfgang Rihm (qui la recensione); ben concepiti erano i focus su compositori viventi (i “Kontinente” che si dovevano all’ideazione di Hinterhäuser, il quale certo ha in serbo delle sorprese per l’anno prossimo nell’ambito della contemporanea). Qui si è visto qualcuno seguire con naturalezza partitura alla mano il Marteau sans maître, e Boulez attento ascoltatore tra il pubblico.
Quest’anno la prima esecuzione assoluta è la lussureggiante opera di Adès The Exterminating Angel, tratta dal celebre film di Buñuel del 1962, su libretto in inglese di Tom Cairns e dello stesso Adès (ne abbiamo parlato anche qui). Il festival di Salisburgo ha commissionato e co-prodotto The Exterminating Angel dimostrando di avere sensibilità e gusto nella scelta di quale opera contemporanea inscenare e nel comprendere perfettamente quale musica sa parlare al presente e al pubblico di oggi. Sorprende la capacità di Adès di apprendere dal passato per rifonderlo in un vocabolario personale (valga come esempio la riscrittura straniata della Toccata di Paradisi, il brano che dà il via all'”incantamento” dei presenti, incatenati dalle convenzioni sociali). Nel cast, vocalmente omogeneo, si distingue soprattutto per le arditezze vocali che la partitura richiede il soprano di coloratura Audrey Luna (Leticia). L’opera diretta dallo stesso compositore, molto fedele al film e, a tratti, persino più surreale dell’originale attraverso l’uso di proiezioni e soluzioni oniriche come una gabbia semovente a mezz’aria che racchiude i giovani amanti, si riascolterà al Covent Garden, alla Metropolitan Opera, New York e a Copenhagen.
Sul versante mozartiano la sfida è inscenare opere di repertorio facendole apparire mai due volte uguali a se stesse, sfida che – forse complice anche il Regie-Theater – riesce. In questa produzione il regista Sven-Eric Bechtolf maschera da diavolo l’incontrollabile Don Giovanni (Ildebrando D’Arcangelo), giocando evidentemente con la sua doppiezza. Il set è una grande hall di un hotel di lusso, un classico, grande scrigno di legno, il cui stile curiosamente potrebbe ricordare l’ambientazione dell’Angelo sterminatore. Quindi: champagne a fiumi, begli abiti moderni (disegnati da Marianne Glittenberg) e, se non sapessimo che Don Giovanni è nobile, si sarebbe tentati di dire che – un’altra volta – è la borghesia a metter in scena se stessa.
Le eleganti scene, disegnate da Rolf Glittenberg, sono perfettamente armonizzate ai costumi e alle sapienti, essenziali luci di Friedrich Rom. Il muscoloso D’Arcangelo, con una voce potente e bella tessitura, incarna perfettamente il latin lover Don Giovanni; del par suo è Luca Pisaroni, un Leporello vocalmente e attorialmente convincente, anche in senso comico. Il giovane tenore Paolo Fanale è un raffinato Don Ottavio, che dà il suo meglio in “Dalla sua pace”. Sfoggiando la sua forte personalità Carmela Remigio, come Donna Anna, è adatta al ruolo sotto tutti i punti di vista, physique du rôle che parimenti ha la splendida Valentina Naforniţa nelle vesti di Zerlina. Il direttore Alain Altinoglu, i Wiener e il coro della Filarmonica di Vienna hanno trovato insieme un’ideale sintonia dando vita a un Mozart preciso, ma anche pieno di vita, brillante.
Le serate liederistiche (Liederabende) hanno portato sul palcoscenico del Mozarteum l’insolito duo Yuja Wang – Matthias Goerne che aveva messo alla prova la brahmsiana Die schöne Magelone già lo scorso luglio al festival di Verbier. La storia d’amore della bella Magelone, tratta da un romance francese del XV secolo, dapprima fu tradotta in tedesco da Veit Warbeck (1535) venne poi voltata in prosa da Ludwig Tieck, che vi inserì diciotto poesie, quindici delle quali sono i Lieder musicati da Brahms. La serata salisburghese ha il pregio di contestualizzare l’opera di Brahms intrecciandola con la fiaba di Tieck, letta in questa occasione dall’attore berlinese Ulrich Matthes, che avevamo già avuto la fortuna di apprezzare nel bel progetto attorno alla Schöne Müllerindi Stefan Weiller. L’intervento della voce recitante assicura una migliore comprensione della vicenda che sottostà al ciclo liederistico, dando una maggiore coesione narrativa al ciclo (una formula riuscita che in Italia è stata adottata soltanto da Quirino Principe). Goerne è al massimo della sua forma e, come in altre occasioni, dà l’impressione di condurre gentilmente l’ascoltatore in un altro mondo; in una sorta di gioco di specchi e di rifrazioni, il massimo interprete schubertiano che oggi si conosca ha anche il pregio di mettere abilmente in luce quanto Brahms abbia appreso da Schubert, modello cui questo ciclo di Lieder è debitore. La sintonia Wang – Goerne è buona, anche se si ha l’impressione che il forte della Wang, al netto della tecnica esemplare e del suono cristallino, resti il concerto solistico con orchestra e non la musica da camera; il suono possente che talvolta trae dal pianoforte si confà a una grande sala, meno agli accenti intimistici che spesso richiede la musica cameristica.
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