Dopo aver dedicato ore, giorni, settimane a leggere, a imparare mnemonicamente, a spiegare a noi stessi, o ad altri, un’ode trascendente di Orazio, un canto dell’Inferno, gli atti tre e quattro del Re Lear, le pagine sulla morte di Bergotte nel romanzo di Proust, ritorniamo al nostro arido universo domestico.
In strada, un grido lontano. Lo udiamo a mala pena. È l’indizio di un disordine, di una realtà contigente, volgarmente transitoria, non commensurabile a quella della nostra coscienza di posseduti. Che cos’è questo grido in strada se paragonato al grido di Lear contro Cordelia, o di un Achab al proprio demone bianco?
In un mondo di una monotonia asettica, precondizionata, ogni giorno muoiono migliaia, centinaia di essere umani sui nostri schermi televisi. […] Lo studioso, il lettore autentico, lo scrittore, è permeato dalla spaventosa intensità della narrativa, è formato per rispondere al più alto grado d’identificazione col testuale, con il fittizio. Questa formazione, questa concetrazione sulle antenne nervose e sugli organi dell’empatia – la cui portata non è mai illimitata – può mutilarlo, tagliarlo fuori da ciò che Freud chiamava il “principio di realtà”.
Da questo punto di vista paradossale il culto e l’esercizio delle discipline umane praticato dal divoratore di libri e dallo studioso possono a tutti gli effetti disumanizzare. Di conseguenza, forse ci riesce più difficile calarci nella vita politica e sociale che ci circonda, impegnarci in prima persona. Esiste un soffio gelido di disumanità nella torre di Montaigne, nella riflessione di Yeats che ci chiede di scegliere tra la perfezione della vita e dell’opera, nell’atteggiamento di un Wagner convinto che fosse inutile rimborsare coloro che l’avevano aiutato quando si trovava in difficoltà, perché delle note a piè di pagina alle sue biografie li avrebbero resi immortali.
Per m che insegno e considero quale ossatura stessa della vita la letteratura, la flosofia, la musica e le arti, come saprò tradurre questa necessità in coscienza morale concreta della necessità umana, dell’ingiustizia che contribuisce in così ampia misura a rendere possibile l’alta cultura? Le torri che ci isolano son ben più coriacee dell’avorio. Non ho alcuna risposta convincente.
Siamo però chiamati a trovarne una se vogliamo ottenere il privilegio di vivere le nostre passioni, se vogliamo stringere fra le mani la meraviglia di un nuovo libro – Cui dono lepidum novum libellum? (“A chi lo dono il grazioso e nuovo libretto”?), chiede Catullo – e se vogliamo prendere parte, per quanto modestamente, all’orgoglio disincantato della sua preghiera: Quod, o patrona virgo / plus uno maneat perenne saeclo (“Oh, vergine patrona, duri perenne più di un secolo!”).
George Steiner, I libri hanno bisogno di noi,
Garzanti, Milano 2013, pp. 80-2.
Autore: Benedetta Saglietti
Jean Cocteau dixit
Le Muse scappano se si parla di loro.
Da: Jean Cocteau secondo Jean Cocteau, Castelvecchi editore,
in: Arbasino, Corriere della Sera, 9/12/2013, p. 31.
Ascoltare il passato con le orecchie del futuro
Sempre più spesso mi accorgo che canzoni (relativamente) recenti sono remake. Un po’ ci resto male. Un po’ mi rendo conto – avendo letto Retromania di Simon Reynolds – che forse è inevitabile.
Since I Don’t Have You: The Skyliners e i Guns N’ Roses
Close Your Eyes: Al Bowlly e Stacey Kent
My woman / Your woman: Al Bowlly e i White Town
Just a gigolo: Ted Lewis Orchestra e David Lee Roth
Come rain or come shine: Bill Evans Trio e Don Henley
Annette Hanshaw – I Wanna Be Loved By You (1929)
e 30 anni dopo Marylin Monroe in Some Like It Hot (1959)
“Verdi, narrar cantando”: Paolini & Brunello

Debutta al Teatro Regio di Torino lo spettacolo di Marco Paolini e Mario Brunello che fa cantare il pubblico.
Far cantare il pubblico è un’idea che nella sua semplicità fa presa. Si cementa “qualcosa”, attraverso il canto collettivo, qualcosa che forse questo Paese sta dimenticando.
E soprattutto: quando ci ricapiterà di cantare in un teatro gremito fino all’ultima poltrona?
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