Verdi nella terra di Shakespeare (Falstaff at the ROH)

Gatti e Carsen insieme per un nuovo “Falstaff” al Covent Garden

Carlo Bosi as Dr Caius, Lukas Jakobski as Pistol and Ambrogio Maestri as Falstaff
© Photo by Catherine Ashmore

In questo nuovo Falstaff coprodotto dalla Royal Opera House, the Canadian Opera Company e la Scala (dove sarà diretto nel 2013 da Harding, con cast in gran parte diverso) Daniele Gatti si conferma un direttore verdiano di grande interesse.

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Il Maggio Musicale apre la sua nuova casa a Firenze

teatro opera firenze

Evento irripetibile, l’inagurazione del nuovo Teatro dell’Opera di Firenze, una costruzione che si attendeva da oltre cinquant’anni, chiude egregiamente l’anno di celebrazioni del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Per una sera ci si lascia alle spalle sia le polemiche relative ai costi esosi del progetto, sia la causa tuttora in corso che sembrò a un certo punto minare la conclusione dei lavori.

Il gioiellino architettonico ideato dallo studio romano A.B.D.R., come forse non se n’erano ancora visti in Italia (anche considerando che l’auditorium di Ravello è ancora chiuso), dalla platea risuona di un’ottima acustica, morbida e calda, merito certo del legno di pero di cui è foderata la sala principale (l’unica già portata a termine). Tuttavia i loggionisti non saranno probabilmente soddisfatti poiché, a causa della loro progettazione, le due grandi alzate che costituiscono i palchi di primo e secondo ordine impediscono la visione reciproca con la platea. I curiosi non potranno dunque sbirciare socialite e mise delle dame fiorentine.

Il programma è quello classico delle inaugurazioni dove, si sa, la scelta è di norma ormai ristretta al classico Beethoven e a Mahler (Seconda Sinfonia), e qui si è prediletto il primo. Dopo i discorsi di rito, con un divertente fuori programma (Renzi ha consegnato la fascia da sindaco a Mehta per fargli tagliare il nastro), quel che conta è che l’orchestra qui si senta a casa: e lo si capisce fin dalla prima nota che risuona, dell’ouverture beethoveniana cosiddetta Leonore terza. Il risultato è un’ottimale coesione di tutte le sezioni e un bel suono. All’ouverture è accostato un brano, in prima esecuzione assoluta, commissionato dallo stesso Teatro del Maggio Musicale Fiorentino al poliedrico compositore fiorentino Sylvano Bussotti, intitolata Gegenliebe. L’espressione beethoveniana, ripresa dal lied Seufzer eines Ungeliebten und Gegenliebe sta qui a significare, come scrive lo stesso Bussotti, l’anelito a un sentimento corrisposto. E Gegenliebe è concepito come dialogo fra sonorità moderne e musica del passato, a cominciare dall’organico, un’orchestra di proporzioni beethoveniane, cui è aggiunta una nutrita sezione di percussioni, oltre al pianoforte in posizione centrale. Le citazioni musicali che affiorano (come quella del tema del Minuetto del Settimino op. 20), sono dunque rifusi e ripensati in un contesto musicale che fa ampio ricorso a sonorità ben distinte come il frullato dei fiati, il suono della celesta, o la presenza costante delle percussioni, ma sempre leggera.

Nella Nona Sinfonia, cast vocale di primo piano Iréne Theorin, Stella Grigorian, Michael Schade e Albert Dohmen, ottime voci, tra cui si distingue per chiarezza la Theorin. E’ stata una sinfonia equilibrata, di limpida chiarezza, anche se avremmo desiderato, specie nell’attacco dell’ultimo tempo, un po’ più di brio. Buona la prova del coro guidato da Piero Monti. Anche il parterre di vip, defezioni a parte, anche e inspiegabilmente a metà sinfonia, è concentrato, silenzioso; c’era un bel mood, si sente nell’aria.

Apparso originariamente su Sipario

Citofonare Beethoven al Piccolo Regio di Torino

L’idea di Susanna Franchi alla base di “Citofonare Beethoven” è nata alla Pasqualati-Haus, una delle tante case del compositore, sulla Moelker Bastei 8 a Vienna. Il testo di Alessandra Premoli fa narrare la vita di Beethoven al burbero, ma scaltro custode del museo (Bob Marchese) che interpella direttamente dal palcoscenico la folla di bambini assiepata in sala. “Cosa ci fate qui? – invita ad andarcene – Devo chiudere!”. E’ lo spirito di Beethoven, che si materializza in una penna d’oca scrivente e in altri oggetti animati, a intimare al custode di farci rimanere e a indurlo a raccontare. Oltre allo spirito di Ludwig, che più o meno come in vita ne fa di tutti i colori, il narratore è affiancato da un aiutante-accordatore, oltre che valido pianista (Federico Tibone).

La via scelta è facile, diretta: alla biografia sono accostate le composizioni più famose, ascoltate brevemente: sonate per pianoforte (dal vivo), sinfonie, Fidelio. La lettura della biografia snocciola fatti essenziali e dettagli importanti, in poco più di un’ora, senza pedanteria. “Siete immersi nella musica di Beethoven e neanche lo sapete!”, giura il custode. Da un lato lo spettacolo fa leva sulle esperienze del pubblico (il “Chiaro di luna” è anche la colonna sonora del videogioco “Resident Evil”, mentre l’aiutante si lancia in un’esilarante esibizione sulle note della Quinta Sinfonia in versione pop, rock, country, classica), dall’altro riesce a spiegare, ad esempio, la differenza fra Hammerklavier e clavicembalo.

L’impressione è che il custode conosca Beethoven come le sue tasche, e persino i suoi vizi a menadito: mangia per due, ama il vino rosso, disdegna la birra. E’ scontroso, ma anche lieve, il compositore dalla pessima calligrafia: mette in calce alle sue lettere dei canoni epistolari, che il pianista accenna allo strumento, dei giochi di parole e musicali, degli sfottò agli amici: “Schuppanzigh ist ein Lump” (“Schuppanzigh è un mascalzone”). I rapporti con le donne, con il nipote, con la nobiltà: niente è lasciato al caso o banalizzato. Sensibile e azzeccata l’idea di rendere acusticamente la sordità col suono degli acufeni, che tormentarono Beethoven tutta la vita, dal quale sboccia nello spettacolo l’“Inno alla gioia”. In rappresentazioni destinate a scuole e alle famiglie, il pubblico di qualsiasi età è sempre entusiasta quando gli si presenta uno spettacolo intelligente. Un solo rammarico: che il protagonista non sia riuscito a ottenere dallo spirito di Beethoven il nome dell’“amata immortale”.

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International Beethoven Festival a Chicago: un Beethoven multiplo

È completamente diverso da qualsiasi altro, questo primo Beethoven Festival (14/18 settembre 2011), nato da una costola dell’International Beethoven Project. Innanzitutto, la pazza idea: mettere insieme la musica, l’arte figurativa, il video, una masterclass, una tavola rotonda sull’iconografia e pure un assaggio di balletto dedicando 5 giorni e 5 notti non-stop a Beethoven. Come? Commissionando un ritratto beethoveniano (foto, olii su tela, disegni, etc) e dei brevi film ad artisti contemporanei e lasciandoli semplicemente sbizzarrire.

Il versante musicale è, se possibile, ancora meglio: focus su generi specifici (la sonata per pianoforte, la trascrizione, la musica orchestrale) e ogni sorta d’inimmaginabile primizia. Qualche esempio: il Quartetto con pianoforte WoO 36 n. 3, la “Kreutzer” prima nella versione classica, poi trascritta per Quintetto d’archi, i Preludi per pianoforte in tutte le tonalità, la Grande Fuga per pianoforte a quattro mani. Dove altro mai, se non a Chicago, si può avere l’occasione di sentire una dopo l’altra tutte queste rarità?

Ma, come se non bastasse, oltre a Beethoven, una notte è stata dedicata a 13 nuovi modi di guardare alle Variazioni Goldberg, una giornata al “Beethoven Today” (musica contemporanea) e ha infine chiuso il festival il geniale progetto di Mischa Zupko che ha commissionato a 20 musicisti americani emergenti dei brani pianistici ispirati dall’Inno alla gioia. In mezzo a tutto ciò, anche una Grande Accademia alla maniera ottocentesca. E, giusto per non farsi mancare niente è arrivato pure l’erede del Principe Galitzine (sì, quello dei Quartetti).

Il festival ha avuto luogo in una location assolutamente cool, alla periferia della città in un edificio ex industriale, oggi Chicago Urban Art Society. Senza dress code, e senza le sciocchezze dell’antiquato rito della sala da concerto, stappata la tua birra ti potevi sedere su una comoda poltrona o su un cuscino e… enjoy! Sponsor privati e generosi donors, hanno reso possibile il sogno di George Lepauw, che non solo è un dotatissimo pianista che ha suonato tutti i giorni con incredibile entusiasmo, ma anche un valido organizzatore, aiutato da un formidabile staff: Molly Feingold, Catinca Tabacaru per l’arte, Krista Johnson e il direttore musicale Robert McConnell. C’è da sperare che un festival così innovativo possa sbarcare in Europa.

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A Salisburgo risuona il “Prometeo” di Nono

Nono apre il ciclo “Der Fünfte Kontinent”

“Prometeo, tragedia dell’ascolto” è stata allestita nella barocca Kollegienkirche a diciotto anni di distanza dall’ultima esecuzione salisburghese. In una lettera a Renzo Piano Nono così la definisce: «Non opera / non regista / non scenografo / non personaggi tradizionali / ma drammaturgia-tragedia con suoni mobili che / leggono scoprono / svuotano riempiono lo spazio». Nella chiesa solisti, musicisti, direttore e coro sono disposti lungo il perimetro su impalcature di diversa altezza (notava Nono che nelle chiese le cantorie e gli organi sono sempre a mezza altezza, mai sul pavimento, una pratica concertistica antiacustica attuale).

Da quando il “Prometeo” deve far a meno della struttura di Piano, ideata per la prima veneziana del 1984, l’allestimento va rimodellato sulle peculiarità del luogo dell’esecuzione; la fruizione sarà dunque, ogni volta, unica. Prometeo non ci racconta una storia in musica: il libretto di Cacciari, costituito da testi in greco, italiano, tedesco, si dissolve nel suono. La composizione è in nove parti, ognuna con un diverso organico; vi è una eco dei cori battenti di San Marco: «a sonar e cantar» è scritto in partitura, un riferimento a Andrea e Giovanni Gabrieli; pure la “nuova” realtà microtonale ha per Nono radici nell’antichità (per es. nei canti sinagogali). Elementi centrali sono il timbro e lo spazio, insieme alla trasformazione con il live electronics delle voci e degli strumenti. È visibile lo sforzo richiesto agli interpreti per produrre il suono mobile con la voce e con gli strumenti. Gli ascoltatori seduti nella navata sono letteralmente circondati dall’opera. Metzmacher è lo specialista indiscusso del repertorio, i cantanti solisti brillano per tecnica e bravura, la Schola Heidelberg ha suono cristallino e intonazione celestiale.

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