Dopo 14 anni di gestazione ecco la stupefacente Opernphantasie di Rihm.
Su un lago, in barca, N. subisce l’assalto erotico di Arianna (traslato di Cosima Wagner): è la bravissima Mojca Erdmann, voce duttile e cristallina nella tessitura acuta. N. esce dal mutismo con: “Io sono il labirinto”, ma sarà l’Ospite biancovestito a incantare Arianna.
La scenografia è dominata dallo sguardo stilizzato di un essere multiforme, nocciolo della concezione di Meese: è Dio, Nietzsche stesso o un alieno? Poi N. e l’ospite scalano una montagna: più si allontanano da terra, più i loro dialoghi divengono criptici, e Rihm abilmente fa rimpiattino tra i giochi di parole e il loro corrispettivo musicale (ad es. “Nur Narr”, nella terza scena).
In una sorta di metafora interiore, N. parla con l’Ospite come a un alter ego (“Nicht mehr zurück?”), e anche quando il coro irrompe espressionisticamente sembra dar voce al suo delirio paranoico.
La terza scena è bipartita: nel colorato bordello pop N. rifiuta le avances delle 4 prostitute (fantasia erotica opposta rispetto ad Arianna), e intona “Der Wanderer” mentre l’Ospite è al pianoforte: di lì a poco questo verrà fatto a pezzi. Nello scenario onirico c’è circolarità: le stesse parole (“Mich willst du? Ganz?”) pronunciate dalle ninfe, dalle prostitute e poi dall’Ospite, mutano di senso. Attorniato dalle menadi e da tre nutrici, simili a Veneri di Willendorf, N. è scorticato da Apollo, la sua pelle assume una forma autonoma e tutti si ritraggono inorriditi da lui.
L’ultima scena è quella del celebre episodio, ma qui è la pelle, in una piazza, ad abbracciare il cavallo, frustato da una figura senza volto. Composta magistralmente, visionaria, questa è l’opera che vorremmo (ri)vedere nei teatri di tutta Europa.
Ultima recita prima del restauro della Staatsoper di Berlino
Dopo l’ultima recita dell’Étoile di Chabrier prenderà avvio in estate il controverso restauro della Staatsoper di Berlino, poiché il primo progetto vincitore di Klaus Roth, che prevedeva un restyling ritenuto eccessivo, è stato cassato. Dopo una nuova gara lo studio di architettura HG Merz si è aggiudicato l’appalto: in tutto saranno 36 mesi di lavori per 239 milioni di euro; nel frattempo le attività della Staatsoper si trasferiscono temporaneamente allo Schiller Theater.
Il pubblico berlinese ha accolto con calore questa opéra-bouffe al cui centro vi sono le vicende del capriccioso re Ouf I (Jean Paul Fouchécourt perfettamente nella parte) in cerca di qualcuno da giustiziare nel giorno del suo compleanno. Da una parte Ouf, consigliato sul da farsi dal fido astrologo Siroco (Giovanni Furlanetto), dall’altra una doppia coppia che contribuisce a intricare gli eventi: Hérisson de Porc-Epic e Aloès, insieme al segretario Tapioca e a Laoula (Juanita Lascarro), la principessa, ignara promessa sposa di Ouf. Ecco che l’affronto al re, in cerca della sua vittima, proviene da Lazuli (un’irriconoscibile Magdalena Kožená, nei panni di un monello del tutto credibile), che cotto di Laoula, ma temporaneamente rifiutato e per questo incarognito, lo schiaffeggia. Il verdetto dell’astrologo capovolgerà la situazione, però solo nel terzo atto, dopo molte peripezie, Ouf capitolerà, cedendo Laoula a Lazuli, finendo per designare il ragazzo come successore. Il tutto ambientato nel moderno hotel L’étoile, anni ’50/’60, in salsa Grease. Azzeccati i costumi, efficaci cambi di scena a sipario aperto, divertenti i balletti e le mossettine pensate per il coro. Juanita Lascarro è brava, ma su tutti svetta la Kožená.
Torino: una rassegna per festeggiare il 10° anniversario dell’ensemble
Gli Architorti festeggiano in grande il loro decimo anno di vita con una stagione di cinque concerti, per un pubblico ristretto (si accede su prenotazione), nello splendido appartamento padronale di Palazzo Saluzzo Paesana a Torino. Fulcro dell’attività del quintetto d’archi è la trascrizione di musiche eterogenee; fil rouge che percorre i loro dischi e caratterizza pure gli appuntamenti dal vivo. Il viaggio nel tempo e nello spazio ideato per il concerto del 3 maggio nella camera di parata del palazzo non ha deluso la promessa del titolo. Si è partiti dalla colonna sonora di Romeo e Giulietta di Rota, per poi passare da una suite tratta dall’Orfeo di Monteverdi a una suite di brani mongoli. Da My Way e Ancora tu si approda al Bolero di Ravel (ovviamente tutto trascritto per quintetto d’archi), giungendovi attraverso il minuetto in stile haendeliano concepito per le immagini di Greenaway durante l’inaugurazione della Reggia di Venaria.
I prossimi appuntamenti sono dedicati alle colonne sonore (17/5), ai classici del punk (uno dei pezzi forti dell’ensemble) presentati da Alberto Campo (31/5), alle canzoncine per bambini con la voce recitante di Elena Castagnoli (7/6), alla musica di medioevo, rinascimento e barocco (21 giugno). Speciale è la lussuosa sede, non comune il fatto che il pubblico si possa accomodare, oltre che sulle sedie, su morbidi tappeti, informale la presentazione dei brani di Marco Robino (violoncello, direttore artistico, sue le trascrizioni). Ognuno degli appuntamenti, preceduti da una degustazione di vini, si svolge in un diverso spazio della dimora così da poter ogni volta apprezzare una diversa acustica. Annullata la distanza fra ascoltatore e interprete si crea la giusta alchimia.
Sabato 25 ottobre 2008 si sono dati appuntamento a Bologna i protagonisti del memorabile concerto ideato da Claudio Abbado in risposta all’appello del Comitato Nazionale per l’apprendimento pratico della musica, Ministero della Pubblica Istruzione, che si occupa di diffondere e salvaguardare la cultura musicale nella scuola dell’obbligo.
Claudio Abbado, alla testa dell’Orchestra Mozart, ha invitato Roberto Benigni per l’esecuzione di Pierino e il Lupo, la favola sinfonica composta da Sergej Prokof’ev nel 1936.
I personaggi di Pierino e il Lupo sono stati brillantemente interpretati dai solisti dell’orchestra: il purissimo flauto di Jacques Zoon impersona l’uccellino, il clarinetto sornione di Alessandro Carbonare si è calato nelle vesti del gatto, l’oboe di Victor Aviat nell’anatra, e il fagotto di Guilhaume Santana s’è trasformato per l’occasione nel nonno rompiscatole della fiaba («sentite − esordisce il narratore − sembra proprio il mi’ nonno!»). Esilaranti sul palcoscenico i marameo del discolo fiorentino che, accolto in scena dalla Marcia op. 99 di Prokof’ev, ha accennato un balletto con una violinista, s’è infilato tra i musicisti e ha finto di prendere in braccio il direttore che è stato al gioco («qui ci sta uno che non suona, con un pezzo di legno in mano…»).
Benigni, avendo avuto carta bianca da Abbado, ha dato vita a un’edizione originale e convincente del testo parlato. L’intero PalaDozza, pieno di spettatori fino all’ultimo seggiolino disponibile, esultava festante; palpabile l’entusiasmo: grandi e piccini applaudivano insieme, orchestra e coristi battevano i piedi.
Alla seconda parte del concerto hanno partecipato, oltre alla Mozart, anche l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e l’Orchestra Giovanile Italiana, grazie all’adesione dei fondatori Riccardo Muti e Piero Farulli. Hanno affiancato gli strumentisti il tenore Marius Brenciu e l’organista Iveta Apkalna, il Coro del Teatro Comunale di Bologna, diretto da Paolo Vero, e il Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi, il cui maestro è Erina Gambarini, più ben tre cori di voci bianche: quello del Comunale, di 70 elementi, guidato da Silvia Rossi, il Coro “Clarière” del Conservatorio della Svizzera Italiana, di 37 elementi, guidato da Brunella Clerici; a questi due va aggiunta la grande formazione corale che si è costituita in seguito al concorso “Un coro in ogni scuola” (realizzato dalla Regione Emilia-Romagna, Ufficio Scolastico Regionale, Ansas Ex Irre ER), conclusosi lo scorso 27 maggio al Teatro Manzoni, decretando la vittoria di dodici cori provenienti da tutta la regione per un totale di 516 bambini. I coristi, vestiti di nero e disposti sopra le tre orchestre si sono uniti per l’interpretazione del grandioso Te Deum di Hector Berlioz, composto per Napoleone III nel 1849, di difficile esecuzione per l’imponente dispiego di forze e per i grandi spazi richiesti: tra adulti e bambini, gli artisti superavano complessivamente le 900 unità. L’idea di Abbado è stata quella di realizzarlo esattamente com’è scritto in partitura: un’occasione di raro ascolto.
La “sala da concerto”-palazzetto, usato di solito per la pallacanestro, si è rivelata una scelta adatta ad accogliere la monumentale opera.
Al Pala Dozza s’è giocata un’importante partita, la gioiosa difesa della musica nella scuola pubblica, e celebrata una vittoria: la costituzione per un evento speciale del più grande coro scolastico mai esistito.
«Ascoltare la musica è come una medicina», ha detto Benigni. Ha rincarato la dose Luigi Berlinguer: «Un cittadino più musicale avrà meno paura dell’altro, di chi ci regala la cosa più preziosa che possiede la propria differenza».
5000 spettatori, parterre di vip, tra cui l’entusiasta Romano Prodi che ha dichiarato al Corriere della Sera: «È una cosa meravigliosa, ancora non vista in Italia, tanti piccoli cori che si uniscono in un grande coro. Mi sembra un bel segno di civiltà.»
Giunto alla dodicesima edizione, dopo venti recite a Como, “Opera Domani” sbarca ora a Bologna, come parte integrante dei lavori del convegno internazionale “Cantando s’impara”.
“Opera Domani” è un percorso didattico di avvicinamento all’opera semestrale dedicato alle scuole primarie e secondarie lombarde. Terminato il momento formativo, gli spettatori in erba canteranno in teatro alcune arie, insieme ai giovani cantanti professionisti che interpretano i ruoli principali. Giunto alla dodicesima edizione, dopo venti recite a Como, l’esperimento sbarca ora a Bologna, come parte integrante dei lavori del convegno “Cantando s’impara”.
Sono protagonisti cinquecento bambini, due compagnie di canto che si alternano (in ogni data sono programmate due rappresentazioni) e un’orchestra. A un cenno del direttore (che volta le spalle all’orchestra fuori dalla buca) si alzano le luci, e i piccoli, sempre concentrati e attentissimi, iniziano a cantare stando in platea e interagendo con l’azione sulla scena. Si scatena allora un incantesimo: le arie coreografate riempiono la sala, di volta in volta, di cappelli militareschi, torte di carta, festoni di fiori. Il maestro concertatore Massimiliano Toni ha raccontato come questo sia stato possibile con tre settimane di assidue prove: l’opera, per una durata complessiva di 73 minuti (circa un terzo dell’originale) tiene inchiodati alle sedie tutti gli ascoltatori.
Archiviata la fortissima emozione della prima, sono adesso pronti a partire per una tournée nel centro-nord Italia. Difficile immaginare un’operazione meglio riuscita, impossibile descrivere il contagioso entusiasmo dei piccoli in delirio per Mozart: una vera festa di suoni e colori.
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